IL NOSTRO NEMICO

di Gabriele Ainis

 

La biblioteca Primo Levi, a Torino, è la più bella del mondo. Sta al secondo piano di un vecchio stabile riattato che un tempo era qualcos’altro, uno di quei qualcos’altro che, come per magia, si ritrovano improvvisamente attorniati dalle case mentre fino a un giorno prima stavano in periferia: stabilimenti industriali dismessi, magazzini, altro che non si ricorda più perché non è vero che è passato un giorno e nessuno ha più memoria, oppure perché non gli interessa.

Nello stesso stabile hanno cacciato dentro ciò che ci si può aspettare da quello strano fenomeno tutto italiano che consiste nell’evitare di abbattere un vecchio edificio per costruirne uno adatto a un qualcosa di specifico. Noi preferiamo conservare, perché siamo vecchi e i vecchi non buttano via nulla, ed adattare a nuova funzione ciò che era stato originariamente progettato per altro. Così abbiamo un edificio vecchio, costoso da riattare e mantenere, inadatto a qualunque cosa, dunque adatto a tutto. Ecco perché, assieme alla biblioteca, c’è un pezzetto dell’anagrafe, l’onnipresente sala polivalente (una sala polivalente non si nega a nessuno, come le rotonde agli incroci), svariati uffici di origine incerta ed ancor più incerta funzione, giù giù (stanno al piano terra) fino ai vigili urbani. Ma non si possono pagare le multe, minaccia un cartello con tono sottilmente iracondo, come se i personaggi stazionanti dietro le barriere di cristallo dei banconi, fossero oberati dal compito di respingere migliaia di postulanti ansiosi di versare il proprio denaro nelle casse municipali.

Parte dello stabile, un annesso di uguale dimensione, è stato riattato con minor cura, si direbbe relegato ad un ruolo minore, tollerato, ed infatti c’è un dormitorio in cui, ogni notte, trovano rifugio i barboni, i senzatetto, gli immigrati in larga parte irregolari (dunque criminali, in base alla nostra legge) bisognosi di una branda in cui passare la notte e di un luogo caldo, d’inverno, per sedere a far nulla durante il giorno.

Ecco perché la biblioteca Primo Levi di Torino è la più bella del mondo: perché non è solo una biblioteca.

Essa raccoglie e riassume il coacervo di funzioni accolte dallo stesso corpo fisico fatto di mattoni, cemento pietra, intonaci, incaricandosi di osservare il popolo di coloro che, costretti a transitare negli uffici dell’anagrafe, dei vigili o nei letti del dormitorio (La Comunità, la chiamano) vengono attirati all’interno delle sale occupate dai libri e ne diventano parte, come gli scaffali e le rade postazioni internet.

Ci sono gli immigrati regolari, che grazie alla schizofrenia delle nostre leggi, sono obbligati a passare lunghe ore, a volte giorni, nei locali dell’anagrafe o in quelli dei vigili, e per i quali la biblioteca offre libri ma anche corsi di italiano o seminari sull’integrazione, un aiuto a capire i meccanismi perversi dei risultati della politica italiota. Corsi di educazione familiare per donne bianche, nere, brune, gialle, o delle più fantasiose combinazioni. Ci sono i delinquenti appena usciti di galera, quelli piccoli, minimi, che vivono di espedienti e sono in cerca dell’opportunità di rubare un computer, un telefonino, una borsa, una giacca, la custodia di un paio di vecchi occhiali, forse per non perdere la mano piuttosto che per fare due soldi. Ci sono gli immigrati appena arrivati, indecisi su cosa diventeranno, che ancora non parlano la lingua, non si sanno orientare ed hanno bisogno, prima di ogni altra cosa, di incanalare in qualche modo la propria frustrazione per essere arrivati al paradiso che ancora non ne vuol sapere di aprire le porte.

La biblioteca è bellissima perché, quando ci vado, mi da l’opportunità di incontrare i nostri nemici, come mi è capitato oggi, non più di un paio di ore fa, mentre sorbivo un pessimo caffè gocciolato dentro un bicchierino di plastica da una macchinetta distributrice (a € 0,25).

