ARCHEOSPERIMENTANDO IL LAGO OMODEO: LA SCOMMESSA DELLA CULTURA

di Boicheddu Segurani

 

 

Non siete stati a S’Irighinzu per la Terza giornata dell’archeologia sperimentale? Peggio per voi, non sapete cosa vi siete persi!

Lo spettacolo di un sindaco (di Ardauli) così pazzo da fidarsi di un assessora alla cultura così matta da sostenere la cultura e non la cuLLtura, con in più la faccia tosta di dichiarare pubblicamente di credere ad un suo ruolo attivo nello sviluppo del territorio! Così, invitati da Cinzia Loi e Paleoworking, in riva al lago più surreale del mondo – così tanto da essere per lo più ignorato da chi ci vive attorno – arriva una congrega di studiosi veri, quelli che si trovano nei corridoi delle soprintendenze, nelle aule delle università e nei siti archeologici, immersi nel lavoro di scavo o nello studio e protezione del nostro bistrattato patrimonio archeologico.

Un archeologo del calibro di Roberto Sirigu che si schioda finalmente da Cagliari e si reca in culo ai lupi per interrogarsi sui fondamenti epistemologici di ciò che fa come mestiere, tra una citazione di Croce ed una di Foucault, arrampicandosi sul monumento Lilliu e chiedendosi quand’è che cominceremo a scendere e camminare, soli soletti, riconoscendo l’opera del più famoso archeologo sardo per ciò che è: un esperimento mentale da contestualizzare senza pretendere di farne una bibbia.

Un altro pezzo da novanta come Anna Depalmas, che và fino a S’irighinzu a fare il formaggio (!), contenta come una pasqua di collegare il lavoro dell’archeologo a concetti così quotidiani ed importanti come la conservazione dei cibi primari, responsabili della sopravvivenza, tra archeologia ed etnologia, assistendo sorniona allo spettacolo di un cumulo di folli che si precipita a ficcare il naso dentro il pentolone della cagliata.

Ignazio Camarda, che accetta di rivestire il panni del vecchio saggio, impegnato a spiegare ai nipotini ignoranti la ricchezza del patrimonio botanico sardo, razzolando nel caldo di un mezzogiorno di fine maggio sui sentieri che furono dei nuragici costruttori di torri. Lo credereste? Si è pure divertito, salvo la preoccupazione tutta professorale di aver compiuto un buon lavoro, scordandosi di quanto sia così poco diffusa, tra i cattedratici, l’abitudine di dedicare il proprio tempo libero (e di domenica) alla divulgazione del proprio sapere.

E che dire del responsabile scientifico dell’area di Tuvixeddu e del direttore del museo di Villanovaforru? Alfonso Stiglitz e Mauro Perra, perfidi e biechi nemici dell’identità sarda, erano là di fronte a tutti a dimostrare praticamente – non per nulla era la giornata dell’archeologia sperimentale – come si fanno sparire i reperti archeologici, così da impedire che la Sardegna venga riconosciuta come la mitica Atlantide, patria dei conquistatori Sherdanu. Senza dimenticare l’opera indefessa per nascondere i cocci che dimostrano, inequivocabilmente, come gli stessi atlantidei sherdanici di prima scrivessero come stampanti laser, anzi, altro non facessero nel tempo libero tra una conquista e la scoperta della bussola, dell’ago di sutura, del filo tagliabrodo e del trapianto di capelli utilizzato anche dal nostro presidente del consiglio (che infatti esibisce una rigogliosa capigliatura tardosheranu)!

Peccato che non ci fossero cocci, fibule, fregi, neppure un cancello, neanche piccolino, minimo, quindi si sono dovuti limitare a dare dimostrazione pratica facendo sparire una fetta di pecorino, ottimo, e un cannellone ripieno di patate e nipitella, divino! Forse hanno fatto sparire anche un caffè, ma sono stati così lesti che nessuno se n’è accorto (ah, la bravura!).

En passant, hanno anche parlato (Stiglitz) delle saline di Capo Mannu, della navigazione legata alla disponibilità del sale attestata fin dai tempi più arcaici e (Perra) dei complessi legami tra ambiente economia e cibo in età nuragica. Però si vedeva che non erano contenti, avrebbero preferito molto di più dedicarsi ad un laboratorio sperimentale vero e proprio, forse facendo sparire un bellissimo fuoristrada che esibiva una targa di chiara matrice proto-paleo-copro-felsinea col nome di Yahvéh. Notizie ottenute da fonte attendibile ci confermano che, probabilmente, si dedicheranno al furto delle targhe (o delle automobili) in occasione della quarta giornata dell’archeologia sperimentale, l’anno prossimo. Staremo a vedere!

Poi c’è stato chi si è sobbarcato un lungo viaggio: Juan A. Camara Serrano, arrivato dalla Spagna per parlare dell’uso degli animali domestici nella preistoria recente del Guadalquivir e Vittorio Brizzi, che si è sfangato la direttissima Bologna-Ardauli (con deviazione a S’Irighinzu) per levarsi la soddisfazione di martellare come un ossesso degli insulsi pezzi di pietra, pretendendo che così si facesse nel nostro lontano passato quando ancora non conoscevamo i metalli. Il tutto senza sapere (il mondo è pieno di ignoranti, ahimé) che i sardi manipolavano gli alluminiuri di titanio quando l’uomo di Neanderthal correva sui ghiacciai e per di più con la pipa sempre in bocca. Stesso errore clamoroso quello di Paolo Leoni, per le tecnologie di lavorazione dell’osso, mentre Roberto Cauli e Graziano Viale pretendevano di illustrare la lavorazione dei canestri e la concia delle pelli, non sapendo, evidentemente, che i sardi del bronzo medio conoscevano il PVC e il Nylon, quindi non avevano bisogno né dei primi né delle seconde!

