LA SARDEGNA E’ ITALIA? STIGLITZ SI INCATENA ALLA SELLA DEL DIAVOLO!

di Gabriele Ainis

 

Lunedì 28 febbraio 2010: sono le 08.34. Su Radio3 è in onda Prima Pagina, trasmissione in cui un giornalista, dopo aver commentato le prime pagine dei quotidiani, risponde in diretta alle domande degli ascoltatori.

La signora Maria, da Cagliari, spiccato accento della mia città, pone una domanda al giornalista di turno, Marcello Sorgi: Ma la Sardegna, è Italia o no?

Domanda intrigante. Se a rispondere fosse uno dei focosi, quanto inutili, indipendentisti nostrani, le direbbe di no. Poi si attarderebbe a sbrodolare luoghi comuni: dagli alberi ridotti in carbone per pagare le prostitute di Camillo Benso, ai tronchi di zinnibiri trasformati in traversine, passando per lo sfruttamento delle risorse minerarie. Insomma: no! No, e ancora no! La Sardegna non è l’Italia e noi sardi non abbiamo alcuna intenzione di essere italiani: va bene?

Peccato che il tema specifico della signora Maria sia lo scempio di Tuvixeddu e l’intenzione di coprire di cemento un bene che i millenni ci hanno trasmesso con una specie di piccolo miracolo, visto che la mania di vendere la nostra isola a chili è secolare e tutt’altro che imposta dai Continentali (Selling Island by the Pound, avrebbe detto Peter Gabriel).

Maria si chiede: possibile che per un muro che crolla a Pompei si muova mezzo mondo, mentre il voler trasformare una necropoli punica (non si offendano gli esperti per la semplificazione) di enorme interesse, vale meno di un trafiletto in terza? Perché nessuno ne parla?

Il giornalista, bravino, che lavora presso La Stampa, ovviamente non ha mai sentito parlare di Tuvixeddu, quindi, assai semplicemente, le risponde: cara signora, approfittiamo della trasmissione per dare pubblicità alla cosa; speriamo che nei prossimi giorni qualcuno ne parli; amen.

In realtà, nessuno ne parla a livello nazionale perché la faccenda interessa poco, per non dire nulla, a livello locale. A parte il povero Stiglitz, che potrebbe incatenarsi alla Sella del Diavolo e passare all’addiaccio qualche sparuto week end, sono in pochi a ritenere rilevante la protezione di un bene archeologico quale Tuvixeddu se, come contropartita, c’è la possibilità di riempire la saccoccia con un bel pacco di quattrini, edificando dei nuovi casermoni più o meno lussuosi.

Vogliamo forse negare la nostra propensione per il quattrino facile basato sul mattone? Sul cemento? Sull’asfalto? Davvero c’è qualcuno disposto a credere che i mattonari sardi non esistano e non stiano a cavallo di schieramenti politici e correnti?

Io ne conosco uno, di mattonaro; piccolo, piccolissimo, ma non per questo poco attivo, per non dire radioattivo, che, ai tempi belli di Bertinotti, votava Rifondazione Comunista essendo massone. Un bell’esempio di lungimiranza, no?

Ma veniamo alla signora Maria e alla pessima risposta del giornalista. Fossi stato al suo posto, pur non sapendo nulla di Tuvixeddu – e non è una mancanza grave – le avrei detto: cara signora, premesso che so poco di Sardegna e nulla di Tuvicomecavolosichiama, posso dirle com’è l’Italia. Un paese che cementifica sé stesso senza alcun riguardo da sud a nord, da est a ovest. Pertanto se anche la vostra bella isola ha deciso di ornarsi graziosamente di una maschera di bellezza costituita da cemento e tondino di ferro, allora direi proprio di sì: la Sardegna è certamente Italia!

Avrebbe avuto ragione da vendere!

Tuttavia, vorrei osservare questo piccolo fatto, la telefonata di Maria, da un diverso punto di vista. Io spero davvero che il dottor Stiglitz si esponga tanto da incatenarsi alla Sella del Diavolo, così come apprezzo le sue denunce, tuttavia mi aspetterei da lui qualcosa di differente e precisamente una risposta al seguente quesito: non sarà che gran parte dei sardi, magari tuonando in pubblico contro il mattone, ne sia poi segretamente innamorato quando gli fa comodo? Glielo chiedo in altro modo: ha mai osservato con occhio disincantato le nostre coste? Crede davvero che lo scempio sia opera dei soli mattonari istituzionali, oppure è anche responsabilità di ogni singolo poverino che si è dannato l’anima per innalzare quattro mattoni sulla sabbia sapendo che presto o tardi sarebbe arrivato uno dei tanti condoni?

Supponiamo che sia d’accordo con me: che non possiamo permetterci di accusare sempre e solo i cattivoni, i ricchi costruttori e i politici (che ci sono, ovviamente) ma nel mazzo ci siamo anche noi, piccoli sardi, innamorati dell’idea che siccome l’isola è nostra potremo bene tirare su la nostra piccola casetta dove ci pare. In tal caso: davvero sarebbe utile incatenarsi alla Sella del Diavolo per Tuvixeddu pensando di aver esaurito il proprio dovere, oppure non si dovrebbe argomentare, ogni tanto, sul nostro carattere isolano sempre alla ricerca di una buona scusa per dimenticare le responsabilità spicciole di ogni giorno?

