L’ITALIANO DI STIGLITZ (E DI MADAU)

di Gabriele Ainis

 

Uno dei tre lettori istituzionali del bLLog, mi invia una mail piuttosto articolata che mi permetto di rendere in breve: Ainis, ho provato a leggere l’articolo di Stiglitz su “Il Manifesto Sardo”; perché non gli dici di scrivere in Italiano?

L’articolo in questione l’ho letto anch’io (assieme a tutto Il Manifesto, come del resto faccio di norma) e devo rispondere due cose: la prima, che non vedo per quale motivo si chieda proprio a me di agire nei confronti del dr Stiglitz (perché dovrebbe ascoltarmi?); la seconda, che l’articolo è scritto in italiano (come tutto ciò che mi è accaduto di leggere, scritto da lui). Naturalmente, non è l’italiano che userebbe in pizzeria, a meno di voler mangiare una vertenzialità al posto di una quattro stagioni, però rientra a pieno diritto in una delle tante varianti gergali che i tecnici hanno il vezzo di adoperare quando parlano all’interno del proprio clan: io la chiamo, impropriamente, la sindrome della cravatta. Intendo con questo l’abitudine, del tutto legittima, di indossare la cravatta e l’abito formale alle riunioni del Rotay Club (avrei preferito citare la sindrome del grembiulino riferendomi ai Massoni, ma, onestamente, ho paura di nominarli e infatti non ne scrivo mai). A nessun adepto (mi scuseranno i rotariani per la definizione) verrebbe mai in mente di recarsi alle riunioni conviviali con una polo e le scarpe da tennis, non per via di una proibizione esplicita, quanto perché significherebbe emarginarsi tout court dal contesto, rendendosi irriconoscibili.

L’articolo di cui parliamo, infatti, parla di intellettuali e parrebbe rivolto essenzialmente a questi, ragion per cui non dovrebbe stupire che sia scritto in intellettualese, ovvero, detto in poco, se Stigliz và in pizzeria mangia una quattro stagioni, se scrive di intellettuali su Il Manifesto mangia una vertenzialità.

Non dubito che il mittente della mail l’abbia compreso, sono io che faccio finta di non aver capito, però è un modo sommesso per dargli torto: non mi pare sia il caso di dare addosso a Stiglitz per un peccato veniale quale l’uso (proprio) dell’intellettualese. D’altro canto mi trovo completamente d’accordo con lui (il mittente della mail) quando, ironicamente, manifesta tutto il proprio disappunto per il mondo intellettuale isolano, il quale, nella migliore delle ipotesi, può essere definito mediocre ed autoreferenziale.

Del resto, sebbene ben nascosto nelle pieghe delle vertenzialità, è un po’ ciò che dice lo stesso Stiglitz e non per la prima volta. Ci si lamenta della pochezza dei fondi dedicati alla cultura, dell’uso improprio che ne facciamo, dello stato miserevole dei luoghi ed istituzioni ad essa dedicati. Su questo non si può che essere d’accordo, qualunque sia la lingua che si adopera per esprimere i concetti. Al massimo si potrà obiettare che l’estensore dell’articolo mostra poco mordente, poca vis polemica, quando, fin dall’inizio, definisce “intellettuali” i ventisette partecipanti alla riunione di Seneghe.

Siamo chiari: chi sarebbero questi “intellettuali” che si prendono la briga di porre cinque (desolatamente banali) domande ai sardi, salvo accordarsi per rivedersi in breve e darsi le risposte: forse aspiranti partecipanti alla trasmissione di Marzullo? Si portano avanti col lavoro prevedendo che il famoso “intellettuale” della RAI si esibirà con loro nel pezzo forte della sua annosa carriera di intervistatore?

Perché, a dirla tutta, nel novero della trentina scarsa ci sono menti del calibro di Pintore, quello che preferisce l’autonomia al pane e Michela Murgia, quella che dichiara pubblicamente perché voterebbe Ornella Demuru, passando per una lunga lista di “scrittori” e “storici” che farebbe passare il latte alle puerpere. È pur vero che Stiglitz, sommessamente, critica questi signori (e signore) ma in modo talmente velato che anche Madau, presentando al solito il numero del giornale, definisce l’intervento “sofferto”, seppur critico, trattenendosi anch’egli, tuttavia, dal dire ciò che andrebbe detto: se quelli sono intellettuali, meglio dedicarsi all’allevamento della tremuligia!

Ecco, se un appunto si vuol fare a Stiglitz (ma poi dirò perché in realtà non si dovrebbe) è quello di poca veemenza oppure, in alternativa, di un linguaggio troppo raffinato perché essa appaia a noi, poveri meccanici (o artigiani).

Personalmente, a me Stiglitz garba parecchio com’è, perché un signore (seppure non “professore”, mi verrebbe da dire per fortuna) non può evitare di esserlo sempre, anche quando tenta di interloquire con cialtroni che lo insultano sfruttando bassamente la sua onestà intellettuale.

In definitiva, se non si fosse capito, sarei d’accordo con lui, con la differenza che io mangio la pizza margherita e non la vertenzialità (che mi resta sempre sullo stomaco) quindi non ci si può stupire se mi sganascio dalle risate alla definizione di “intellettuali” per gran parte della Dieta di Seneghe: io l’onestà intellettuale non so neppure dove stia di casa.

Loro, invece, che mangiano la vertenzialità…

A parte l’autorappresentazione di gruppo, la definizione degli intellettuali e delle produzioni culturali ci appare davvero debole, tautologica, e soprattutto vecchia […]

Decrepita, piuttosto! Il che detto per una giovane e valida scrittrice come Michela Murgia si capisce benissimo, anche a costo di mangiare una vertenzialità al posto di una pizza!

 

gabriele.ainis.@virgilio.it

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