LOTTA BIOLOGICA E TESTICOLI D’ASINO

di Gabriele Ainis

 

Quando si dice che non si sa di cosa discutere: la Sardegna va a picco e sui quotidiani locali appare in bella evidenza il tragico caso di Cabras, amena località del Sinis dove è approdato il Giacinto d’Acqua. Non si sa come ci sia arrivato (sebbene esista il forte sospetto che si tratti di una delle tante fughe di piante ornamentali dai giardini dell’area) però si sa benissimo cosa sta combinando: si è impadronito di Mar’e Foghe e lo ha occupato ricoprendolo di un bellissimo e ornamentale tappeto verde. Non siamo contenti? Tutto naturale, 100% biologico, da esserne orgogliosi: non è quello che continuano a chiedere i verdi (ma esistono ancora?).

Peccato che il Giacinto d’Acqua sia una delle piante infestanti potenzialmente più pericolose che esistano, perché mentre nell’area di origine (Sudamerica) è contrastato dai nemici naturali, una volta che arrivi in aree in cui essi non ci siano, cresce a dismisura e invade i corsi d’acqua a deflusso lento e i laghi – come ben sanno in Africa dove rischia di uccidere definitivamente il Lago Vittoria – o in altre parte del mondo.

Purtroppo il giacinto d’acqua è bello da vedere e fa la sua porca figura nei piccoli giardini d’acqua di fronte alle nostre case, così andiamo spesso ad acquistarlo ed anzi lo curiamo come un pargoletto nel timore che i rigori del freddo possano farlo morire. Se si digita Giacinto d’Acqua su Google, si ottengono prima di tutto i siti in cui si spiega come coltivarlo e farlo prosperare.

Peccato che Giacinto sia tutto fuorché uno sprovveduto: poiché a casa propria aveva un sacco di nemici che gli impedivano di crescere a dismisura, ha elaborato evolutivamente una tecnica riproduttiva particolarmente semplice: basta che ne arrivi uno che si moltiplica come i famosi chicchi di riso sulla scacchiera del sultano, accaparrandosi gran parte dell’ossigeno disciolto nell’acqua e condannando a morte per asfissia le altre specie animali e vegetali che condividono l’habitat in cui si insedia.

Di piante come queste ci sono paesi che hanno una paura folle. Non so se a qualcuno è capitato di andare in nuova Zelanda. Non appena si arriva, si compila un modulo in cui vengono poste un bel po’ di domande, tra le quali se si stiano importando semi o piante, o se si abbiano nel bagaglio delle scarpe da trekking con le quali si sia andati a spasso per la campagna, raccogliendo inavvertitamente qualche ospite vegetale. Poi i bagagli vengono passati attraverso uno scanner, mentre una pattuglia di cagnetti annusa in ogni dove alla ricerca non di droga ma d’altro: di immigranti vegetali sgraditi (e poiché si arriva dopo un lungo viaggio, mi chiedo come facciano le simpatiche bestiole a non morire per il puzzo umano!).

Noi ci pensiamo di meno, anche perché sarebbe oggettivamente difficile prendere provvedimenti dignitosamente efficaci. La Nuova Zelanda è isolata, con pochi accessi, facile da controllare e virtualmente (ancora) disabitata. Insomma si illude di potercela fare.

Noi neppure ci illudiamo più, ecco perché prendiamo atto che è arrivato Giacinto, le Nutrie, i pesci rossi e quelli tropicali, i barracuda, le razze…

…al massimo bisognerebbe stupirsi perché ci stupiamo!

Fortunatamente a Cabras c’è gente tosta, quindi hanno preso immediatamente le contromisure: le tireranno fuori dall’acqua usando un sofisticato sistema di drenaggio (cioè con un paio di trattori) poi aspetteranno che le piante marciscano al sole: caso chiuso.

Peccato che, al solito, sia la solita soluzione di emergenza: nello stesso modo in cui si sono insediate una volta, le piante si insedieranno ancora, e non è detto che continuino a farlo sempre nello stesso punto. Magari c’è già, altrove, una fiorente colonia di cui nessuno è a conoscenza o si è dato peso, e in questo momento sono occupate a moltiplicarsi allegramente senza alcuna tema che un trattore possa arrivare a levarle dai piedi.

Certo, adesso parliamo di poca roba, un canale largo 150 m e lungo meno di un chilometro, cosa vuoi che sia di fronte alle distese del lago Vittoria dove a tirarle fuori col trattore non si riesce nemmeno a far loro il solletico?