Sì, lo ammetto, posto che Stiglitz legga queste poche righe, so che manifesterà un certo fastidio, perché me la prendo con gli intellettuali anziché con quelli che, cazzuola in mano, distruggono quanto possono.

Risposta: sì, è vero!

C’è un perché: non ho ancora trovato un intellettuale che si ponga il problema di farci vedere come siamo, che si interroghi sul nostro essere una comunità che distrugge la propria isola a chili, non solo a tonnellate, come avviene in Sicilia, in Calabria e su su fino al Veneto e al Piemonte, nessuno escluso.

Tutti si occupano, bene o male, assai più spesso male, di identità sarda. Vuoi vedere che nella nostra c’è una tara genetica e siamo non solo G6PDH carenti, ma anche C-amanti (con C che vuol dire ovviamente cemento)?

Ecco, mi piacerebbe che quanti hanno studiato ed usano l’intelletto (escludo noi, poveri manutengoli della meccanica) la piantassero di ignorare come siamo davvero, giustificando così il sentire comune che associa la responsabilità agli altri, che a volte non si sa neppure chi siano ma non fa nulla: se qualcosa và storto, un responsabile ci dovrà pur essere.

In definitiva sì, siamo italiani e per almeno due buoni motivi: ci vendiamo a chili tutti quanti e non abbiamo intellettuali che si prendano la briga di farcelo sapere. Al 17 di marzo saranno tre mezzi secoli: contenti?

 

PS – Mi scuserà il dottor Stiglitz se adopero il suo nome, però, sinceramente, devo fargli scontare il suo essere una persona seria: nella nostra Sardegna (e Italia) di oggi è una mancanza grave, quindi deve essere necessariamente sanzionata!

 

gabriele. ainis@virgilio.it

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2 risposte a LA SARDEGNA E’ ITALIA? STIGLITZ SI INCATENA ALLA SELLA DEL DIAVOLO!

  1. alfonso stiglitz ha detto:

    Gentile Gabriele,
    come vede il Consiglio di Stato ha avuto tenerezza per me e mi ha evitato azioni estreme, che alla mia età diventerebbero più patetiche che efficaci. A parte le battute, in realtà a livello nazionale c’è stato interessamento, penso all’attività giornalistica di Erbani su Repubblica o, a livello internazionale, le pagine dedicate dalla Sueddeutsche Zeitung. Altra cosa è l’ignoranza del giornalista de La Stampa, ma si sa che la Sardegna è poco nelle corde degli italiani, per un savoiardo poi siamo poco più che colonia.
    Quanto al mio pensiero, se ha avuto la bontà di seguirmi nei miei vari sproloqui in rete, sa che sono il primo a non credere alle divisioni manichee, palazzinari vs società civile, candida come la neve. Il disastro urbanistico dei nostri paesi sono frutto della volontà blocchettistica dei nostri concittadini, e gli intellettuali ne sono parte. Poi bisogna distinguere, non per categorie, ma per dati reali.
    Comunque sulla Sella del Diavolo ci vado per scavare il tempio di Astarte, come da anni stiamo facendo, divinità certamente più gradevole di molti nostri palazzinari e, devo dire, di molti intellettuali.
    Cordialmente
    Alfonso Stiglitz

  2. Gabriele Ainis ha detto:

    Gentile dr Stiglitz,
    speriamo Lei sia buon profeta e la sentenza cui si riferisce dirimente (in tanti ne dubitano). Su Tuvixeddu, resto nella convinzione che l’interesse sia scarso, prima di tutto a livello locale. Il povero Sorgi, che sarà pure un ignorante ma nei panni di un Savoiardo colonialista ce lo vedo poco, ha solo fatto il suo mestiere: ha detto a modo suo che non era una notizia, fatto incontestabile perché nemmeno a Cagliari c’è stata una sollevazione in difesa del nostro patrimonio archeologico.
    Che Lei non sia un manicheo, credo di averlo realizzato, non per nulla l’accuso di essere una persona seria, tuttavia è anche vero che nei suoi interventi si vede poco la critica verso le nostre abitudinacce: se anche le nota, le sottolinea pochino. Come dire, la trovo eccessivamente indulgente nei confronti delle nostre lamentazioni (e la battuta sul Savoiardo colonialista lo conferma).
    Per la Sua attività alla Sella del Diavolo, Le faccio i miei migliori auguri di buon lavoro, davvero. Si figuri che da ragazzino andavo a Calamosca a fare il bagno e mi incazzavo per le servitù militari, poi ho dovuto ringraziare il cielo perché, senza quelle, adesso avremmo la Sella del Cemento (guardi un po’ a che livello si arriva con l’età!).
    La saluto cordialmente,
    Gabriele Ainis

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