LA SARDEGNA AI SARDI… MA QUALI? UN ALTRO PRIMATO DEL QUALE ANDARE ORGOGLIOSI

di Gabriele Ainis

 

Il risultato del terremoto demografico, sarà l’età dei vecchi (1)

 

Per me, assistere alle reazioni per l’arrivo dei migranti africani è stato un avvenimento particolarmente triste, come italiano e soprattutto come sardo. Considerando che ci sono più sardi al di fuori dell’isola che residenti, noi siamo attualmente un popolo di migranti che, a casa propria, fa mostra di odiarli, rinverdendo tra l’altro miti razzisti che dovrebbero far riflettere (e spaventare!).

Capisco che in molti non sappiano distinguere tra realtà e propaganda, come spiegare altrimenti la paura per qualche decina di migliaia di migranti di fronte ad un paese che si vanta di detenere la sesta economia del mondo, per di più integrato nel più vasto mercato che si conosca, tuttavia mi sconcerta la qualità della reazione, quel voler prima di tutto rimarcare il possesso del luogo nel quale viviamo: l’Italia agli italiani e, per la proprietà transitiva delle idiozie, la Sardegna ai sardi!

Bene, e chi sarebbero questi sardi che dovrebbero possedere l’isola?

Ce lo dice Fred Pearce in un saggio molto gradevole che analizza le dinamiche demografiche mondiali: i sardi del futuro, non troppo remoto, spariranno oppure saranno integrati in quei migranti che oggi temiamo.

Nel 1960, mezzo secolo fa, le donne sarde generavano in media 3,5 figli ciascuna ed era il tasso di natalità più elevato del paese. Attualmente, il meridione genera meno figli del settentrione e le donne sarde ne generano in media 1,1, il valore più basso del panorama nazionale (che si assesta a 1,3; comunque al di sotto della media di mantenimento). Non c’è dubbio che ai sardi piaccia primeggiare!

Al di là dei motivi, dei perché, di cui si potrebbe parlare a lungo: ci rendiamo conto di cosa significhi? Vuol dire che mentre in passato abbiamo avuto il problema di mettere da qualche parte i troppi figli, innescando il fenomeno dell’emigrazione che ci ha portato alla condizione di popolo migrante, attualmente dobbiamo necessariamente importarne per non correre il rischio di svuotare l’isola. Altro che la Sardegna ai sardi: andando avanti di questo passo non ci saranno sardi che possano possederla!

Non sfuggirà un altro aspetto bizzarro, che Pearce non prende in considerazione perché esula dagli scopi del saggio e soprattutto per il buon motivo che non ci conosce: nonostante la carenza di nuovi nati, il fenomeno migratorio sardo appare in aumento ed è frenato, per ora, solamente da due fattori.

Il primo, l’assistenzialismo. Se non ci fossero interventi pubblici per foraggiare l’economia disastrosa della nostra regione, il comparto produttivo sarebbe da tempo andato definitivamente a donne perdute (né ciò che viene previsto attualmente ha qualche probabilità di porre rimedio alla situazione).

Il secondo, il nuovo assetto sociale che permette ai “giovani” (soprattutto maschietti) di restare attaccati alla gonna di mammà, senza la necessità di impostare una vita autonoma che non potrebbero permettersi, se non a costi assai elevati (ad esempio dovrebbero lavorare!). È per questo motivo che, anche in Sardegna, abbiamo un gran numero di immigrati che svolgono mestieri poco ambiti dai nostri ragazzi, ed è precisamente il senso di una regione che vive la situazione schizofrenica dell’avere aspettative europee con un’economia da terzo mondo! Per ora viviamo di rendita (pubblica) poi si vedrà.

Non illudiamoci: le difficoltà grandi nelle quali viviamo – e le enormi verso cui ci muoviamo – generano tutt’altro che tolleranza e predisposizione ad una visione positiva del mondo, come dimostra l’avanzata dei nuovi razzismi e delle nuove intolleranze che prendono piede in Europa… e in Sardegna! Ci stiamo esaurendo, diventiamo più poveri, più vecchi ed è per questo che ci muoviamo verso ottiche razziste.

In tutto questo, cosa abbiamo all’ordine del giorno della nostra politica? Per la verità non saprei dire con precisione, non perché non mi voglia tenere informato, quanto per il motivo che, vista da una certa distanza, i’isola appare curiosamente agitata da problematiche prive di senso.

Quali? La prima che mi viene in mente è l’indipendentismo. Un’isola priva di risorse che non siano spiagge in via di rapida cementificazione, priva della capacità di attirare investimenti che non siano, ancora una volta, legati al mattone, priva di comparti produttivi dignitosi (ce ne fosse uno promettente!) dovrebbe, secondo alcuni, fare da sé, perché tutti i problemi deriverebbero dallo sfruttamento di un governo centrale famelico e affossatore della nostra splendida capacità di diventare tutti ricchi! Se non ci fosse Roma, potremmo vivere di rendita parlando di nuraghi, Atlantide, scrittura nuragica, sherdanu e genesi delle urine, perché tanto qualcuno provvederebbe, con un tocco di bacchetta magica, ad accreditarci un lauto stipendio sul conto corrente.

È pur vero che tanti, tra coloro che vorrebbero Sa Repubrica, fanno parte di questa categoria: sono personaggi che in vita loro non hanno mai visto un posto di lavoro che non sia pubblico, sicuro, generatore di scemenze perché si ha tempo a sufficienza per discuterne, visto che comunque lo stipendio arriva. Ma si rendono conto, costoro, che un apparato pubblico erogatore di stipendi necessita di un flusso fiscale generato da attività produttive? E se ne rendono conto coloro che li votano? Oppure sognano un’isola fatta di posti pubblici?

Un altro? Sa limba! Quale altro luogo al mondo, di fronte all’attuale disastro del sistema produttivo, pone all’ordine del giorno un problema così manifestamente secondario di fronte alla prospettiva di un imminente tracollo economico? Come ha dimostrato l’ultima contingenza economica mondiale – e come da tempo insegnano coloro che si occupano di sistemi complessi (caotici) – le situazioni di crisi non si annunciano per tempo, accadono improvvisamente e sono spesso traumatiche. Basterebbe guardare agli stravaganti bilanci regionali per rendersi conto come il giorno che Moratti decidesse di portare altrove la SARAS (e non è detto che non lo faccia, la Spagna potrebbe essere una meta interessante) ciò causerebbe un terremoto enorme nell’economia isolana. Qualcuno si rende conto del potere insito nella possibilità di poter operare una simile scelta?

Ma si possono vedere anche altri aspetti in negativo: perché, ad esempio, non si parla di natalità? C’è un solo uomo politico o “intellettuale” che se ne preoccupi? I sardi, residenti, sono una specie in via di estinzione: piaccia o meno, è un dato di fatto che presuppone la nostra scomparsa qualora la tendenza non venga modificata: niente più sherdanu gloriosi alla conquista del mondo… che destino orrendo!

Nel frattempo: Atlantide, limba, Indipendentzia… e naturalmente richieste di soldi per il pecorino che non si vende, per industrie decotte che nessun paese sensato terrebbe in piedi e per le parrocchiette dei furbetti che si inventano qualunque cosa pur di ramazzare due lenticchie…Nur.At docet!

Che le donne sarde abbiano smesso di far figli perché cominciano a vergognarsi dei risultati?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(1) F. Pearce, Il pianeta del futuro: dal baby boom al crollo demografico – Bruno Mondadori (2010)

 

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