GIGGI RRIVA E I CALCI AL PECORINO SARDO

di Gabriele Ainis

 

Lunedì sette marzo 2011: GiGGi RRiva, dalle colonne de La Stampa di Torino, ci parla dei pastori sardi. Che abbia deciso di lanciare un nuovo sport sostituendo il pallone con una piscedda ‘e casu? Io ce lo vedo, Rombo di Tuono, appoggiare delicatamente la forma sul dischetto del rigore e poi assestare una randellata da bruciare le mani a qualunque portiere, lasciandolo con una fetta di pecorino (arrostito) in mano e i pantaloncini abbassati alle caviglie.

E invece no: tutta la pagina 18 del giornale è affidata all’abile (sic!) penna di tal Giovanni Cerruti (inviato a Siliqua, pare) che contorna con due articoli sulla protesta dei pastori la pubblicità dell’ottantunesimo salone dell’auto (Ginevra). Come dire: non possiamo lasciare la pagina in bianco attorno alla locandina del salone dell’auto, quindi ci mettiamo un articolo sui pastori sardi!

Si dirà: che c’azzecca Riva (ah, Di Pietro!) con i pastori?

Un accidente di niente! Chiedere a Riva dei pastori (con tutto il rispetto per il GiGGi nazionale) equivale a parlare di problemi economici al Bar Sport. Se si parla di quote latte (di vacca) si intervista Zaja, se si parla di latte di pecora si chiedono lumi a Riva!

E infatti il poverino, che riscuote tutta la mia simpatia, sia ben chiaro, si abbarbica allo stereotipo del sardo vero che non può essere altro che pastore, mica come quelli della costa che sardi,a quanto pare, non sono. C’è anche da dire che la domanda non è tra le più intelligenti [leggere per credere: Domanda, I pastori dicono di essere il simbolo della storia e della cultura sarda (1)] però è davvero il giornalismo che scade a livelli infimi: se “il” Cerruti (che purtroppo non si chiama Gino e quindi non è, evidentemente, un Drago) intervista tal Gianni (immagino Secci, ma non ne sono certo) e poi Riva, significa che della pastorizia sarda non ne sa un accidente! Esattamente come richiesto dal direttore del giornale che non sapeva come riempire il vuoto della pagina 18!

Se poi si dice che dei pastori sardi non impipa un fico a nessuno, è perfettamente vero. Non al governo locale, che ha ben altro cui pensare, dai tribunali in poi, passando per le beghe interne. Non a quello nazionale: perché la Lega dovrebbe pensare alle nostre pecore? Ma neppure ai pastori, perché non si può pensare di dire che siccome si buttano a piene mani i quattrini dentro le stalle, allora lo si può gettare benissimo dentro gli ovili! Non è riduttivo: è completamente idiota! Sarebbe come mettere in bocca alla Lega la risposta ovvia: Il Nord produce la ricchezza del paese e noi la mettiamo dove ci pare, anche nel letame delle mucche. Volete mettere i soldi nella cacca delle pecore? Metteteci i soldi sardi!

Peccato che ho dei forti dubbi che i sardi (non direttamente coinvolti nella pastorizia) abbiano intenzione di avvallare le richieste dei pastori. Proviamo a lanciare un sondaggio? Secondo me la maggior parte di noi direbbe, a ragione, che non ha intenzione di regalare soldi a chi lavora solo ed esclusivamente in perdita per il solo gusto di perpetuare il culto (surreale) del Vero Sardo!

Buttiamo la pastorizia nel cesso?

Premessa: se non si trova il modo di dare un senso all’attività agropastorale, un senso dignitoso che non sia “I Veri Sardi siamo noi!” e basta, oppure “Date i soldi anche alle pecore e non solo alle vacche!”, finirà nel cesso per forza, con l’aiuto fondamentale dei pastori e delle pecore portate a sfilare per le vie d’Europa (mai pensato di organizzare un charter ovino Borore-Bruxelles?).

Ciò detto, c’è da rimboccarsi le maniche e chiedersi, come farebbe qualunque uomo politico o intellettuale degno di chiamarsi tale, come si possa intervenire a sostegno della pastorizia in modo da portarla a competere sul mercato. Qualcuno ne parla? Intendo ne parla seriamente? A destra, sinistra, centro, centro sinistra, sinistra centrale, centro destrorso, sinistra mancina, mancia destreggiante, tangente incombente?

Ad esempio: possibile che ci siano davvero dei cretini convinti che abbia senso buttare nel cesso i soldi dei sardi dietro alle fantasie su Atlantide e non ci si chieda se gli stessi soldi non possano essere meglio impiegati per attivare meccanismi di supporto che non siano solamente le elemosine annuali?

Qualcuno si è mai accorto che stiamo parlando di un comparto produttivo i cui problemi dovrebbero essere affrontati “investendo” nella direzione corretta e non “sostenendo” una situazione in perdita secca?

No, direi proprio di no.

Almeno Bustianu Cumpostu ci mette del suo: morde! Altro non potrebbe fare perché, se fosse per lui, andrebbe a New York a vendere il pecorino parlando in Limba e gli interpreti scarseggiano, ma non è che gli altri, tutti, siano più svegli di lui!

Insomma, diciamola in modo diverso: supponiamo che passi il concetto che i pastori vadano retribuiti con soldi pubblici (di questo parliamo e questo chiedono); chi impedirebbe a ciascuno di noi di prendere mille pecore OGM lunghe cinque centimetri (le ho inventate io, sto per brevettarlel!)(2) tenerle in soggiorno e chiedere i contributi pubblici? Davvero possiamo pensare che questo sia il metodo corretto di difendere la pastorizia?

Spero che i pastori si rendano conto che si stanno suicidando e, nello stesso modo, confido nel fatto che qualcuno di loro (ma chi altri dovrebbe pensarci se non loro stessi?) si ponga il problema del mercato, come fare ad aggredirlo e quale sostegni chiedere (questi sì, finalmente legittimi) per essere aiutati. Su questa base, potrebbe anche darsi che i sardi, tutti, anche Riva, possano essere d’accordo.

Infine: ma Gianni Cerruti doveva andare proprio a Siliqua? Per scrivere le stesse sciocchezze sarebbe potuto andare in Riviera a mangiare la fainè con un bianchino fresco, intervistare un camallo ed ottenere lo stesso risultato: riempire lo spazio libero attorno alla pubblicità di pag 18. In tanti gliene saremmo stati grati!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(1) Tra l’altro c’è pure un refuso: sarda è diventato sarada!

(2) Ho brevettato anche le mucche da salotto; sono tornate utili nel periodo i cui gli allevatori valdostani vivevano di contributi pubblici elargiti proporzionalmente alla consistenza del parco vacche. Un vero successo!

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