Il distributore fa le veci dell’usciere, alla destra della porta di ingresso. È un dispositivo elettromeccanico democratico che non opera alcuna discriminazione: di razza, censo (che volete che siano 25 centesimi), religione, parte politica. Di fronte al lui si alternano pseudo studiosi (come me), studenti che socializzano facendo finta di studiare in biblioteca, utenti dei numerosi uffici pubblici, impiegati e funzionari degli stessi uffici, ma, soprattutto, i nostri acerrimi nemici.

Quello che ho visto oggi mi guardava con due occhi dolcissimi, pieni, scuri e lucenti come l’ossidiana, incorniciati da un volto appena abbozzato, scuro come la schiuma di un caffè espresso. I bambini, come i distributori automatici, sono dei gran bastardi, sanno come fare a dividerti il cuore in due. L’evoluzione ha dato loro gli strumenti per provocarti una vera tempesta emotiva, scatenata da tutti i sensi possibili, dalla visione del cosino che agita le manine e sorride, al tono e consistenza della voce, alla pelle delicata.

Anche un ruvido materialista come me si lascia sezionare il cuore, accetta volentieri che si spezzetti in un numero elevato a piacere di frammenti.

Non ricordo come ho attaccato bottone con la mamma, ma non è importante. Le avrò chiesto come si chiama la bimba (Amina, sai la novità) e quanto tempo ha (due anni e mezzo). Poi le avrò chiesto da dove arriva (Somalia) e perché è venuta da noi. E la donna avrà risposto pensando che gli italiani sono scemi, perché fanno sempre le stesse domande e sempre banali, scontate, retoriche, come chiedere ad un essere umano costretto in un letto d’ospedale come mai si trovi là: forse in vacanza?

La mamma è una domestica, lasciatemi usare questo termine perché ho troppo rispetto per questa gente per abbassarmi agli eufemismi che ci siamo inventati, utili a scaricarci la coscienza quando, di rado, si manifesti.

Regolare, in Italia dall’età di quattordici anni ed ora ne ha ventiquattro. Dieci anni in cui è stata clandestina, irregolare, delinquente, ed ora pienamente rispettosa della legge e contribuente volenterosa, una di quelle persone che partecipa al pagamento delle pensioni per i vecchietti italiani con i propri contributi.

La bimba, invece, non si sa. E’ nata in Italia da una trentina scarsa di mesi ed ancora deve decidere. Di certo non è italiana, non può esserlo perché la legge, di fatto, non lo ammette, sebbene non abbia altra alternativa che imparare la nostra lingua, di sicuro con l’accento strascicato del nuovo slang che impera da queste parti, quello sdoganato dalla Litizzetto con la sua macchietta di Minchia Sabri, pochi minuti più efficaci di un trattato di sociologia.

Ancora non lo sa (lo imparerà molto presto però, i bambini di colore sono più svegli degli altri, altro che inferiorità razziale) ma lei è il nostro acerrimo nemico, colei che è arrivata (da dove, se è nata in Italia?) per soffiare il posto di lavoro agli italiani e convertirli al fondamentalismo islamico a suon di bombe.

Di certo, di lei abbiamo paura, e tanta, se facciamo in modo di tenerla lontana cercando di rispedirla in un luogo che non esiste (come la Somalia) e chiamiamo casa sua. Pericolosissima se, a due anni e mezzo, la trattiamo già da nemica.

Tuttavia non ho avuto paura: i vigili urbani, bontà loro, stanno a pochi metri, mi proteggono. Salgono spesso anche al secondo piano, chiamati dagli addetti alla biblioteca, e girellano tra i tavoli per controllare che gli ospiti seguano all’italiana le regole di una biblioteca: poco chiasso, divieto di consumo di cibo, uso parco dei telefonini, ragionevole destrezza nei furti, così da non costringerli ad un arresto che sarebbe solo una seccatura ed uno spreco palese di denaro pubblico.

Ecco perché la Biblioteca Primo Levi, di Torino, è la più bella del mondo: è anche sicura e mi protegge, perché non c’è pericolo che una bimba nera di due anni e mezzo possa esplicare tutto il suo temibile potenziale e rivolgerlo contro di me.

Per questo, quando posso, la frequento: posso stare tranquillo.

 

gabriele.ainsi@virgilio.it

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