IL 17 MARZO PASSERA’… I CRETINI NO! E NEPPURE LE ZECCHE.

di Gabriele Ainis

 

Sedere a tavola con un pugno di statunitensi provenienti da parti ragionevolmente lontane di quel grande paese, è talvolta bizzarro.

Può capitare di trovarsi tra un texano che ha fatto i denari partendo dal nulla – un self-made-man tagliato con l’accetta, che incarna l’icona del sogno americano – e un professore di latino di Boston dal cognome smaccatamente francese, uno che non dirà mai “flavour” annusando un vino ma più correttamente “bouquet”, sebbene pronunciato con un’orrida cadenza yankee.

Di fronte, potrebbe sedere un avvocato laureato a Yale, col cognome irlandese, magari accanto a un possidente benestante dell’Oregon che ha fatto fortuna col legname e si chiama Müller, faccia prussiana e bicipiti da taglialegna.

Sarà curioso osservare come armeggiano con le posate, cosa bevono e come vedono il mondo. Ma anche come litigano tra di loro, perché uno è un texano, come dire un cittadino dell’unico stato al mondo nel quale valga la pena essere nati, l’altro è un sofisticato francese, il terzo un irlandese acculturato e l’ultimo un tetesco di cermania, fatto e lasciato.

Probabilmente saranno due democratici e due repubblicani. Dichiareranno apertamente e senza alcuna ritrosia la propria appartenenza politica, rivendicandola con orgoglio (come Daniela Santanché dopo aver mangiato il maschio, successivamente all’accoppiamento) e ne parleranno senza astio, sentendosi avversari ma non nemici.

Soprattutto, se qualcuno si azzardasse a parlar male degli Stati Uniti, a ragione o meno, sarebbero tutti e quattro d’accordo nel difendere il proprio paese, civilmente ma con la dovuta fermezza, perché si sentirebbero immediatamente, e senza riserve, tutti e quattro americani.

A me è capitato davvero, e non una sola volta. Purtroppo mi è anche successo di stare a tavola con un pugno di americani ed un pugno di italiani: il lombardo, il veneto, il napoletano e il siciliano. Questi ultimi, a parte la riluttanza a pronunciarsi apertamente sulle proprie idee politiche (che comunque si capiscono al volo da ciò che dicono) non sono mai avversari: sono nemici. Acerrimi.

Sia chiaro: il texano dirà che il professore di Boston è un perditempo, che si occupa di robaccia insulsa e farebbe bene a studiare l’epica di Tom Mix. Il signore dell’Oregon ridacchierà raccontando una barzelletta oscena sugli avvocati, soprattutto quelli di Yale, che fanno i quattrini elaborando a bella posta leggi incomprensibili che li rendano necessari. L’avvocato, ironico, farà spallucce, sorseggiando il vino e accuserà gli altri di essere rozzi e bisognosi di istruzione, concludendo che, per fortuna, negli USA ci sono gli avvocati, altrimenti sarebbero ancora lì a fare le leggi con la pistola in una mano e un canapo per ladri di cavalli nell’altra. Herr Müller, da parte sua, replicherà dichiarandosi pronto a sottoscrivere una petizione per far ritornare gli USA nella condizione della pistola e del canapo.

Eppure, quando si tratta di alzare la bandiera nel giardino di casa, come fanno tanti americani, in cima ci sarà sempre quella a stelle e strisce. Magari seguita da quella dello stato, o del quartiere, o della confraternita o di un lontano paese da cui ci si ricorda di provenire, seppure avendone dimenticato usi, costumi e storia, ma in alto, che si veda bene, ci sarà sempre quella: Stars and Stripes!

Diverso modo di vedere il mondo rispetto alla civilissima Italia, si dirà, di concepire sé stessi. Magari con un sogghigno di scherno, poiché è invalsa l’abitudine di definire gli americani rozzi e ignoranti, ingenui arricchiti privi di storia e capacità di indagare le profondità della realtà.

