GLI SCARPONI DI ERCOLE

di Desi Satta

 

Ammetto di essere prevenuta: quando ascolto i media che straparlano di clamorose inspiegabili scoperte, mi faccio raramente prendere dall’entusiasmo: sono sempre un inverosimile cumulo di corbellerie ad uso e consumo del popolaccio, l’indifferenziato cumulo di teste poco pensanti che delega ad altri l’uso della materia grigia, immaginando di decidere qualcosa al momento del voto. Tuttavia, la mia formazione tecnica impone sempre la valutazione della concretezza delle prove e, a volte, queste sono incontrovertibili.

Che dire infatti della clamorosa scoperta della suola di uno degli scarponi di Ercole?

Ecco, si tratta di uno di quei casi in cui si resta attoniti e rimane poco da dire, se non inchinarsi di fronte al genio dello scopritore e, in questo caso, proprio di scoperta dobbiamo parlare, poiché il prezioso reperto giaceva abbandonato in un’oscura e trascurata vetrina di un museo secondario. Una targhetta cartacea a fianco recitava: Pintadera!

Seeeeeeeeeeeeeee! Pintadera! Raga: ma siamo matti?

Andiamo per ordine: ci ricordiamo delle dodekathlos, le dodici fatiche di Ercole, lo sherdanu Melqart da cui tutti noi discendiamo? Ma vi pare che avrebbe potuto compierle a piedi nudi o indossando dei semplici calzari?

Certamente no: ad andarsene in giro a piedi seminudi si rischia grosso – chiedere ad Achille cosa può succedere se si razzola per i campi di battaglia coi talloni graziosamente esposti agli sguardi vogliosi dei nerboruti guerrieri – mentre tutti sanno che certi mestieri non possono ragionevolmente essere svolti senza un robusto paio di suole sotto la pianta dei piedi.

Il famoso studioso sardo autore della scoperta (e del libro in cui si narrano le sue rocambolesche avventure e la dura lotta contro l’establishment) ha valutato le dodici fatiche, una ad una, dimostrando come esse non potessero essere certamente portate a termine senza un buon paio di scarponi tattici, i primi della storia (*).

Ma scusate: come sarebbe stato possibile ripulire in un giorno le stalle di Augia sguazzando a piedi nudi nella cacca? Ma immaginate le arretroxe e le culate per terra? E se per caso, cadendo, il prode semidio fosse malauguratamente incappato nella clava facendosi impalare? Mica a quei tempi c’era il GPS e l’abitudine di andare a spasso con una carota nel sedere non aveva ancora preso piede. Va bene che anche Ercole amava la compagnia maschile, però a tutto c’è un limite e la clava di legno aveva i nodi sporgenti.

Armato di scarponi, Melqart non ebbe problemi, salvo turarsi il naso ed inventare lo Chanel n. 5, ben prima che Norma Jean ne facesse il simbolo di un epoca, millenni e millenni più tardi!

E rubare i Pomi d’Oro dal giardino delle Esperidi? Come possiamo immaginare il nostro eroe che si aggira in un orto invaso dai pomodori con ai piedi solamente un paio di sandali? Ma avete idea di quanto sia appiccicoso il succo di pomodoro fresco? Una robaccia che una volta attaccata alla pelle e passata sotto le unghie dura settimane, e un belloccio come Ercole non poteva mica andare a spasso con le unghie dei piedi sporche di rosso, no? Cosa avrebbe detto il suo fido compagnuccio? E il nipote Iolao?

Non parliamo di Cerbero, strappato agli Inferi e portato a Micene a calci in culo! Forse che ci sarebbe riuscito senza calzare un paio di robusti scarponi? Possiamo davvero ritenere che un cane a tre teste fosse un cuccioletto amorevole? Arrivò a Micene con i segni del carrarmato stampati nel sedere, ed infatti Caronte, come genialmente intuito dal sommo Dante Alighieri, fu uno dei primi ad acquistare un paio di scarponi, così da tenere Cerbero lontano dai propri clienti che traghettava attraverso lo Stige. Il cane, memore dei calci ricevuti in occasione della breve trasferta a Micene, si abituò a fuggire con la cosa tra le gambe al solo vedere il battistrada delle suole.

Gli scarponi se li levò solamente quando rubò la cintura di Ippolita, perché così facendo la stordì con la puzza di piedi. Infatti la suola non era traspirante come nelle moderne Geox e i piedi tendevano a frollare come una lepre scuoiata lasciata al sole. Anche in questo caso, tuttavia, gli scarponi furono naturalmente fondamentali.

Una volta verificata l’efficacia dei piedi dopo un dura marcia nella foresta amazzonica (Ippolita era infatti la regina delle Amazzoni e viveva in Sudamerica) Ercole usò lo stesso stratagemma per catturare il cinghiale di Erimanto: si levò le scarpe, e il cinghiale, da tre chiolometri di distanza, si convinse trattarsi di una cinghialessa in calore, così accorse e, mentre tentava di inforcare il piede destro dell’eroe, scambiato per un ungulato femmina, si beccò una clamorosa clavata sul cranio, esclamando: «C****o! Mi hai inc*****!». Da cui la denominazione di ungulati che è sopravvissuta nei millenni.

Lo stesso espediente usò per disperdere gli uccelli del lago Stinfalo, i primi a diventare migratori, dopo imitati dalle rondini, dalle gru, e dalle folaghe, tutti stanziali prima della performance dell’eroe.

Per le altre fatiche non c’è che da riflettere: come c’è riuscito il professor Peppe Parete, ci può riuscire chiunque!

Pertanto una scoperta rivoluzionaria e densa di significato, che aggiunge nuova luce alla grandezza dei sardi del passato in barba a coloro che vorrebbero denigrarli a tutti i costi.

Una precisazione conclusiva: se la scoperta della suola di Ercole è senza dubbio un punto fermo della moderna archeologia, non altrettanto di può dire di coloro che vorrebbero decifrare la suola leggendovi il nome di Yahwé replicato settantasette volte (sebbene la valenza del doppio sette faccia riflettere).

Su questo, sarei più cauta!

 

desi.satta2@virgilio.it

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(*) non si può fare a meno di notare come, anche in questo caso, gli sherdanu siano stati i primi a sviluppare la suola a carrarmato, precedendo il primo di essi che comparve sui campi di battaglia: un record difficilmente eguagliabile!

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