ROMA È MAI CADUTA? ASCESA E DECLINO DELLA MUCCA ROMANA

di Desi Satta

 

 

In realtà il titolo di questo bel libro di Ward-Perkins è un altro: La caduta di Roma e la fine della civiltà, il che la dice lunga sull’impostazione del saggio che tratta, per l’appunto, della fine dell’impero romano d’occidente. L’autore è un accademico DOP, professore di storia ad Oxford, però anche nato e cresciuto a Roma, figlio di un archeologo: secondo me, il libro riflette tutto ciò.

Saggi sulla crisi e caduta di Roma ce ne sono a bizzeffe, si và dai tomi ponderosi – e inaccessibili ai più – alle vere e proprie sciocchezze, tipo il piombo nelle condutture causa di saturnismo.

Questo, rara avis, coniuga un approccio rigorosissimo alla documentazione disponibile con un impianto e una scrittura fruibili anche da un pubblico di non specialisti (senza dimenticare un pizzico di humor a mezza strada tra Roma e Oxford). Insomma un saggio che non esito a definire godibilissimo.

Quale sia l’impostazione generale lo si capisce dal titolo (vero): un’interpretazione che rivaluta la tesi, attualmente minoritaria, di una transizione brutale tra mondo romano e post-romano in occidente, con conseguenti gravi ripercussioni sui livelli di vita delle popolazioni e, più in generale, sul livello di civiltà. Tanto per esemplificare il concetto, ricompare la categoria dei secoli bui!

Ecco cosa c’entrano l’ascesa e il declino della mucca romana: ho ripreso la didascalia di una figura (a pag 177) che esemplifica l’andamento delle dimensioni degli animali da allevamento dall’età del ferro (115,5 cm di altezza) all’epoca romana (120 cm) al primo medioevo (112 cm). A parte la finezza del 115,5 cm (l’uso di una cifra decimale in questo caso è una fesseria palese per chi si occupa di sperimentazione)(*) tutto il saggio è basato su analisi precise e puntuali dei dati storici ed archeologici disponibili, i quali, secondo l’autore, dimostrerebbero, con buona evidenza, come la fine dell’impero d’occidente non fu una transizione graduale tra mondi differenti, stili di vita alternativi, culture in ascesa a sostituirne altre decadenti, quanto una cesura brusca imposta dal crollo rovinoso di un mondo seguita da un faticoso adattamento ad un altro, più povero e culturalmente depresso: una catastrofe, un ritorno a stili di vita, benessere e cultura non dissimili dal periodo protostorico o preistorico.

Poiché l’autore è uno storico di vaglia, l’ampiezza(**) e l’analisi dei dati appaiono particolarmente convincenti, rivolgendosi, tra l’altro, ad aspetti tradizionalmente lasciati in secondo piano nella prassi dei lavori dedicati a questo tema, come per l’appunto l’attenzione alla vita quotidiana: la qualità del bestiame, la diffusione dei beni di consumo di bassa gamma (ma con un elevato rapporto costo/qualità) la tipologia, comfort e ricchezza delle abitazioni, la diffusione della monetazione spicciola e della scrittura negli stati medio bassi della società.

Ecco, dunque, che si prospetta il brusco cambiamento che taglia le vie di comunicazione commerciale romane capaci di trasportare a costi contenuti beni di consumo industriali di uso comune (la terracotta da tavola, ad esempio, o le tegole per i tetti) così come derrate alimentari a basso costo provenienti anche da lunghe distanze. Si modifica insomma la complessità del mondo romano con una contrazione che riduce inevitabilmente lo spazio destinato al sovrappiù oltre il limite di sussistenza e pertanto, più in generale, ciò che chiamiamo convenzionalmente cultura e civiltà. Nella fine dell’impero d’occidente, furono coinvolti tutti, dagli strati più ricchi a quelli intermedi e più poveri: la società nel suo complesso e la civiltà che essa rappresentava.

Da storico, l’autore si pone il problema dell’influenza del sentire comune di oggi sull’interpretazione del passato (chissà perché in questi casi mi viene sempre in mente Canfora!) ed è proprio per questo che si domanda se non sia il caso di finirla con il voler considerare a tutti i costi come un espressione di evoluzione verso il futuro, quel poco di civiltà che avanzò nell’alto medioevo dopo la caduta di Roma, piuttosto che una chiara ed inequivocabile involuzione. Ad essere sincera, mi ha ricordato le stupidaggini revansciste attuali quando si parla di celti, presentati come alternativa al modo romano, come se non fosse palese a tutti l’enorme divario culturale e dunque l’impraticabilità del raffronto!

Che si sia d’accordo o meno con l’autore, comunque, un saggio imperdibile, senza dimenticare due piccole osservazioni finali.

La prima, seria, riguarda le righe conclusive: Prima della caduta di Roma, i Romani erano sicuri quanto noi oggi che il loro mondo sarebbe continuato per sempre senza sostanziali mutamenti. Si sbagliavano. Noi saremmo saggi a non imitare la loro sicumera. Ciò mi pare molto appropriato alla situazione attuale del mondo, soprattutto dell’ occidente e, restringendo alla realtà minima della nostra isola, al nostro quotidiano di sardi. Di fronte ad uomini politici che impiegano il tempo a presentare interrogazioni parlamentari sugli archeologi rei di nascondere i cocci, o vedendo ricercatrici universitarie che giocano alla lettura delle cancellate, ci sarebbe da domandarsi quanto siamo saggi e se non sarebbe il caso di dedicarci di nuovo alla pratica della politica senza farci prendere dallo sconforto. La lettura di un saggio storico potrebbe servire anche a questo, ad imparare la lezione.

La seconda, altrettanto seria ma meno seriosa, riguarda la piccola appendice (cinque paginette scarse) intitolata: Dai cocci alle persone. Da insegnante, e praticante dell’archeologia, l’autore si pone il problema di far digerire la tediosità dell’analisi dei reperti fittili in nome della vastità della fonte di informazioni che essi rappresentano: La ceramica sarà noiosa da scavare e da sistemare, oltre a non risultare molto avvincente per un lettore, ma è una vera miniera di informazioni.

Era da tempo che non spendevo 10,50 € così volentieri!

 

desi.satta2@virgilio.it

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B. Ward-Perkins – La caduta di Roma e la fine della civiltà – Editori Laterza (2010)

 

(*) per chi decidesse di leggere il saggio, raccomando a tale proposito la lettura della nota 6 al cap VII; si apprezzerà la cura con la quale l’autore circoscrive la validità delle proprie affermazioni; ci sarebbe anche da notare che Ward-Perkins potrebbe anche avere ragione!

(**) per essere chiari, sono 230 pagine di testo, 30 pagine tra note e bibliografia (molto attuale, se si considera che l’edizione italiana, del 2010, è stata ripresa dall’autore nel 2007; l’edizione originale in inglese è del 2005)

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Una risposta a ROMA È MAI CADUTA? ASCESA E DECLINO DELLA MUCCA ROMANA

  1. sisaia ha detto:

    Mi incuriosisce. Alla prima occasione, spulcerò la bibliografia, e nel caso, arrischierò i dieci Euro e cinquanta.

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