Tutte sciocchezze: gli americani sono persone principalmente pragmatiche, che si rendono conto benissimo cosa significhi far parte di uno stato forte, grande e con poche ma importanti idee condivise. Soprattutto, sono tutt’altro che i poveri ingenui tramandati dall’immaginario popolare italiano che li vuole, poveri stupidi, alla mercé del primo venditore di sogni che si presenti alla loro porta (se guardassimo a casa nostra non sarebbe male!).

Credono nella forza del team, nell’intuizione che un gruppo di persone possieda una capacità di impatto superiore alla somma algebrica delle risorse dei singoli. Con tutto che ne ho frequentati molti (a casa loro, non all’estero) non ne ho mai sentito uno, anche proveniente dagli stati più ricchi, predicare idee di secessione (compreso il Texas: non a caso ho scelto un texano per il mio esempio).

Orbene: quale strano meccanismo spinge non pochi italiani a disprezzare la ricorrenza del 17 marzo?

Per i lombardi che vorrebbero separarsi, ad esempio, il fatto che la Regione Lombardia (poco più di 9,7 milioni di abitanti) contribuisca alle tasse con il 19% del totale contro il 3% della Sicilia (poco più di 5 milioni). Per i Veneti, la pretesa di una storia autonoma, una passata grandezza che fa dimenticare i tempi non lontani in cui non pagavano un accidente di tasse ed emigravano nelle altre regioni italiane mendicando un lavoro da “domestica”, “serva”, “sguattera”: c’è qualcuno che ricorda Carla Gravina nel film I soliti ignoti?

Ma in definitiva: come fare a spiegare a costoro che il futuro non si fa nel cortiletto di casa ma almeno in Europa, e che se non conta un accidente un paese di sessanta milioni di abitanti, conterà sempre meno una regione di dieci, per quanto potenzialmente (ed è tutto da dimostrare) ricca?

Ma passi: se non altro sono quelli che si illudono di avere il valsente in saccoccia e poter scappare via. Ma che dire dei cretini che chiedono lo stesso per una regione come la Sardegna? Un milione e mezzo di abitanti incluse le pecore e le zecche? Quale maligno virus della stupidità li ha contagiati, tanto da poter pensare di competere in perfetta solitudine, senza una classe dirigente degna di tal nome, senza una struttura industriale ma soprattutto senza idee? Magari con una lingua inesistente, che nessuno parla, imposta dall’alto per richiesta dei soliti piccoli burocratini locali, desiderosi di spartirsi qualche migliaio di euro?

Ci sono due motivi fondamentali. Il primo che ogni popolo comprende una frazione statisticamente rilevante di imbecilli e la Sardegna è un buon esempio. La seconda che, ahimè, ci sono anche i cialtroni, quelli che sfruttano i cretini per i propri scopi. Perché se è anche vero che ci sono gli americani che credono ai sogni venduti porta a porta, ci sono anche i sardi che seguono coloro che li illudono di poter risolvere tutti i nostri mali con due slogan, possibilmente in sardo. Solo che nella metafora del gregge, se i cretini sono le pecore, i cialtroni non sono i pastori: sono le zecche, che non guidano, cosa ceh presupporrebbe una certa responsabilità, ma succhiano.

Il 17 marzo, data di fronte alla quale noi sardi ci dovremmo fermare a riflettere – ringraziando il cielo di far parte di un paese che nonostante l’attuale classe di politici sta ancora dentro i primi dieci del mondo – sarà l’occasione per molti idioti di distinguersi dal volgo. Poi ci sarà un 18, la ricorrenza passerà ma i cretini no, questi rimarranno, cercando di contagiare quanta più gente possibile, come lo stafilococco. Bisognerà sopportarli perché fanno parte del gioco e gli stupidi occorrono per definire la gente normale.

Le zecche, i succhiasangue, i disadattati che si inventano vati per rimediare a una vita di frustrazioni, invece no, non vanno sopportati: bisogna estirparli perché non c’è nessun bisogno di loro.

Buona disinfestazione a tutti e buon centocinquantenario: per fortuna c’è!

 

gabriele.ainis@virgiliio.it

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