C’È CHI LEGGE LA STORIA, CHI LA USA, SEMPRE A SPROPOSITO

di Gabriele Ainis

 

Desi Satta, benedetta donna, ha pensato bene di cacciar fuori un rimando, poco dotto ed ironico, come sa fare lei, a Luciano Canfora, personaggio discutibile e discusso che si diverte a rompere le scatole a destra e a manca, valendosi di una profonda cultura filologica, una straordinaria capacità scrittoria e di un notevole acume.

Così sono stato costretto a dedicare una giornata alla lettura di questo libro, cui mi ripromettevo di dare una scorsa da tempo e di andarlo a cercare in biblioteca. È stato allora che sono stato distratto dalla manovra diversiva di una nemica pericolosissima e ho finito per scrivere di razzismo, quello strisciante di noi benpensanti, il che mi ha reso difficile leggere questo saggio. Però ormai c’ero, mi ero ritagliato una giornata di riposo (*)… e poi da tempo avevo intenzione di scrivere due righe riguardo il “fare storia” poiché, interessandomi di quella piccola e trascurabile che riguarda noi sardi, sono particolarmente urtato dagli stupidi che pretendono di adoperarne una versione volutamente adattata (che sarebbe sinonimo di falsata) alle proprie idee politiche.

Che non esista “la storia” bensì “le storie”, nel senso che i medesimi fatti possano essere inquadrati in visoni storiche differenti, è noto ai più, così come dovrebbe essere noto che piccoli aggiustamenti di prospettiva provocano imponenti rivisitazioni della narrazione storica. Non per nulla, una delle citazioni più felici dal saggio (non a caso riportata nella quarta di copertina) recita:

«La storia – si dice – la scrivono i vincitori, ma il problema è capire chi sono i vincitori.»

Il che riporta prepotentemente al concetto di analogia come metodo storiografico (ed ai suoi limiti) ma, prima di tutto, all’uso della storia nella politica, quindi al revisionismo storiografico.

Per questo, e perché da ignorante (delle mie cose, prima di tutto, altrimenti non dovrei studiare tutti i giorni per non cadere nell’analfabetismo tecnico di ritorno, figurarsi di quelle altrui) devo necessariamente limitare i miei obiettivi, consiglierei ai miei simili (pochi, ignoranti anch’essi, la maggior parte invece gode di scienza infusa per battesimo shardanico) di riflettere su sette paginette seminascoste nell’appendice, subito dopo una citazione dal discorso di Nenni del ’53, in parlamento, per la commemorazione della morte di Stalin (forse addirittura più efficace, se si riesce a leggerle decentemente, del temino successivo). Esse sono intitolate: “Manuale di storia e potere politico”.

Poiché Canfora è una gran penna, non per nulla riesce a scrivere dei bei romanzi (altro non è, ad esempio, quello di cui ha parlato Desi) le sette paginette si leggono d’un fiato, come un editoriale ben scritto, e prendono alla gola. Per un italiano (quale sono, assieme ai miei conterranei, disterraus e non) è fin troppo agevole leggere, nell’analisi degli effetti di un manuale scolastico di storia redatto dal potere, il nostro quotidiano, fatto tutto di informazione asservita alla politica dominante (un manuale scolastico “è” informazione, condensata come il concentrato di pomodoro dei tubetti, con la differenza che si assorbe in grosse dosi nell’infanzia e si rilascia lentamente nell’organismo per tutta la vita, intossicandolo con scarse possibilità di guarigione). Come non notare, adottando il cinismo necessario ad un’analisi storiografica disincantata, la sostanziale identità dei manuali di storia del ventennio fascista e gli slogan ripetuti con proterva monotonia dalle emittenti televisive odierne? Dall’uomo del destino che si assume il ruolo salvifico di guida del popolo contro l’orda comunista, al buon padre degli umili che a tutto pensa e a tutto provvede? (Passando per la tanto sbandierata potenza sessuale del condottiero, che non risponde, per dogma, alle stesse leggi degli altri comuni mortali?)

