PER FORTUNA CI SONO I TUNISINI

di Gabriele Ainis

 

Già: cos’altro avrebbero potuto immaginare gli organi di informazione e i portavoce istituzionali se non ci fosse stata l’emergenza dei tunisini in fuga? Forse la crisi delle istituzioni e della politica per la quale ci prendono per matti in tutto il mondo occidentale? Un presidente del consiglio che farebbe invidia ai gemelli polacchi o al Topolanek di turno? Il fatto che il nostro ministro degli esteri celi la formula della magica sciolina di Harry Potter e non si accorga di quello che succede appena oltre il proprio bidet? Gli organi legislativi bloccati dall’inizio della legislatura tanto da porre nel novero delle eventualità un Presidente della Repubblica che ascolta i presidenti delle camere per valutare la possibilità di un’interruzione della legislatura?

Ma và là, và là!

C’è il terribile problema dell’invasione dei Tunisini, l’orda integralista che distruggerà l’Europa, altro che storie, tutto il resto è pappa per gatti!

Un tempo erano gli ebrei, causa di ogni male e della decadenza del mondo. Più di recente, e per noi, gli albanesi, i rumeni, i Rom. Se fosse per i preti, anche gli omosessuali, gli eretici, i senza dio.

Per fortuna c’è sempre qualcuno verso cui riversare le nostre frustrazioni e i nostri fallimenti, ma soprattutto un buon motivo per ignorare i problemi veri, per far finta che non esistano. Il sindaco di Roma ha vinto le lezioni sbattendo gli stupri in prima pagina, come se non ce ne fossero mai stati prima e non ci siano ancora adesso; meno male che le donne vengono violentate in continuazione, altrimenti come potremmo vincere le elezioni? Bruciando i bambini?

Che il fenomeno dei migranti venga utilizzato strumentalmente per fini elettorali e di gestione del potere è roba vecchia di millenni, neppure di secoli, tanto da far pensare che ciascuno di noi abbia dentro di sé la predisposizione genetica al sospetto verso il diverso. Del resto, è risaputo che l’uomo è una scimmia antropomorfa sociale portata alla difesa del clan, non diversamente dagli scimpanzé che conducono le guerre di annientamento nei confronti dei gruppi rivali: e se fosse naturale far fuori gli altri?

C’è anche chi lo propugna apertamente, sebbene con qualche opportuna velatura, un po’ come quelli che mollano una scoreggia in pubblico ma soffocano il rumore, in modo che si senta la puzza e non si possa capire chi ne sia responsabile. Oggi il razzismo è così, una litote imbevuta di buoni propositi, ma non è detto che tra breve non si cambi registro: i segnali premonitori, per chi li vuol vedere, ci sono tutti.

La percezione del fenomeno dei migranti, come si forma attraverso al gestione che ne fanno le fonti di informazione del nostro paese, e non solo, è uno di questi segnali.

Quando ho sentito la notizia sbandierata alla TV riguardo la ripresa degli sbarchi a Lampedusa, e dell’esodo dei tunisini, mi è immediatamente tornato alla memoria questo libricino di Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, e mi sono ricordato per quale motivo mi sia venuto in mente di rileggerlo.

Diamo un’occhiata ad una carta geografica: dove sta Lampedusa? Oggettivamente a sud di Tunisi e di gran parte della Tunisia, ma anche in una posizione che non inviterebbe a considerarla una meta per i migranti che volessero effettuare uno sbarco clandestino in Italia. Perché dirigersi sempre e solo verso un ‘isoletta dove si ha l’assoluta certezza di essere beccati immediatamente? Non converrebbe considerare, ad esempio, la Sicilia?

Altro dubbio: come mai, se il business dei migranti è organizzato dalla malavita organizzata, non c’è il coinvolgimento della mafia e gli sbarchi non avvengono in Sicilia? La mafia è capace di far sparire intere navi cariche di porcherie e non ce la farebbe con qualche peschereccio carico di esseri umani? Ma scherziamo?

Oppure: possibile che un barcone non possa essere intercettato attraverso l’analisi delle osservazioni satellitari nell’infrarosso, capaci di una risoluzione di qualche decina di centimetri?

In realtà le risposte a queste domande ci sono tutte anche senza la necessità di leggere il bel libro di Liberti, basterebbe prendersi la briga di spendere una mattinata in rete, però è molto più comodo se qualcuno ci serve la pappa fumante in cambio di pochi euro.

Ad esempio: quelli di Lampedusa non sono sbarchi. Basta guardare le immagini televisive per rendersene conto. Qualcuno ha mai visto un barcone abbandonato nelle secche di Lampedusa? O inclinato su una spiaggia dell’isola?

No: si vedono sempre e solo barche che entrano nel porticciolo e attraccano al molo, scortate dalle nostre vedette o trainate se i motori non ce la fanno più. Ciò che accade è che i barconi vengono sempre intercettati – risposta alla terza domanda – ed indirizzati a Lampedusa, luogo in cui il governo italiano, di concerto con gli organi europei, concentra il flusso dei migranti.

Non potrebbe andar bene anche Pantelleria?

Certo, anche meglio! Peccato che Pantelleria sia un’isola di VIP, non di morti di fame come Lampedusa, e là non ce li vogliono.

E la mafia?

Insomma leggetevi questo libretto, anche se Liberti è un giornalista che gravita attorno al Manifesto e non vi piace la linea editoriale di questo giornale. Potrete sempre criticare le sue opinioni, ma i fatti che riporta sono le risposte alle zanzare che ronzano alle orecchie ascoltando le scemenze palesi ammannite dalle nostre reti televisive e da giornalisti cialtroni, che un giorno scrivono del Papa, l’indomani di Ruby e poi dei pericolosissimi tunisini in procinto di abbattere le nostre certezze occidentali. Se davvero si desidera capire cosa siano i migranti che partono dall’Africa in numero sempre maggiore per aspirare a una vita decente in occidente, le notizie cha bisogna cercare sono quelle dei giornalisti come lui, non i plastici e le biciclette di Porta a porta.

Almeno Liberti descrive realtà che ha visitato davvero e, se non a sprezzo del pericolo, almeno non dalla suite di un albergo a tante stelle, senza citare il linguaggio scarno ma coinvolgente di chi si è scoperto innamorato dell’Africa vera, non di quella patinata dei depliant turistici. Trovare un giornalista in possesso di una buona scrittura, al giorno d’oggi, non è un terno al lotto ma una cinquina.

Come dire: meno male che ci sono i tunisini, altrimenti dovremmo bruciare altri bambini per cercare qualcosa da sbattere nei titoli dei TG pur di non parlare di noi.

Piccola chiusa: noi sardi siamo stati parte di un flusso migratorio che ha portato alla bizzarra situazione di una popolazione di disterraus superiore a quella dei residenti sull’isola. Una diaspora che ha pochi altri esempi con cui confrontarsi. Il fenomeno è nuovamente in aumento e, causa la crisi che non accenna a smettere di mordere, prevede di diventare esplosivo, soprattutto quando sarà palese che i soldi pubblici sono in via di definitivo esaurimento e ci decideremo a crescere, una volta per tutte, piantandola di illuderci con qualche slogan autonomista o indipendentista.

Noi sardi dovremmo interessarci dei migranti non in qualità di spettatori curiosi ma di parte in causa: vediamo, se possibile, di non scordarcelo.

 

gabriele.ainis@virgiliio.it

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S.Liberti – A sud di Lampedusa – Minimun Fax, 2008

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