SARDEGNA E RELIGIONE DEL CARGO: CI MANCAVA!

di Gabriele Ainis

 

Premessa

Qualcuno ci ha scritto, altri ci hanno manifestato diversamente il proprio disappunto: amici, estimatori, ma anche certuni che si dichiarano avversari, senza tuttavia specificare il senso di tale definizione. Avversari politici? Parrebbe sciocco (o stupido!): avversari in che?

Un paio, particolarmente bizzarri, ci hanno voluto comunicare che “abbiamo perso”! Significando questo, immagino, che altri “abbiano vinto”!

Tutti costoro, dagli amici in poi, esplicitamente o meno, ci hanno domandato per quale motivo ArcheoloGGia NuraGGica, il piccolo, insignificante, oscuro bLLog, abbia cessato la pubblicazione dell’usuale post giornaliero.

Premesso che nessuno di noi – intendo le parti più o meno consistenti del corpo mistico di Boicheddu – ha alcun dovere di spiegare i motivi del proprio agire, mi appresto a dare una risposta. Non esplicita, sarebbe banale e ci piace lasciare la banalità agli stupidi, ma attraverso un post.

Tanto dovevo per conoscenza… o volevo e basta, naturalmente. – GA

 

Di recente, alle prime avvisaglie di quanto stava per capitare in rete, avevo deciso di pubblicare un post con un articoletto su Wikileaks. C’era già il titolo: Shardaleaks: i santoni shardariani colpiscono ancora!!

Una bonaria presa per il culo della sostanziale inutilità della piccola banda di scafessi (*) che s-parla di antiche glorie, antiche scritture, antichi eroi, antichi giganti, senza rendersi conto appieno del proprio ridicolo, questo sì davvero immenso, ma soprattutto della propria pochezza, categoria cui vorrebbero ridurre la nostra povera e disastrata isola, colpevole solamente di voler ambire a qualcosa di meglio di questo abissale nulla culturale.

Poi, mentre scrivevo le prime frasi, mi sono reso conto che non mi divertivo. Così mi sono domandato come mai. Sì, è vero, a volte mi interrogo sul senso di ciò che faccio.

Il fatto è che ho realizzato come da un po’ di tempo osservassi l’Armata Shardaleone (ma non solo questa, anche altri bizzarri raggruppamenti come i seguaci di Gavino Sale o di Doddore Meloni, passando per Bustianu Cumpostu) con gli occhi interessati del mirmecologo (**) che si interroga sul perché le formiche si comportino come fanno.

Desi, di recente, ha definito formichine tutti costoro, cioè esseri semplici (non stupidi, si badi bene!) guidati da impulsi elementari, interagenti fra loro e con l’ambiente, il cui comportamento pare assumere le caratteristiche di un movimento collettivo guidato da un fine macroscopico condiviso, mentre, in realtà, nessuno di essi è pienamente conscio di ciò che fa, né, tantomeno, della possibile esistenza di un fine comune.

Così facendo, mi è tornato in testa uno dei personaggi che fatico ad inquadrare in un ruolo preciso, coloro che navigano tra le definizioni più diverse, da giornalista a intellettuale, categoria quest’ultima, sufficientemente ampia e indefinita da accogliere di tutto. Costui, senza inventare nulla, sia chiaro, ipotizzò che il minuscolo movimento di Sale fosse una setta, per struttura, moduli di comportamento, apparato ideologico (soprattutto per l’indeterminatezza di esso). Per cui, con un volo di fantasia di cui vado molto orgoglioso, mi sono chiesto: ma una setta di che?

L’Opus Dei, ad esempio, è una setta cristiana, anzi cattolica, una verruca sul naso del papato che lo stesso vuole volgere a proprio favore, interpretandola come un sinonimo di esoterica bellezza. I Netorei Karta, nello stesso modo, sono un neo sulle natiche del sionismo, dunque dell’ebraismo, ma anche questo fa di tutto per tramutarlo in un intrigante simbolo di bellezza, come un tempo le donne che si disegnavano a bella posta un neo accanto alla bocca.

L’esistenza di una setta, dunque, presuppone un corpo più ampio al quale riferirsi: quale sarebbe questo corpo religioso nel quale si sono innestati i porri rappresentati da Sale&C?

Allora ho fatto un passo indietro e sono andato a rileggermi un bel libretto di Barnavi, intitolato Religioni assassine, perché ha il pregio, da saggio di politica, di definire in due parola cosa sia una religione, o meglio di avvertire noi occidentali che in genere non sappiamo davvero cosa sia e, soprattutto, dei pericoli insiti in questa ignoranza.

Naturalmente non ho alcuna intenzione di dirvi cosa sia una religione (se non informarvi che non esistono religioni pacifiche). Se volete, leggetevi il pamphlet di Barnavi – da raccomandare a chiunque, una bella lettura – ma, utilizzando le sue definizioni, ho capito finalmente a quale corpo mistico facciano riferimento i Sale, i Doddore e i Cumpostu (direi in ordine crescente di bizzarria, con una bella lotta tra gli ultimi due per il gradino più alto del podio): alla religione del Cargo!

Non sfuggirà, che ho mancato di citare altre sette; ad esempio Rossomori, o i curiosi intellettuali del Manifesto Sardo (questi però afferenti ad un altro corpo mistico in via di definitivo disfacimento, salvo la possibilità di Vendoliane, locali e miracolose resurrezioni). Ma non l’ho fatto per velleità protettive della sinistra (o della destra; del resto sono stato chiamato comunista e fascista, così non me ne preoccupo, anzi, ne traggo un intimo e intenso compiacimento: io, da minimalista, mi accontento di poco) quanto per citare le sette più curiose, quelle che più di altre riflettono la cecità tipica del fondamentalista o, se si vuole, la propensione a categorie di ragionamento aliene dalla possibilità, anche remota, di ritenersi in errore.

