LEGGERE PER SCRIVERE… O SCRIVERE PER NON LEGGERE?

di Gabriele Ainis

 

In Italia si legge poco, ma in compenso si legge male e si scrive anche peggio.

Le ultime statistiche della comunità europea sono impietose: nel Belpaese, i ragazzi rigurgitati dalle scuole medie hanno un tasso di alfabetizzazione pari al 75%. Ciò significa che uno su quattro è virtualmente incapace di leggere e scrivere (e, per non cominciare il post con una randellata a freddo, eviterò di ripartire la statistica tra settentrione e meridione).

La difficoltà del binomio leggere/scrivere, la si percepisce anche dalla comparsa sul mercato dell’editoria di libri come questo, bizzarri prontuari con lo scopo apparente di fornire un aiuto agli aspiranti scrittori.

Prima di parlarne, è bene premettere che la tanto sbandierata crisi dell’editoria italiana è una leggenda metropolitana, o almeno lo è nella prospettiva che ci viene mostrata, proprio da quell’ambiente che si proclama in difficoltà, attraverso i mezzi di informazione incaricati di formare le nostre opinioni. Che in Italia si legga poco rispetto agli altri paesi europei è una verità incontestabile, ma è un dato oggettivo che la Wermacht editoriale italiana produca un enorme ammasso annuale di carta stampata. Si legge poco, ma si stampa moltissimo!

Orbene, pur essendo mediocri (ma io direi pessimi) lettori, gli italiani, complice la facilità di produrre un testo digitando su una tastiera e l’esiguità dell’investimento per la pubblicazione di un libro, si sono scoperti un popolo di scrittori, sovvenzionando con gioia il mercato della fabbricazione di carta da macero.

Restituire su supporto cartaceo un file di Word, diciamo in qualche centinaio di copie, ha un costo che oscilla attorno a un paio di migliaia di euro (o molto meno se si cura la stampa in proprio, rivolgendosi direttamente ad una delle numerosissime stamperie industriali) dunque una spesa abbordabile e gradita da parte di coloro che immaginano di coronare il sogno di una vita partorendo un libro tutto loro.

Ecco dunque il fiorire di nuove Case Editrici specializzate nel libro pubblicato a spese dell’autore, che vivono benissimo anche in questi periodi di crisi perché quando il pane scarseggia si pagano volentieri i sogni, nonché di sedicenti Agenzie Letterarie, persone gentili e competenti che si occupano di promuovere romanzi immondi, saggi inverecondi e poesie infantili, previa corresponsione di piccoli pacchetti di euri sonanti. Per non parlare della pletora di premi letterari, veri o presunti, altro settore particolarmente sviluppato perché spesso frutto di intriganti commistioni con gli enti pubblici, che sovvenzionano in varie forme – dai contributi a fondo perso alle spese vive di organizzazione – tutte molto apprezzate dal sottobosco editoriale che si nutre a spese degli scrittori.

Ecco il punto! L’editoria italiana, certo tipo di editoria, funziona bene perché ci sono gli scrittori che scrivono, non i lettori che leggono: come del resto per i quotidiani, il Italia il lettore è un optional!

Esiste anche l’editoria che vive di cultura e libri seri?

Ma certo! Basterebbe citare uno dei best seller che più mi ha impressionato, la biografia di Cassano, presentata tra l’altro in quella splendida cornice culturale che vorrebbe essere la trasmissione di Fazio su Rai3! Oppure lo splendido testo di Daniela Santanché, Donne violate, o l’ultimo impressionante thriller dell’agente Vito Catozzo, che non so quale sia ma ce ne sarà di sicuro uno tra edicole, librerie e supermarket.

È vero, la letteratura è in crisi, ma non perché l’editoria lo sia o viceversa. La stampa di carta da macero procede a gonfie vele e con la letteratura ha poco a che fare, così come è disgiunta dal problema dei lettori che latitano. Né mi pare sensato richiamarsi ai bei tempi andati: si vorrebbe affermare, ad esempio, che negli anni settanta si leggesse Moravia o Pasolini più di quanto oggi si legga Busi? È vero il contrario: oggi molta gente legge Cassano mentre nessuno leggeva Rivera, che sarebbe anche una bella metafora perché Rivera non c’è più, così come sono evaporati i Moravia e i Pasolini, tanto che richiedendo pari dignità per la letteratura italiana si suggerisce di attribuire il Nobel a Eco o Tabucchi (sic!).

Ed ecco a noi l’ultima raffinatezza: le scuole di scrittura creativa e i manuali conseguenti!

Un altro spicchio della torta cucinata dagli scrittori in pectore, ansiosi di dare alle stampe i propri capolavori, e offerta alla degustazione dei tanti che campano alle loro spalle sono proprio loro: i libri e i corsi che, a dire degli autori di quelli e degli docenti di questi, insegnerebbero a scrivere.

Intendiamoci, l’idea di assistere ad un seminario tenuto da un Busi che parlasse di ciò che scrive intrigherebbe anche me e pagherei il giusto per partecipare, ma per quale motivo dovrei spendere 18€ per leggere ciò che scrive tale Pergentina Pedraccini Floris (ma si chiamerà davvero così o non sarà piuttosto una trovata comica di Paolo Villaggio?)? Forse per trovare (pag 142, bordata in grigio) la definizione di Ipàllage? O quella (pag 138) di Catacrèsi? Certo, come potremmo chiamarci scrittori senza sapere cosa sia la Catacrèsi o l’Anacoluto?

Che si possa diventare lettori o scrittori leggendo questo libro, o uno qualunque dei numerosi altri presenti nei cataloghi di cartacce varie, fa il paio con l’illusione di dimagrire assumendo le alghe vendute da Wanna Marchi o di vincere al lotto acquistando le cinquine alla televisione. Pone anche lo stesso tipo di interrogativo: per quale motivo Pergentina non scrive un bel romanzo anziché pretendere di farlo scrivere a noi? Non sarà che vende più copie scrivendo (male) come si scrive che non scrivendo e basta?

Che sarebbe come dire: ma perché colui che possiede il segreto della cinquina vincente lo vende a me, mentre potrebbe diventare miliardario giocandola per conto proprio?

Tuttavia non voglio essere troppo critico, altrimenti si potrebbe credere che possieda un caratteraccio. Il libro di oggi non è del tutto negativo: come esplicitamente dichiarato in quarta di copertina, è stampato su carta ecologica.

Pertanto, possiamo buttarlo nella pattumiera senza troppi paté d’animo (si vede che l’ho letto tutto, eh?).

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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P. Pedaccini Floris, P. Cotroneo Trombetta – Leggere per scrivere: manuale di lettura attiva e scrittura creativa – Contro di documentazione giornalistica – 2010

 

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Una risposta a LEGGERE PER SCRIVERE… O SCRIVERE PER NON LEGGERE?

  1. Maurizio Feo ha detto:

    Articolo gustoso quanto basta e centrato sul problema, servito freddo è meglio che a temperatura ambiente. Nessuno lo leggerà, tutti avrebbero desiderato scriverlo: ma non sapevano come. Leggendo il libro di cui sopra, continueranno a non saperlo. Leggendo la presentazione in copertina, impareranno almeno a mentire: il successo dei libri delle “pretty faces” televisive non è dovuto altro che alle belle faccine già note e – come sempre – all’incapacità ed ignoranza di chi incautamente acquista.
    E adesso vado ad informarmi su quelle parolacce che avete riportato, degne di comparire solo nei peggiori incunaboli dai tempi di Gutemberg…

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