Vi siete anche persi Roberta Cabiddu, una matta scatenata che, pensate un po’, quando ha deciso di dedicarsi alla replica delle ceramiche nuragiche si è messa a studiare! Studiare, ma vi rendete conto? In collaborazione con archeologi e studiosi (veri), senza concedere un singolo, minimo, infinitesimo frammento di argilla all’improvvisazione: studio! Ci sarà un motivo se poi c’è la fila per avere uno dei suoi lavori, tra privati e musei.

Ebbene tutta ‘sti matti, stavano lì a ridere, scherzare, godere della reciproca compagnia perché non sta scritto da nessuna parte che la cultura sia tetra e triste, anzi è l’esatto contrario, tant’è vero che c’era un sacco di gente comune, come i tre lettori istituzionali del bLLog, che è arrivata da nord, sud, est ed ovest, dalla guida turistica professionale di Olbia, talmente innamorata del proprio mestiere da pagarsi di tasca propria (e a caro prezzo) l’aggiornamento professionale, a tutti quei genitori che non solo, in un momento in cui la nostra isola è ai livelli più bassi di natalità in Europa, ha deciso (pazzi scatenati!) di mettere al mondo dei piccoli, ma non vuole vederli rincoglionire con la play station in mano e sceglie per loro una domenica di divertimento e cultura.

Perché se è vero che c’erano gli amministratori locali che hanno sponsorizzato, i professori universitari che si sono prestati, gli archeologi che hanno fatto sparire il pecorino, i matti che scheggiano i sassi, lisciano la ceramica e tirano con l’arco, i protagonisti erano soprattutto loro, i cittadini comuni andati a S’Irighinzu perché la cultura dà un sacco di soddisfazioni, e i bambini, cui nessuno pensa mai, perché la nostra sta diventando un’isola di vecchi rimbambiti innamorati di un inesistente passato, hanno tutto il diritto di essere educati per davvero, non affidati alle facili idiozie dei mezzi di comunicazione di massa.

Così, i Brizzi, Viale, Leoni, Cabiddu, Cauli, se li sono presi in carico, facendoli divertire ed insegnando loro, seriamente, come si studiano le tecniche arcaiche e come si fa scienza investigando il passato.

Per questo ho lasciato per ultimo una penna nobile, quell’Enzo Marciante, monumento vivente del fumetto italiano, che si è innamorato della Sardegna a tal punto da dedicare il proprio tratto all’illustrazione dell’archeologia, per piccoli e meno piccoli, con assoluto rigore scientifico ed entusiasmo degno delle migliori cause. Eccolo là, circondato dai ragazzini mentre disegna con loro!

E paleoworking? I ragazzi in maglietta rossa ben visibili da lontano che correvano da una parte all’altra, che si sono impegnati, hanno montato, smontato, organizzato, lavorato, esposto spiegato, aiutato? Ecco: valeva la pena andare a S’Irighinzu anche e soprattutto per loro, perché osservare un gruppo di cittadini di un paesino di meno di mille anime che si danna l’anima per la cultura, raccogliendo donne e uomini attorno ad un progetto comune per indirizzare il proprio futuro verso un’idea di sfruttamento sostenibile del territorio, è cosa così rara che bisognerebbe chiuderli in uno zoo per tema che si estinguano. Ed invece erano là in mostra, live, per chiunque abbia voluto andare ad imparare… che brutta parola! Erano loro che organizzavano la banda dei bimbi, dal laboratorio di ceramica alla simulazione di uno studio stratigrafico, dal fumetto, al tiro con l’arco alla scheggiatura dell’ossidiana; loro che si prendevano cura dell’organizzazione e svolgimento di un avvenimento apparentemente semplice eppure così denso e interessante.

Ecco, se non ci siete stati avete perso tutto questo, ma, se non lo capite, avete fatto benissimo a restarvene a casa: non era posto per voi!

 

PS – Non ho dimenticato le tre mostre: l’Ente foreste, l’Ente Acque e il Centro Didattico ambientale di Sedilo, ci mancherebbe, belle e interessanti, ci sarebbe da ringraziare anche loro e tanto, però, di fronte allo spettacolo dei bambini, si perde la testa. Sarà l’età!

 

boicheddu.segurani@virgilio.it

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4 risposte a ARCHEOSPERIMENTANDO IL LAGO OMODEO: LA SCOMMESSA DELLA CULTURA

  1. madpack ha detto:

    Che bella iniziativa!!! E’ stato per caso prodotto materiale visionabile?
    Sono per metà sardo, innamorato della vostra/nostra terra e faccio il maestro elementare.

    Per l’intanto complimenti anche per l’entusiasmo..

  2. Vittorio Brizzi ha detto:

    Come Vittorio, non posso che essere d’accordo con l’autore dell’articolo. Come presidente nazionale del network Paleoworking, ritengo giusto citare uno per uno le “magliette rosse”: Mariagrazia Ibba, Antonella Miscali, Stefania Miscali, Simone Vero, Amedeo Fadda, Guido Miscali, Salvatore Oppo, Damiano Deidda, Mauro Carboni, Marianna Mura, Alessandro Balletti, Attilio Loi, Battista Frau…una dimostrazione lampante di come, a volte, si possono fare nozze decorose anche con i fichi secchi.

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