La religione del Cargo (ma sarebbe meglio definirlo “culto”), in senso lato (so che sto ampliando oltre misura il concetto) si basa sulla mistica attesa di una futura età dell’oro, determinata dall’avvento di esseri mitici o mitizzati nei quali si confida come artefici di un età di abbondanza, gloria, potere.

La fotografia che accompagna il post, è un esempio iconico del culto: una popolazione melanesiana realizza il simulacro di aeroplano estraendo dalla memoria collettiva il ricordo dei bei tempi andati in cui, da quei cosi là, sbarcavano derrate alimentari ed altre piacevolezze. Sarebbe come un rito di magia simpatica in cui l’analogia di forma indurrebbe l’avverarsi di una particolare realtà sostanziale: l’arrivo di un cargo (inteso come trasporto aereo) dispensatore di benessere.

Il culto del Cargo rappresenta uno degli esempi più inquietanti di religiosità, poiché scaturisce dalla completa incapacità di organizzare il proprio futuro materiale. L’equazione, tanto per semplificare le cose e renderle adatte a un post di una paginetta, sarebbe più o meno in questi termini: siccome non me la so sbrigare da solo, allora preferisco credere che arriverà qualcuno a farlo per me.

A questo punto i settaioli (***)di Sale&C , i salatini, i cumpostini, i melonisini (che coincidenza, somiglia proprio a Melanesiani!) obietteranno: Tutte fesserie! Noi propugniamo proprio il contrario: il nostro diritto a cavarcela da soli!

Il che è falso (anche se formalmente vero)! Tanto falso che, di costoro, non ce n’è uno in grado di proporre uno straccio di strategia che dimostri come un’isola piccola e poco abitata come la nostra potrebbe sopravvivere da sola nell’attuale mondo globalizzato (se non diventando come le isole Comore!). Un esempio potrà rendere chiaro ciò che dico. Prendiamo la vertenza dei pastori (io la chiamo la guerra pecorina, senza allusioni erotiche). È un problema tipico della nostra economia regionale: l’incapacità, da parte di una categoria che non si è mai confrontata col mercato, di imparare a farlo. Tanto è vero che nessuno di loro chiede interventi politici: chiedono quattrini sonanti, contributi, qualcuno che copra le perdite (e che acquisti il pecorino invenduto per destinarlo verso un qualche ignoto buco nero incaricato di consumarlo). Intendiamoci: anche i liberisti più liberisti del mondo, quando la Chrysler ha rischiato di andare in culo, hanno messo mano al portafoglio pubblico, quindi non stiamo a sindacare sull’opportunità a o meno di un intervento statale. Però, Obama ha chiesto al caro Marchionne cosa avesse intenzione di fare con i soldi, e non si è accontentato di sentirsi dire “Coprire le perdite”. Ha preteso un piano industriale che prevedesse investimenti, mantenimento di posti di lavoro, soprattutto una possibilità di sviluppare un’azienda sana.

I nostri? Sale ha detto che la protesta è stata attuata in forma sbagliata (si dichiara pacifista, beato lui, e non gli piacciono i morsi). Bustianu ama i morsi e ne ha dato uno ad una turista. Doddore non pervenuto.

Morale? Chiacchiere, solo chiacchiere!

Qual è invece la realtà delle cose? Che i nostri amici guardano all’Indipendenza come i Melanesiani ai simulacri di aeroplano sulla spiaggia, fatti di legno e paglia: la mettono su un altare e pensano alla futura età dell’oro. Nel frattempo pregano e sopravvivono giorno per giorno appresso alle parole, ai contributi regionali, alle piccole consulenze, ai posticini…

Inoltre, poiché le sette sono caratterizzate da un contino mutare, suddividersi, riaggregarsi, si assiste alla comparsa di sottoculti particolarissimi e curiosamente bizzarri. Ad esempio coloro che non avendo nulla cui appigliarsi, se lo inventano di sana pianta per darsi un tono. Almeno i Melanesiani ricordano fatti storici (gli aeroplani arrivarono veramente e scaricarono le derrate alimentari e le carabattole che vorrebbero riavere) mentre i nostri si inventano le lunghe navi sherdanu che solcavano i mari tremilacinquecento anni fa.

Però c’è una differenza: i Melanesiani non hanno una RAS che copre i buchi dei pastori, tollera lo schifo dei lavori pubblici il cui costo si decuplica, lascia uscire i soldini da mille e mille buchetti compiacenti (a proposito di pecorina). Non hanno neppure una RAS che spreca i soldi per studiare il Culto del Cargo, come facciamo noi con Atlantide.

Sono davvero più fessi, oppure siamo più fessi noi che tolleriamo come i pochi furbetti mettano le dita nella marmellata dei soldi regionali e facciano finta di inneggiare all’Indipendenza, mentre in realtà vivono con i nostri denari?

Mah… misteri della fede. C’è il mistero della trinità: non può esserci quello del Culto del Cargo?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

212

E. Barnavi – Religioni assassine –Grandi PasSaggi Bompiani (2007)

 

(*) “scafesso” è un dispregiativo usato da mio padre in tempi in cui il lessico era apparentemente meno violento di quello attuale; non saprei perché mi sia venuto in mente proprio oggi, forse perché mi è parso particolarmente adatto alla descrizione del gruppetto di anziani nessuno che si agitano in attesa che ci si accorga di loro;

(**) di questo devo ringraziare – o accusare, dipende dai punti di vista – Desi Satta e i suoi post sulla complessità;

(***) settari non mi piace, sa troppo di roba seria

 

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