DOVE?? A ORIENTE DI SUMER!

di Desi Satta

 

Questo delizioso libricino risponde alle suggestioni di chi, come me, ha sentito parlare per la prima volta di Mohenjo Daro ed Harappa da quel furbacchione di Peter Kolosimo. A dire il vero, le sciocchezze che scriveva lui sulle civiltà protostoriche dell’Indo sono ancora le stesse che, ancora adesso, imperano nel variegato quanto monotono mondo dei cultori dei misteri e dei complotti internazionali, quelli che i perfidi archeologi architettano con l’intento di celare la vera storia. Certo, Peter non si occupava degli Sherdanu, non saprei dire se per fortuna o no, ma di misteri sì, tanto da convincere un editore a pubblicare un periodico chiamato addirittura PK (le sue iniziali) che chiuse misteriosamente dopo pochi numeri, forse per un complotto della CIA.

Per la verità, noi appassionati di archeologia (tanto appassionati quanto ignoranti) siamo felici quando compaiono saggi come questo, scritti in un linguaggio accessibile – per quanto rigoroso – che compendiano risultati archeologici tenuti al di fuori dei circuiti dei media, solitamente attenti a tematiche più appetibili: le piramidi, l’Egitto, le mummie, le civiltà precolombiane. Anche nei saggi divulgativi di migliore fattura, infatti, il panorama ad oriente di Sumer appare generalmente come un buco nero, descritto esclusivamente alla luce di ciò che i Sumeri ci hanno raccontato, ovvero poco più che nomi, con il risultato che si finisce per considerare Sumer una specie di isola lussureggiante circondata da un oceano indefinito di totale incultura, un unicum di difficile comprensione.

A Oriente di Sumer, si pone il problema di contestualizzare la splendida civiltà sumera in un panorama più ragionevole, utilizzando risultati recenti (e recentissimi) riguardanti l’archeologia dell’Asia meridionale, area in cui l’attività archeologica ha visto uno sviluppo assai più limitato rispetto alle grandi campagne di scavo del secolo scorso, dedicate alla Mesopotamia, Anatolia, Medio Oriente.

Come primo risultato, peraltro scontato, si comprende per quale motivo l’amico Peter si sia interessato alle civiltà dell’Indo, ricoprendole di ufologico mistero. A quei tempi, infatti, siti come MohenJo Daro e Harappa apparivano isolati e incomprensibili poiché non classificabili in un quadro temporale e geografico sufficientemente indagato. Quindi terreno ideale per gli amanti dei misteri, coloro che di fronte alla mancanza di dati, si aggrappano agli UFO e alle verità nascoste dagli archeologi ufficiali!

Vidale, senza sconvolgere il quadro storico-archeologico, puntualizza il ruolo di Sumer, riducendolo al tassello di un mosaico più ampio di culture e civiltà, e assegnando (per quanto possibile) un senso geografico e storico a nomi che siamo abituati a considerare quantomeno nebulosi: Meluhha, Elam, Dilmun, Aratta.

Se allora resta valido l’assunto che i Sumeri possano essere considerati gli iniziatori di quel percorso che dalla transizione culturale neolitica portò verso il mondo occidentale odierno, ovvero i nostri progenitori, elaborando le forme di convivenza che troviamo ancora oggi validamente rappresentate nei nostri ordinamenti sociali, scopriamo tuttavia come altri popoli e culture fiorirono accanto a loro, seguendo percorsi simili, talvolta coronati da successo, talaltra abortiti. Quindi, non un incomprensibile (ma sì, diciamo misterioso) ed improvviso fiorire di una cultura isolata, bensì una delle tante, baciata dalla fortuna di aver imboccato una strada che diede frutti e lasciò un’eredità tanto importante da poterne apprezzare i frutti ancora adesso.

Argomento particolarmente interessante, le considerazioni sulla nascita ed evoluzione delle scritture, coniugate al plurale per dovere scientifico alla luce delle centinaia di testi ritrovati e oggi all’attenzione dei paleografi (no, non ci sono bronzi islamici medievali le cui ornamentazioni siano lette da un poverino come una scrittura arcana: parliamo di paleografi, non paleoGGrafi!).

Naturalmente, dell’autore si possono condividere o meno alcuni criteri posti a fondamento dei metodi interpretativi del dato archeologico, tuttavia non si può evitare di apprezzare la chiarezza della presa di posizione rispetto al neo-evoluzionismo: molto meglio leggere conclusioni derivate da uno schierarsi netto in favore di una determinata tesi, piuttosto che assistere ad un oscillare indeciso che porta generalmente a poca comprensibilità. In ogni caso, l’imponente apparato bibliografico consente, a chiunque desideri formarsi un proprio parere (e ne sia in grado), la possibilità di accedere alle fonti primarie.

In definitiva, una lettura assai raccomandabile per quanti siano interessati ad ampliare l’orizzonte dello sviluppo di Sumer, includendo le civiltà coeve dell’Asia meridionale. Sapendo di apparire particolarmente spocchiosa, sottolineo lo sforzo di sintesi del capitolo conclusivo, In cerca di un epilogo. Poco più di quindici pagine che valgono da sole il prezzo di copertina e riassumono lo sviluppo delle culture e civiltà considerate lungo due millenni ed oltre, portando all’attenzione del lettore le problematiche ancora aperte, ma anche i grandi limiti di interpretazioni prive di base sperimentale e derivate da letture ideologiche dei dati (una per tutte la questione ariana) che tardano a morire.

Dimenticavo: Astenersi cretini e perditempo: i nuraGGici evitino di sprecare i 16,00€.

 

desi. Satta2@virgilio.it

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Massimo Vidale – A Oriente di Sumer: Archeologia dei primi stati euroasiatici 4000-2000 a. C. – Carocci 2010

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