QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DELLA PUBUSA

di Gabriele Ainis

 

 

Tempi di cambiamento: Berlusconi va in tribunale senza claque, un comunista diventa sindaco di Milano, a Varese il sindaco leghista è riconfermato solo al ballottaggio e col 54% delle preferenze, la gente va di nuovo a votare per i referendum. Dei quattro fatti citati il più eclatante, almeno per me, è il terzo, ma io non capisco molto, infatti è quasi passato sotto silenzio. Se n’è accorto il sindaco, però, che ha dichiarato di sentirsi l’ultimo dei Mohicani, quindi tutti i torti, forse, non li ho.

Sciocchezze, parliamo di cose serie: in Sardegna? Nel senso: tempi di cambiamento anche da noi?

E come no? Forse che su sindigu di Casteddu non è lo Snark? Non vi pare una novità?

Sì… e no! Dipende da ciò che si intende per novità. Certo, uno Snark come sindigu non è cosa di tutti i giorni, però è anche vero che non bisognerebbe fermarsi alla novità nuda e cruda ma domandarsi che senso abbia.

Ad esempio: forse che il sindigu Snark rappresenta una svolta nella politica? Diciamolo meglio: è stata una svolta della politica isolana che ha portato uno Snark all’amministrazione cittadina? Ci sono politici nuovi? Nuove proposte che hanno intrigato i cittadini tanto da spingerli ad una piccola rivoluzione come uno Snark all’amministrazione del capoluogo?

Ma che domande, certo che ci sono politici muovi, ce ne sono a iosa, così tanti e innovatori che non si sa dove girarsi per evitarli, ti entrano dappertutto come l’umido a gennaio se spira il libeccio: non te ne liberi e la sinusite gode come un vipero che si accoppia con una vipera (o una vipera che si accoppia con un vipero, fate un po’ voi).

Ne prendiamo uno a caso? Il professor Pubusa, e non è che l’abbia scelto per un motivo preciso, semplicemente, rivoltali un poco, finiscono per essere più o meno tutti uguali, nel lessico politico, nelle proposte, soprattutto nella distanza enorme dai problemi quotidiani del cittadino.

Per capirlo, basta fare un giro (breve: è di una noia pazzesca) nel sito Democrazia Oggi e leggiucchiare senza troppo impegno le interessantissime diatribe del professor Pubusa con altri politici di elevato livello, che so, Maninchedda che si lamenta di essere emarginato dalla sinistra, ad esempio, un dibattito importantissimo che toglie il sonno ai cittadini. Oppure i veti di Rossomori (sic!) al Psd’Az, insomma questioni di importanza tale che ci si domanda come facciano gli attori del teatro della politica a sopportare tutto questo fardello.

La verità, tanto per rispondere alla domanda precedente è che in Italia, ma in Sardegna in particolare, la politica, intesa come l’insieme dei politicanti (nell’accezione non deteriore del termine di coloro che “fanno” politica) è tanto distante dal cittadino da aver perso la cognizione del proprio ruolo, diventando autoreferenziale non solo negli interessi ma soprattutto nel cuore di ciò che la politica dovrebbe essere: la scelta dei problemi da porre all’ordine del giorno.

Avrà mai sfiorato le agili menti dei politici (e intellettuali, che non sono meglio) il dubbio che ai più non interessino poi così tanto i calcoli renali di Pubusa o i nodi emorroidali di Maninchedda? Che potrebbe anche darsi che i problemi, enormi, della Sardegna non si trovino in un tribunale o in un’aula universitaria o in uno degli innumerevoli convegni/incontri/seminari in cui i politici passano piacevolmente i tempo interrogandosi sul fondamentale problema del quorum dei referendum regionali o della mancata diffusione della LSC o dei ritardi dell’atlante toponomastico (ma abbiamo anche bisogno dei topi)? Potrebbero pensare che i cittadini siano meno interessati a come si scrive euro in LSC e un poco di più ad averne in tasca qualcuno?

Perché non è che i problemi non ci siano, figurarsi se ce li facciamo mancare, è che vengono bellamente ignorati, con la connivenza pacata e interessata del mediocre mondo intellettuale e dei mezzi di informazione regionali, quelli che sbattono la mucca scomparsa a Quirra in prima pagina e non si domandano che diamine sia la “Chimica Verde”!

Le ultime consultazioni elettorali (e i referendum) hanno confermato una cosa molto semplice: i cittadini stanno cercando modi alternativi per essere rappresentati nonostante la politica (intesa nell’accezione di prima). Attualmente, il problema dei politicanti è quello di rincorrere e riuscire a convincerli di essere in grado di rappresentarli, e la paura di perdere la partita è talmente forte che anche un elemento come Di Pietro, unico autorizzato a rivendicare una vera vittoria nei referendum, ha tenuto un profilo inaspettatamente basso per paura di essere preso a pireddi in faccia!

Possibile che l’abbia capito Di Pietro (!) e non lo capiscano i nostri politici? Possibile che siano ancora là, starnazzanti nelle liti da cortile della politichetta da comari? Tanto perché lo sappiano, all’estero, l’estero che conta e dal quale dipendiamo, i risultati dei referendum e delle amministrative in Italia vengono accomunati ai moti rivoluzionari dell’Africa settentrionale (e della Siria!), o a quelli degli indignados spagnoli, anch’essi di difficile collocazione politica, senza leaders riconosciuti e preoccupati, prima di ogni altra cosa, di un futuro che appare sempre più incerto.

Che facciamo allora, continuiamo a parlare del prurito al culo di Tizio e delle creste di gallo sul pene di Sempronio, oppure ci decidiamo a parlare del futuro dell’Isola? C’è qualcuno capace di battere un colpo sui problemi seri, oppure dobbiamo ancora sentire Maninchedda che si lamenta perché Rossomori non lo vuole, meschineddu, oppure ProGres che litiga con IRS e Doddore che è perseguitato dai giudici italiani intenzionati ad affossare Sa Repubrica di Malu Entu?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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