IS CROCHEDDAS E IL REGNO DELLE DUE SARDEGNE

di Gabriele Ainis

 

Carlo è un caro amico, lavora come operaio specializzato in una piccola azienda metalmeccanica di queste parti e, nonostante abbia speso la vita in Piemonte e non in Sardegna, si sente un libero cittadino della Baronia (da non confondere con la Barbagia please). Di lui, posso citare una battuta micidiale: In italiano si dice malloreddus, ma noi li chiamiamo poddigheddos!

Uno così, che ha sulle spalle una storia come tante altre – e per questo così unica, tra emigrazione e nostalgia – potrebbe essere il protagonista di un bel romanzo, anzi di un romanzo bello, che non è lo stesso. Invece in Italia i romanzi belli non si scrivono più, lasciamo che a farlo siano i tedeschi, i sudamericani, qualche francese, parecchi israeliani (comprendendo gli americani alla Roth, per intenderci). Per non parlare della Sardegna, poverina, ridotta a masticare sempre lo stesso pezzo di radice di regolizia da decenni, priva com’è di uno straccio di scrittore capace di raccontarla. Magari quella moderna, di oggi, ma noi siamo sempre i Mamuthones e i pastori, il ballo tondo e la bottarga (che adesso sarebbe africana, però fa lo stesso).

Carlo, ad esempio, lavora all’inizio di una catena produttiva complicata – di cui non dirò nulla perché non è importante – e ha la possibilità di battezzare i pezzi in produzione con i nomignoli che li caratterizzerà nella storia aziendale. Per chi lavora nel settore della meccanica a disegno, è una prassi consolidata. Nel Bresciano, ad esempio, c’era la consuetudine di chiamare Vuoti a Perdere i bossoli, in modo da stemperare la consapevolezza di vivere sulla morte altrui, un modo per far finta di nulla.

Non è per questo che Carlo battezza i pezzi, lo fa per motivi di privacy aziendale, ma è una buona fonte di aneddoti. Ultimamente, gli è venuto da chiamare Is Crocheddas alcuni componenti di ignoto utilizzo (accade spesso che si lavorino particolari il cui uso sia assolutamente sconosciuto). Il nome ha attecchito, ed ora nell’ufficio tecnico li chiamano così, anche se i disegnatori, i preventivisti, i venditori sono tutti piemontesi e parlano spesso e volentieri nel proprio dialetto. Sentirli è bizzarro, anche perché i nomignoli dei pezzi sono peggio dei virus: quando il corredo genetico è valido, fanno presa con facilità e si diffondono peggio della peste bubbonica. Sono certo che tra breve anche il cliente li chiamerà così.

Quindi avremo un pezzo padano di ignota progettazione (ignota per me, ovviamente) che sopporterà un nome tutto sardo e viaggerà giulivo da cliente a cliente fino a far parte, infine, di una non meglio specificata macchina più o meno complessa. In un indefinito futuro, è probabile che parlando di pezzi di ricambio, committente e fornitore parleranno grossomodo così:

«Mi mandi cinquecento crocheddas? Quelle a disegno n° xyz».

«Sono urgenti? Perché devo attrezzare la macchina».

«No, però devi farmi uno sconto cinque».

«Sei matto? Sulle crocheddas non ci guadagniamo un cazzo: proprio non posso!»

Borges, se fosse stato Padano, o Sardo, ci avrebbe scritto sopra un romanzo dolcemente surreale in cui sciogliere la propria fantasia. Così come l’avrebbe intrigato il mio amico che, interrogato sull’opportunità di festeggiare il 17 marzo, ha asserito di non essere interessato perché sardo (della Baronia, non della Barbagia, si prenda nota!) e non italiano. Sebbene siano stati i sardi a fare l’Italia, dal Regno delle due Sardegne in poi!

E invece Carlo non lo racconta nessuno, perché è sardo e i sardi non interessano ai sardi né, ovviamente, a tutti gli altri, visto che nessuno li vede. Ci vorrebbe il Busi ispirato di Celestino Lometto (eccezione che conferma la regola della totale assenza di scrittori italiani) e invece noi continuiamo ad oscillare tra le fantasticherie alla Liala e l’arcaicità, vera o falsa che sia, il più delle volte del tutto tarocca.

Come avviene per le donne, peggiori nemiche di sé stesse, nessuno più d’un Sardo è avversario dei Sardi. Chi altri se non noi stessi continuiamo a chiamarci fuori dallo stereotipo della mastruca facendo in modo di tramandarla nel futuro? Chi altri se non gli idioti propalatori delle immani fesserie shardanike continuano a sfruttare l’icona dell’isolamento montanaro e pastorale per far finta di contrastarla? E chi altri se non i nostri scrittori si rifiutano pervicacemente di aggrapparsi alla realtà di oggi per tuffarsi nelle storielline dele passato che fanno tanto “buon selvaggio” per i turisti estivi da una bottarella e via?

Noi siamo i primi a voltarci altrove quando vediamo uno specchio, anzi neppure ne abbiamo uno, non si capisce se per paura di vedere come siamo fatti, per pigrizia o interesse.

Opterei per la prima, almeno nella maggior parte dei casi. In fondo non c‘è nulla di maggiormente consolante del ritenersi belli perché non c’è modo di dare un’occhiata al nostro muso, annuendo con convinzione quando qualche bizzarro e tristo figuro ci descrive eroici, sfortunati e bistrattati dal fato e dalla storia, scritta sempre fa qualcun altro.

Intellettuali (ma che diamine sarebbero?) e cialtroni e ciarlatani e altro: preferisco Carlo, con le sue crocheddas e il Regno delle Due Sardegne! Almeno lui è vivo, ma soprattutto è un sardo: quelli raccontati dagli stereotipi non siamo noi, non più di quanto i Dogon siano quelli dei depliant pubblicitari! Sarà un caso, se Orotelli si gemella col Benin?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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