ScienZZa e PRRrocesso: quando un giudice si permette, a ragione, di insegnarci cosa sia la prima gestendo il secondo.

di Gabriele Ainis

 

A volte, da queste parti, ci capita di parlare di ScienZZa. Lo si fa perché la rete è piena di imbecilli (e ignoranti) che si illudono di sapere cosa sia. Ma anche di cialtroni che, occupati a ravanare nel torbido per la solita ciotola di pasta e ceci, non esitano a deriderla (la ScienZZa; di pasta e ceci si ingozzano). Tra i primi e i secondi non saprei chi scegliere…

Questo libro non si occupa di ScienZZa, o almeno non direttamente: racconta – ahimè con una scrittura neppure sufficiente – la storia di un PRRocesso, quello a carico di Giovanni Farina, imputato di concorso morale nell’omicidio dell’ispettore Donatoni.

Per chi non lo ricordasse, questi venne ucciso nel corso di uno scontro a fuoco avvenuto durante il sequestro Soffiantini, mentre si tentava la cattura di alcuni dei rapitori nel corso della consegna del riscatto. Donatoni apparteneva ai Nocs e morì di un unico colpo, sul campo.

La sua morte venne imputata a tal Mario Moro, componente della banda dei sequestratori, che l’avrebbe ucciso centrandolo con un Kalashnikov. Tale versione venne immediatamente diffusa dai media e pacificamente accettata da tutti. Moro venne successivamente intercettato e ferito in un conflitto a fuoco: le lesioni gli furono fatali e morì senza poter essere processato per l’omicidio.

Furono invece sottoposti a processo i complici, puntualmente condannati per concorso morale con sentenza passata in giudicato. Tutti fuorché Farina, fuggito in Australia e arrestato per l’incredibile leggerezza di aver tentato di entrare in quel paese con la valigia zeppa dei dollari del riscatto.

L’autore del libro, il giudice Almerighi, presidente del tribunale che giudicò Giovanni Farina in primo grado, ci racconta il bizzarro svolgimento del dibattimento e il modo in cui maturò la sentenza.

Quando riceve l’incarico di presiedere il processo, la sentenza appare scontata. Gli altri complici sono già stati giudicati per lo stesso reato e condannati in via definitiva, pertanto ci si attende la semplice conferma di fatti già assodati e una rapida conclusione. Per di più, fatto non secondario, si giudica in merito all’omicidio di uno stimato militare dei Nocs, persona integerrima e intransigente nella propria fedeltà alle istituzioni, quindi poco spazio ai cavilli.

Invece Almerighi, come dovrebbe fare ciascun giudice degno di tal nome, decide di valutare le prove come si vengono a creare nel processo, in quello che presiede, soprattutto nel considerare le perizie balistiche, quelle autoptiche e le metodiche di analisi scientifica della scena del delitto (no, non vi linko con gli Who che cantano la sigla di CSI; se mai leggerete il libro, capirete il perché) e il nocciolo della faccenda è proprio questo.

Durante le deposizioni dei periti, comincia a manifestarsi qualche dubbio. La versione di alcuni testi appare inconciliabile con i fatti accertati (la posizione del cadavere, il ritardo nei soccorsi) e le perizie affette, quantomeno da pressapochismo.

Traspare pian piano, la consapevolezza che l’autore dell’omicidio non sia l’accusato, ma debba essere ricercato nella barricata opposta, tra i compagni dei Nocs o altri ignoti componenti della pattuglia che la notte tragica della morte di Donatoni si trovavano sulla scena del fatto.

Ecco perché parlo di ScienZZa, perché il primo requisito di un lavoro scientifico è quello del controllo maniacale dei dati, la loro conferma, il rifiuto di accettare pedissequamente le conclusioni altrui e la pretesa di capire fino in fondo il senso di un lavoro precedente senza mai darlo per scontato. Almerighi, non si limita a citare ciò che è stato detto prima di lui perché il processo non è questo, bensì un procedimento che forma le prove e le adopera per interpretare i fatti, esattamente come accade per la scienza che, in fondo, è simile ad un processo penale in cui il ricercatore è tenuto a sottoporsi al giudizio di un tribunale costituito dalla comunità scientifica. Questa, giudica se la metodologia utilizzata sia corretta, se l’insieme delle prove portate a supporto di una teoria sia sufficientemente completa ed esprime un giudizio: il resto, le considerazioni svolte al di fuori dell’aula, non contano! Non contano le sciocchezze giornalistiche, le accuse di faziosità ai giudici, la pretesa di scegliere il collegio giudicante, o quella di demandare al Popolo, parola magica spesso sulla bocca dei dittatori, la decisione su innocenza o colpevolezza: il PRRocesso e la ScienZZA sono ben altro.

Questo libro dovrebbero leggerlo prima di tutto coloro che si autonominano professori, paleografi, archeologi, e si rifiutano, così come personaggi di ben altro rilievo, di sottoporsi al giudizio del collegio giudicante come sono tenuti a fare tutti gli altri, scienziati e cittadini. Lo capisce anche un giudice, potrebbero capirlo anche loro! (*)

Almerighi, altro non pretende da sé stesso, se non la comprensione delle perizie e la loro congruenza con i dati oggettivi della scena del delitto. Pone ai periti le domande che gli permettano di capirlo e, alla fine, ne conclude che Farina non può essere l’autore dell’omicidio e lo assolve, nello sconcerto di un Pubblico Ministero che stenta a capire quanto accade.

Che lezione! E cosa ne avrebbe potuto tirar fuori uno scrittore!

L’ho già detto, la scrittura oscilla tra il mediocre e lo scadente, assolutamente inadatta ad esprimere dignitosamente l’impianto narrativo, ma il contenuto è talmente interessante da spingere comunque alla lettura. Inoltre ci sono due passi che valgono da soli il prezzo di copertina: una prefazione nella quale il giudice spiega – in poche parole, per una volta ben scritte – la fondamentale differenza tra il sistema processuale anglosassone ed il nostro, e la descrizione dell’anima dei sequestratori, questi sardi trapiantati in Toscana che restano Barbaricini come per una maledizione genetica, un gene mutante che non ne vuol sapere di essere selezionato dall’evoluzione.

Non so se Almerighi abbia mai sentito parlare della Balentia, ma la descrive talmente bene che si emenda dalla pochezza del resto: ci sono fior di scrittori sardi che dovrebbero imparare da lui, sebbene, forse, sia agevole osservare le cose quando se ne rimane al di fuori, non coinvolti.

Un’ultima notazione. Nel processo compare un nome che diventerà noto qualche anno più tardi: Nicola Calipari. Morì anche lui in circostanze altrettanto misteriose e mai chiarite, come l’ispettore Donatoni. Nessuno dei due, fino ad oggi, ha avuto riconosciuto il diritto ad un minimo di chiarezza.

Si vede che a qualcuno conviene. Conviene disprezzare i giudici come disprezzare la scienza. Io ne conosco qualcuno che su queste cose ci vivacchia, le usa per dare da mangiare ai propri pidocchi. Beato lui.

E pensare che anche un giudice capisce cosa sia la ScienZZa….

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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M. Almerighi – Mistero di Stato: la strana morte dell’ispettore Donatoni – Aliberti editore, 2010

 

(*) a dire la verità ci sono i ricercatori universitari che illudendosi di essere paleografi provano a sottoporsi al giudizio, però senza farlo sapere in giro, e poi, giudicati poco meno che pagliacci, non diffondono la notizia; ma questa è una storia che racconteremo presto.

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