RICERCA SCIENTIFICA… CHE PENA! E LA SARDEGNA…

di Gabriele Ainis

 

 

Anche in America la situazione della fisica ha subito cambiamenti molto profondi per effetto della guerra. Alcuni sono per il meglio: ora che la gente si è convinta che con la fisica si possono fare le bombe atomiche tutti parlano con apparente indifferenza di cifre di vari milioni di dollari. Fa impressione che dal lato finanziario la maggiore difficoltà consisterà nell’immaginare abbastanza cose con cui spendere.

Così scrive Enrico Fermi ad Edoardo Amaldi nel 1946, dopo le due bombe di Hiroshima e Nagasaki (in: E. Amaldi, Da via Panisperna all’America, a cura di G. Battimelli e M. De Maria, Editori Riuniti, 1997)

 

Come si vede, la Ricerca Scientifica è una cosa seria e, al giorno d’oggi, ne parlano in molti, quasi tutti a sproposito. Ad esempio molti comici, da Grillo a Gavino Sale (che quanto a comicità batte Grillo di un numero imprecisato ma elevatissimo di lunghezze). Anche parecchi politici, che però fanno ridere più di Grillo e Gavino Sale messi assieme!

Il fatto è che in Italia la ricerca scientifica è defunta più o meno attorno all’inizio degli anni ’70, però nessuno (diciamo pochi, per dare senso statistico all’affermazione) se n’è accorto.

Ciò non dovrebbe stupire: la ricerca scientifica è un mestiere tutt’altro che semplice, sia dal punto di vista concettuale che da quello operativo.

Però nel 2010 (ad appena quarant’anni di distanza) se ne sono accorti gli autori di questo libro, che ci informano in merito allo sviluppo della ricerca italiana dal XII secolo in poi.

Lo dico subito: il saggio è tedioso e, a mio avviso, peraltro modesto, poco adatto ai più, anche coloro che sono interessati al tema. Purtroppo gli autori mostrano poca dimestichezza con la divulgazione e il risultato è poco godibile (non si dica che un libro serio debba essere necessariamente noioso!) senza contare che 450 pagine sono poche per l’ampiezza del tema, e troppe se si desidera utilizzare la storia passata per capire il fallimento attuale della ricerca scientifica nazionale. Tuttavia, ho speso volentieri i 30,00€ perché ho ritrovato un’analisi molto accurata, per quanto rapida, degli accadimenti maturati negli anni ’60 che portarono alla situazione attuale.

Quelli della mia età, sono stati così sfigati da vivere in pieno il fallimento della ricerca nazionale senza neppure avere la soddisfazione di capirne immediatamente i motivi: all’inizio degli anni ’70 studiavamo all’università, occupati a correre dietro alle studentesse, così nessuno realizzava le influenze perverse dei casi Ippolito (CNEN) e Marotta (ISS), né l’importanza del caso Mattei. Soprattutto nessuno di noi si era reso conto dell’errore politico disastroso compiuto volutamente in quegli anni, in cui si decise di non investire in ricerca pretendendo di godere i frutti di quella condotta all’estero (Saragat, prossimo presidente della Repubblica, considerava la ricerca uno spreco palese di denaro pubblico!).

A prenderla con ironia, si potrebbe affermare che la morte della ricerca scientifica in Italia fu una faccenda difficile, un risultato perseguito con notevole impegno, visto che nonostante il paese fosse uscito dalla guerra in uno stato pietoso, c’erano ottime prospettive per il futuro, sebbene fosse necessario, com’è ovvio, un grande impegno condiviso.

Come dimenticare che alla fine degli anni ’50 c’era stato il nobel a Natta, quello del Moplen? E il gruppo Olivetti aveva sviluppato il Programma 101, unanimemente considerato il primo esempio di Personal Computer della storia? E i successi della ricerca nella fisica dei solidi? E la ricerca in campo energetico?

Come spiegare, allora, la chiusura definitiva della chimica italiana e dell’elettronica? L’esaurimento della produzione di materiali innovativi? Il pervicace rifiuto di rivolgere attenzione alla Ricerca Scientifica?

Si spiega con una buona dose di insipienza politica e con una classe dirigente scaturita da un paese a sovranità limitata, in fondo gli anni della guerra fredda hanno visto una competizione aspra che ci ha visto soccombere, da comprimari quali eravamo e siamo, quindi non c’è da stupirsi. Al massimo potremmo interrogarci su quanto accade oggi.

Oggi abbiamo Maria Grazia Gelmini, quindi le prospettive non sono rosee, nel senso che quanto a comici non ci facciamo mancare nulla, però vorrei spendere due parole sulla Sardegna, poverina, con una domanda semplice, semplice: assodato che la ricerca isolana è inesistente (se possibile peggio della media nazionale, uno dei tanti record!) potremmo fare qualcosa in merito?

Mah, proprio inesistente no, ad esempio i Riformatori Sardi propongono un prestigioso istituto di ricerca su Atlantide, tuttavia, a parte le battute, penso di no: non nell’attuale situazione né con l’attuale classe dirigente. Ce ne sarebbe bisogno, forse, se ad esempio la politica isolana fosse capace di dare indirizzi precisi al futuro, in termini industriali e produttivi in genere. Poiché non è così non c’è da aspettarsi nulla di positivo. La ricerca non si inventa, si programma e lo si fa in base alle necessità. In Sardegna non abbiamo idea di cosa voler fare da grandi, salvo trovare Atlantide, non vedo per quale motivo dovremmo perdere tempo a programmare la ricerca (sapendolo fare, ovviamente) per dare una mano ad arrivarci, mi parrebbe una contraddizione in termini.

Per esemplificare al situazione, rubo una citazione (in cui bisognerebbe sostituire Italia con Sardegna):

L’Italia è un paese in via di sottosviluppo. Siamo in una situazione tragica. Qualcuno potrà dire che si può ancora ricorrere ai ripari. Io sono molto più pessimista. Credo che sia abbastanza tardi per correre ai ripari. Io vedo già una tradizione scientifica come la nostra, portata da alto livello grazie all’impegno e al valore di pochi, che viene dispersa e finirà con lo scomparire. Vedo già l’Italia dipendere, nel campo del progresso scientifico, da ciò che avviene all’estero. Da noi si comprerà solo il prodotto finito.

G. Toraldo di Francia, nel 1973 (in: E. Bellone, La scienza negata: il caso italiano, Codice 2005)

Non è una presa in giro: da noi ci fu Brotzu (a proposito, il libro lo cita ampiamente!) che oggi ricordiamo solo perché ebbe fama di menagramo. Che razza di classe politica sarebbe la nostra che si può permettere di perdere un pilastro della magra storia scientifica nazionale ma di pensare ad Atlantide?

Facile: una classe politica di merda: What else?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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L. Russo, E. Santoni – Ingegni minuti: una storia della scienza in Italia – Feltrinelli (2010)

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