I CALLI DI MELQART

di Desi Satta

 

La recente e rivoluzionaria scoperta degli scarponi di Ercole ha messo in subbuglio il mondo della Baronia Universitaria. Nei loro tenebrosi scantinati, immersi nel tanfo di muffa, nell’umido penetrante degli scarichi mai riparati, in mezzo ai topi ed ai cocci – che con stancante protervia continuano a rigirare tra le mani sprecando i soldi di noi contribuenti – archeologi, storici, epigrafisti, filologi, tremano al pensiero che il loro potere è sull’orlo del baratro.

Nuovi scienziati, eletti dal furore popolare, li sostituiranno nelle poltrone occupate per anni, simbolo del potere baronale, da cui hanno gestito, con proterva impassibilità, la soppressione della storia sarda.

Sarà un colpo di spugna feroce, totale, la scomparsa di una genia di vecchi barbogi, negazionisti, bavosi rappresentanti di una sorpassata intellighenzia universitaria nutritasi per decenni al tavolo di Roma centralista, responsabile della completa soppressione delle istanze regionali, autonomiste e indipendentiste. Un piano ben orchestrato che ha determinato la progressiva scomparse di una lingua, di un’identità, di una storia millenarie, apparentemente minori ed invece latrici di civiltà per il mondo intero.

Non deve stupire, quindi, che uno studio rivoluzionario sui calli di Ercole-Melqart stia suscitando un vero putiferio sia negli ambienti specialistici che tra il vasto pubblico degli appassionati.

Dopo la scoperta che Melqart indossava gli scarponi, il professor Peppe Parete ha pubblicato un articolo riguardante i suoi calli (di Ercole, non del prof. Parete). La tesi è chiara e di rara coerenza logica: se Ercole indossava gli scarponi con le suole non traspiranti, ma nei records archeologici non v’è traccia di calze, è forse possibile che potesse evitare i calli?

Naturalmente no: Melqart, il prode Sherdanu nostro progenitore, avendo inventato gli scarponi, ma non ancora le calze, appannaggio del genio inventivo del nipote Iolao, fondatore del famoso calzificio Iolegler, fu il primo a soffrire di calli e se ne dolse a tal punto da mettere a punto il celeberrimo metodo sherdanu per l’eliminazione dei duroni. Esso metodo fu inventato da Eracle assieme al fratello Ificle, che aveva aperto una pizzeria in quel di Parma. Essi fratelli, dopo aver inventato la pizza Margherita, decisero di adoprarla come impacco bollente per l’eliminazione dei calli, secondo la procedura che prevede: telefonata alla più vicina pizzeria da asporto, ordinazione di una pizza per ogni piede da curare, impacco del piede affetto da callosità con la pizza ancora calda recapitata da Mercurio, mantenimento della pizza attorno al piede per dieci minuti. A questo punto il callo si stacca e si deposita sulla pizza, che può essere consumata come pizza ai quattro formaggi al prezzo di una semplice Margherita (geniale!).

Ercole contribuì con i pomodori rubati dall’orto delle Esperidi (XI fatica) e Giunone con il latte che permise la produzione di mozzarelle giunoniche, passate successivamente alla storia come mozzarelle di Bufala (grazioso vezzeggiativo adoperato dal marito Giove per sottolinearne la bellezza muliebre della consorte).

Il professor Parete, ha anche scoperto che gli Sherdanu furono i primi ad usare l’origano, pianta aromatica che coltivavano sotto le ascelle e modificarono geneticamente (antesignani anche in questo) per addivenire, per primi, alla coltivazione intensiva.

È bene notare, a margine, che successive corruzioni dei centralisti romani mutarono la ricetta originale, sostituendo l’origano con il più vile basilico, ed è per questo che le attuali pizze Margherita sono poco efficaci nel trattamento dei calli, assieme al fatto, naturalmente, che la mozzarella è prodotta col latte di puzzolenti animalacci adusi a sguazzare nel fango!(*)

Il prof. Parete, in un’affollatissima conferenza stampa, ha presentato i risultati di una decennale ricerca sul campo: metri cubi di tranci di pizza del Bronzo Medio databili tra il XVI ed il XIV secolo a.C., tranci di pizza in bronzo dell’età del ferro, tranci di pizza in ferro dell’età del bronzo, un rarissimo trancio di pizza in rame arsenicato purtroppo fuori contesto, che il professore tuttavia data al periodo di transizione tra calcolitico e Bronzo Antico, quando i nuragici cominciarono a sfruttare industrialmente l’invenzione dello Sherdanu Melqart, costruendo le pizzerie adatte alla produzione di pizze Margherita per la cura dei calli, che successivamente esportarono in tutto il Mediterraneo.

Queste pizzerie, successivamente chiamate “Nuraghi”, fanno ancora impazzire gli archeologi, che discutono come tante oche senza accogliere le tesi del prof Parete, che ha incontestabilmente dimostrato quale fosse la destinazione d’uso delle torri!

In conclusione, sarebbe il caso di aprire una petizione on-line per chiedere che la pizza Margherita prenda il nome che le spetta di Pizza Erculea Sherdanu, consegnando le firme raccolte ad un famoso uomo politico sardo che potrà chiedere ragione al Presidente del Consiglio dei Ministri.

 

Nella fotografia, Melqart solleva i massi per la costruzione del Nuraghe Sa Domu ‘e su Re, a Torralba, esibendo piedi assolutamente privi di calli grazie ad un impacco di due pizze Margherita per piede. Si noterà tuttavia che Ercole adopera due grossi calli per la movimentazione dei conci…

 

desi.satta2@virgilio.it

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(*) pare tuttavia che alcuni cultori di storia sarda amino avvolgersi le pizze sui piedi nudi prima di consumarle; essi cultori, sostengono di trovarla più gradevole al palato e di trarne giovamento per le articolazioni delle dita

 

NB – Si tratta di uno scherzo, mi raccomando, non vorrei che qualcuno dei groupies shardariani prendesse la cosa sul serio e chiedesse al Sommo Vate di dare l’avvio alla petizione!

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