E che dire della geniale categoria del “revisionismo istantaneo” che a me, bizzarro tecnico, ha fatto venire in mente il “revisionismo liofilizzato”, sempre pronto alla bisogna con la sola necessità di aggiunta di una stilla d’acqua? Un revisionismo che si applica all’istante, alla bisogna, nel momento in cui la scoperta di fatti ne richiede l’immediata soppressione o rivisitazione caritatevole ad uso del principe.

Fino ad un altro aspetto che vedo di rado presentato (come altri) dagli intellettuali alla pubblica opinione, e che riguarda il razzismo, quel cripto-razzismo strisciante sotteso per tragica ovvietà dall’idea stessa di revisionismo storico, incaricato questo, prima di ogni altra cosa, di individuare un “noi” virtuoso da contrapporre ad un “loro” moralmente sporco, prima che perdente e sudicio.

Sarà per questo che leggere lo scritto di Canfora non può che far pensare all’Estonia, paese che, dopo la liberazione dal giogo sovietico, pensò prima di tutto alla redazione di un nuovo libro di testo per le scuole di stampo “nazionale”, o alla Lituania che ha pensato bene di rivalutare come “patrioti” i collaborazionisti al servizio dei nazisti, considerati i peggiori aguzzini dei campi di sterminio!

O alla Sardegna di oggi, attraversata da uno sterile autonomismo fatto di parole e balbettamenti storici, per non citare la ricerca ossessiva dei piccoli benefici di sottogoverno legati a pretesti privi di senso, come una lingua “nazionale”, artificiale e priva di nessi con la società che dovrebbe esprimerla.

Più che revisionista, fondamentalmente ignorante, becera, limitata, che incarna benissimo l’idea stessa di arretratezza culturale che vorrebbe formalmente combattere in armi, finendo per rivoltarsi dentro di essa come un facocero felice nella pozza di fango della savana, in attesa del predatore ben più forte di lui che non lascerà passare l’occasione per farne il proprio pranzo. Chissà poi se predatore “Continentale” o autoctono, ci sarebbe da rifletterci!

Da noi si vorrebbero prima di tutto riscrivere i libri di testo, se capisco bene, una storia scritta da sardi per i sardi ed in largo anticipo. Ancor meglio della Lettonia che, almeno lei, ha atteso la liberazione. Perché aspettare?

E che abbiamo noi Sardi meno dei Lituani? I capelli biondi e la pelle bianca?

Sì, vogliamo prima di tutto essere “sardi” con una “storia sarda” alle spalle, senza sapere cosa significhi ma fa niente, basta che noi siamo noi e loro siano loro, i nemici da combattere, tanto più benvenuti se indefiniti, tutti e nessuno, così che di volta in volta si possano scegliere quelli che più fan comodo: i romani centralisti, il senegalese coperto di botte a SS, la rumena che pulisce il culo alla nonna, ma se sparisce una ragazza è la prima ad essere sospettata del rapimento.

Però non è razzismo, intendiamoci, noi non siamo razzisti, siamo sardi e depositari di una millenaria storia di gloria: capito!

 

gabriele.ainsi@virgilio.it

205

L. Canfora – L’uso politico dei paradigmi storici – Editori Laterza (2010)

 

(*) mi è stato chiesto come faccia leggere tutti questi libri; in realtà non sono un forte lettore, perché, come tutti i mediocri, devo farlo con attenzione, a meno che non desideri correre il rischio di farmi sfuggire il senso di ciò che leggo; questo saggio, di un centinaio di paginette ad alta densità (si vede che sono un tecnico, eh?) non si legge in una giornata, tutt’altro; semplicemente ne conoscevo da tempo il contenuto, in gran parte già pubblicato, per cui mi sono limitato a ritrovare argomenti noti e le poche (o tante, dipende da come si vuol mettere la cosa) novità; il che non mi ha impedito di godermi la giornata di vacanza, sebbene piovesse (o forse proprio per questo, chissà); e comunque non dovrebbe stupire che un ingegnere legga tanto, se anche accadesse, quanto che legga questa roba: il Italia è quasi un’eresia!

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