IL CROCIFISSO SHERDANU

di Gabriele Ainis

 

 

Sergio Luzzatto è uno storico rampante, laureato alla Normale di Pisa (e si vede!) che possiede la bella caratteristica di adottare un lessico accessibile a noi poveri esseri umani. Le idee che esprime potranno essere o meno condivisibili, tuttavia, se non altro, abbiamo la possibilità di discuterle. Per altri, storici o meno, è spesso assai più arduo.

Questo libricino, Il crocifisso di Stato, molto piacevole, illustra una tesi che condivido appieno: se il crocifisso sparisse (finalmente!) dalle pareti degli uffici pubblici, l’Italia non sarebbe più la stessa.

Sarebbe migliore!

Tuttavia non lo voglio segnalare per il tema in sé (peraltro interessante) ed infatti il titolo del mio modesto post rimanda ad altro, quanto per un paio di paginette all’inizio del capitolo 19: Gli illusionisti dell’identità.

Mi permetto di citare qualche frase:

Si fa oggi un gran parlare di «identità», termine con cui si vuole indicare di tutto e di più, storia, cultura, religione, politica. […] Peccato che le identità collettive siano una realtà evolutiva: non qualcosa di fissato ab initio e per sempre, come il codice genetico di un individuo, ma qualcosa di mobile, mutevole, provvisorio. [Op.cit.]

Già, prova a spiegare a tutti quelli che cercano spasmodicamente un passato mitico – dagli intellettuali autonominati in poi – che non sarà questo a farci diventare più sardi, quanto il riconoscimento della nostra identità attuale!

Perfino Napolitano, in un suo intervento, ha citato il crocifisso come elemento caratterizzante la nostra identità (di italiani) e la nostra tradizione. Eppure, che sia una bufala lo capirebbe chiunque: perché, di tutta la storia millenaria che ci ha portato ad essere quello che siamo, dovrebbe essere proprio la croce a distinguerci come italiani e non, poniamo, gli spaghetti e il mandolino? E perché il nuraghe, come sardi, piuttosto che la testa dura e le pecore?

Intendiamoci, con tutto il nostro amore per il crocifisso e i nuraghi, se chiediamo a uno straniero di descrivere un italiano, quello penserà alla mafia, agli spaghetti, al mandolino e a Berlusconi (non credo in quest’ordine) ma non certo al crocifisso o al nostro essere cristiani (e cattolici). Così come, nell’immaginario italiano, noi siamo quelli della testaccia dura e delle pecore (meglio dei siciliani, mafiosi, dei napoletani, camorristi e sporchi, dei romani, fancazzisti)!

Ci piace? No: francamente non mi ci ritrovo. Non per la testa dura, stereotipo tutto sommato accettabile, né per le pecore, tutt’altro che marchio infamante, anzi, c’è da esserne orgogliosi, quanto perché la Sardegna non è questo, o non solo. Ma neppure siamo la razza purissima di costruttori di torri che alcuni vorrebbero spacciare come emblema identitario, arrivando alla curiosa tesi dell’individuazione dei fenici come nemico colonizzatore e contaminatore di una pretesa “purezza” non negoziabile!

E nemmeno siamo quelli della Limba: basterebbe vagare per città e paesi con le orecchie aperte – e non foderate di mortadella ideologica – per rendersene conto: al giorno d’oggi, una Lingua Sarda nell’accezione più comune del termine, semplicemente non esiste, con buona pace di coloro che ci vivono sopra (a nostre spese).

Possibile che non si possa considerare il fatto oggettivo che i sardi vivono nel 2011, in attesa di vivere nel 2012 e negli anni successivi, quindi dovremmo trovare qui, adesso, la nostra identità? Certo, varrà pure lo slogan che bisogna sapere da dove si viene per avere un’idea di dove si vuole andare, e chi ne dubita, ma ciò non è un buon motivo per aspirare a ritornare nel luogo da cui si proviene, soprattutto se questo è assai più scomodo di quello nel quale si vive o si vorrebbe farlo.

Come dire che, per mostrare di non avere la mastruca (come se fosse un reato indossarla) non abbiamo alcun bisogno di viverci dentro, non più di quanto un romano di oggi abbia bisogno di indossare la toga o un lombardo di portare la barba lunga per dimostrare di essere capaci di levarla, il primo, o tagliarla, il secondo. Bossi, lombardo, che si è inventato la Padania, mica la usa per dire che tremila anni fa ha conquistato Roma, ma per affermare che i Padani di oggi sono industriosi, onesti, puliti, superdotati, con quattro palle dentro le mutande e così di seguito. Bossi, non ha bisogno di leggere la scrittura longobarda traducendo la facciata di sant’Ambrogio o i cancelli della villa di Arcore, si occupa di sviluppare l’identità odierna del popolo che fa riferimento a lui, guarda caso con buon successo. Peccato che sia razzista, intollerante, ma questi sono piccoli problemini di coloro che cominciano a parlare di identità e poi finiscono con il voler impedire la libertà di culto, col contorno di una simpatico ragazzone che si propone di far pascolare un proprio simile (un porco) nel terreno sul quale si vorrebbe edificare una moschea.

Naturalmente, è banale farlo notare, la questione del crocifisso è politica ed attiene ai rapporti complessi tra stato e chiesa; in realtà, alla maggior parte di noi (e alla totalità degli uomini politici che parlano di dio) non potrebbe importare di meno se il simbolo dell’oscurantismo cattolico (a dispetto del quale e per puro caso, siamo riusciti a diventare un paese moderno, pur con tutti i nostri limiti) il crocifisso, appunto, sparisse finalmente dai muri. Magari quel povero cristo appeso lassù – e in nome del quale sono state commesse le peggiori nefandezze – potrebbe finalmente riposarsi un pochino.

Esattamente lo stesso con l’identità sarda (qualunque cosa possa mai essere, perché in genere se ne parla senza neppure far finta di spiegare preliminarmente cosa sia) un bel simbolo per consentire a pochi e pittoreschi personaggi di ramazzare quattro soldi pubblici per un convegno, una riunione, una cena, una posizione da assessore comunale, da guardia civica, da guardiano di un museo, un posticino in una fondazione, in un ufficio ricerche, un contributino per la pubblicazione di un librettino… bricioline.

Diciamocelo: almeno il crocifisso (o la Padania) è una questione seria, da potere vero e miliardi veri: il crocifisso indipendentista no, robetta da quattro soldi e, forse proprio per questo, particolarmente fastidiosa, sa di minestrone mentre gli altri mangiano bottarga…

 

PS – Segnalo che il libro è disponibile in versione e-book alla modica cifra di 5,99€.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Sergio Luzzatto – Il crocifisso di stato – Einaudi (2011)

 

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