BROTZU CADDOZZU

di Gabriele Ainis

 

Devo smetterla di ascoltare la radio, altrimenti finisce che divento radiodipendente dopo aver accusato cani e porci di teledipendenza. Oggi ad esempio, a Radio3 Scienza, trasmettevano un servizio particolarmente interessante, due parole su Giuseppe Brotzu.

Quand’ero ragazzino, abitavo alle case INCIS, nella via Dante (ho scoperto solo di recente il significato dell’acronimo: Istituto Nazionale Case Impiegati dello Stato) in una Cagliari ancora segnata profondamente dai bombardamenti alleati, ed avevamo a disposizione un enorme piazzale lastricato di piastrelle grigie, di cemento, zigrinate, uno spazio che invitava alla corsa, ai giochi alle risse… e ai pattini. A quattro ruote, con le cinghie che stringevano l’attrezzo contro le scarpe e ci facevano sentire l’aria sulla faccia e il rumore molesto delle ruote sulle scanalature delle piastrelle dentro le orecchie.

Facevamo le gare ad eliminazione, con tanto di pubblico entusiasta, ragazzini le cui famiglie non erano in grado di sostenere la spesa per l’acquisto dei pattini. Vinceva il più lesto a tagliare il traguardo, ma era anche una questione di equilibrio, di temerarietà e, soprattutto, di fortuna. Tagliati fuori dalla tenzone, quando l’avversario ci sopravanzava inesorabilmente e l’eliminazione appariva certa, restava solamente l’ultima risorsa: sperare che la figuretta impegnata a pattinare di fronte a noi inciampasse e rovinasse sul terreno (di duro cemento) lasciandoci campo libero.

Per aiutare la fortuna, c’era un metodo infallibile, invocare ad alta voce il nome di colui che in città era chiamato l’Innominabile e la voce popolare aveva decretato essere un temibile portasfiga: Brotzu! Non conosco l’origine della diceria, né funzionava granché. Come accade di solito, c’erano quelli che cadevano e quelli che vincevano, così passavano alla storia le cadute e la fama del menagramo cagliaritano per antonomasia cresceva a dismisura.

Ascoltare alla radio un servizio su di lui è servito a riconciliarmi con la figura di uno scienziato che non ha raggiunto la fama che avrebbe meritato a causa del luogo nel quale è nato e vissuto, sebbene sia stato giustamente candidato al premio Nobel per la scoperta che ha successivamente portato alla sintesi della famiglia delle Cefalosporine, antibiotici che ciascuno di noi ha assunto per almeno una volta nella propria vita.

La storia della sua vita si trova in rete (e su wiki è sbagliato il luogo di nascita!) quindi non è il caso di riassumerla, e poi non è di Brotzu che vorrei parlare, quanto di ciò che mi è saltato alla mente ascoltando la giornalista radiofonica che ne parlava.

Brotzu era un cacciatore di microorganismi e si era convinto, a ragione, che le acque marine prospicienti gli scarichi fognari fossero sede di batteri capaci di neutralizzare gli agenti patogeni sintetizzando un antibiotico. Fu così bravo da trovarne uno, tuttavia, non avendo le risorse per lo studio, lo cedette ad alcuni scienziati di Oxford, che continuarono la ricerca e scoprirono le Cefalosporine. Per questo avrebbe meritato il Nobel ed infatti fu candidato, ma non avvenne: perché?

Di recente un cretino ha pubblicato un commento sul bLLog, chiedendo come mai non ci sia mai stato un nero vincitore di un Nobel in una materia scientifica. Gli è stato risposto che i neri, come i sardi, sono una razza inferiore ed infatti né quelli né questi, sono mai riusciti ad andare a Stoccolma per ricevere il premio dal re di Svezia.

Tuttavia, se alle domande cretine si risponde con una battuta di spirito, per la verità amara perché si vorrebbe che il genere umano non comprendesse idioti come quello di cui parlo, il caso di Brotzu dovrebbe farci riflettere su coloro che utilizzano parametri così fuori luogo per tagliare con l’accetta giudizi di presunta superiorità di una “razza” o di un “popolo” rispetto ad altri, di conseguenza “inferiori”.

Brotzu non vinse un Nobel perché stava a Cagliari, non perché il suo cervello fosse meno valido di quello di Fleming, perché l’Istituto di Igiene non possedeva le strumentazioni ed i laboratori per una ricerca d’avanguardia (di quei tempi, naturalmente) che il nostro conterraneo avrebbe potuto condurre a termine scoprendo le Cefalosporine e, presumibilmente, brevettandole, come poi accadde, finendo per arricchire scienziati e Case farmaceutiche.

Questa consapevolezza, di vivere ed operare in un luogo remoto, dotato di pochi mezzi, Brotzu ce l’aveva ben chiara, come appare evidente dalla chiusa del suo articolo

Si è voluto riferire quanto sopra nella speranza che altri istituti meglio dotati di mezzi possano giungere ad un progresso maggiore nella selezione del micete, preparazione culturale dell’antibiotico, ed estrazione di esso. (G. Brotzu – Ricerche su di un nuovo antibiotico – Lavori dell’Istituto di Igiene di Cagliari, Tip. C. E. L. Cagliari, 1948).

Dovrebbe essere chiaro a tutti, che l’arretratezza della nostra isola è un fatto che il destino cinico e baro ci ha imposto, e che richiede una reazione forte, cioè bisogna essere migliori degli altri e forti lavoratori per emergere, come capita a tutti coloro che nascono con un handicap. Ci sono persone che lo realizzano, altri che non vogliono farlo e preferiscono frignare, accampare scuse, lamentarsi di essere maltrattati e pretendere che altri risolvano i loro problemi.

E’ così che ci troviamo nella situazione di degrado attuale, perché a forza di lamentele continue e di politici che hanno trovato l’Eldorado nella gestione dei piagnistei, abbiamo finito per abdicare dalla volontà di riconoscere noi stessi per quello che siamo, isolani e dunque destinati a lavorare un poco più degli altri, mentre ci piace moltissimo lavorare di meno, come a tutti.

Ecco perché le stupidaggini storiche sono così affascinanti, perché con pochi euro ci illudiamo di essere ciò che non siamo, tirando fuori il peggio da noi stessi.

Brotzu, il Brotzu caddozzu! della mia infanzia, potrebbe insegnarci molto, se solo volessimo ascoltarlo. Si tratta di essere orgogliosi di ciò che si è, non di indossare una maschera scontata di inesistenti passate grandezze.

Ho scoperto anche un’altra cosa, un inatteso link con le case INCIS e la mia infanzia. A correre sui pattini con me c’era anche Robertino Paracchini, la cui mamma si lamentava con la mia perché pare che lo pestassi spesso (ma non è vero, sono sempre stato mingherlino e le ho sempre prese, e poi Robertino era una persona garbatissima fin d’allora). Ho scoperto che nel 2002 ha pubblicato un libro proprio sul professor Brotzu, che non ho letto (ma non è detto che non lo faccia in futuro, se capiterà).

Ah, dimenticavo: Robertino mi batteva sempre, era sempre più bravo di me, però lui non è di pura razza Shardariana perché il papà non era sardo (ma la mamma sì, se non erro di Bortigali). Dunque la sconfitta non conta, perché di certo avvenuta per imbroglio, come sempre capita da parte dei continentali, maledetti loro!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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