Allora divertiamoci a sognare: supponiamo che un ecologista indipendentista caschi inavvertitamente su un link dove si descrive la lotta biologica a Giacinto, ad esempio questo.

Basta importare i simpatici Curculionidi che rispondono al nome di Neochetina Bruchi, spargerli sopra la testa di Giacinto, e i cordiali insetti cominceranno a papparselo con gusto, moltiplicandosi felici ed eliminando lo scomodo immigrato senza bisogno di trattori, puzzo di diesel, bestemmie belluine quando si rompe il traino o Giacinto è diventato così folto che ribalta i veicoli agricoli. Certo, c’è anche il fatto che si perde un buon affare da parte di chi vende il proprio lavoro per ripulire, però dobbiamo pur compiere qualche sacrificio per il bene pubblico, quindi via le macchine avanti i coleotteri!

Però gli indipendentisti ecologisti non sono mica scemi, sanno bene quanto sia arduo introdurre volontariamente una nuova specie sperando che compia unicamente il lavoro previsto. Di norma, i nuovi arrivati finiscono per ambientarsi e essendo privi essi stessi di predatori naturali, capaci che gradiscono altro al posto di Giacinto. Infatti, per poco che sia, Giacinto è lievemente tossico per gli insetti, ed è per questo che è sopravvissuto. E se per caso Neochetina, assaggiato Carciofo, decidesse che ha un gusto migliore di Giacinto? Non è che ci troveremmo un sacco di Giacinto in mezzo ai piedi e niente più Carciofo, che si butta anche dentro il Cynar che distende i nervi e siamo già abbastanza nervosi di nostro anche senza l’eliminazione del prezioso ortaggio?

Nessun problema: l’ecologista indipendentista ha la soluzione: assieme a Neochetina importiamo anche un animale che se lo mangi, così, se per caso diventasse troppo ingombrante, ci penserà lui a tenere la popolazione sotto controllo.

Chi sia non so e non ho voglia di cercarlo su Google, però ci sarà di certo, altrimenti al giorno d’oggi l’Amazzonia sarebbe una landa desolata coperta di coleotteri e giacinti con poche altre robe assieme. Chiamiamolo Avis Avidus, un parente del Falco Pellegrino che preferisce la Neochetina ai grilli e se ne ciba ingordamente fino a divenire delle dimensioni di un tacchino.

E se Avidus preferisse le quagliette del Sinis a Neochetina? Vogliamo che un uccello affamato preferisca ingurgitare insetti al posto di una coscia di quaglia nostrana? Ma siamo matti?

Nessun problema: ci sarò pure chi mangia Avidus, no?

Certo, si potrebbe risolvere il problema aprendo al caccia all’Uccello Avido, ma sarebbe pericoloso perché in questo modo si correrebbe il rischio di uccidere a fucilate tutti i Fantascemi Teste di Cavolo (non sono Laner, passatemi l’eufemismo) quindi si troverà un altro mezzo, ad esempio la reintroduzione di un antico sport sherdanu: la caccia biologica con l’asino.

Questo sport millenario (oggi , purtroppo, quasi dimenticato) consisteva nell’uccisione delle specie avicole attraverso l’impatto di un proiettile scagliato con la fionda (non per nulla i Balari, una delle tribù sarde, come ricorda anche il famosissimo dottor Ugas, erano eccellenti frombolieri). Poiché fin d’allora conoscevano i gravi problemi delle malattie professionali legate alla fusione del piombo (il saturnismo è una malattia che abbiamo conosciuto mene anche noi) optarono per proiettili biologici: i coglioni d’asino.

Lasciatemi dire che un indipendentista ecologista non potrebbe fare scelta migliore: metodo autoctono di controllo biologico (niente continentali che ci dicono cosa fare o non fare) utilizzo di materiale sardo DOP (o IGP, di asini nella nostra isola ce ne sono a tonnellate, a miriadi, a TIR a traghetti interi) e possibilità di alimentare un mercato fiorente, come esemplificato dall’immediato probabile aumento dei prezzi nelle macellerie al momento della diffusione pubblica dell’idea rivoluzionaria.

A chi , se non a un indipendentista ecologista potrebbe balenare l’idea di utilizzare uno dei prodotti di più larga diffusione sull’Isola?

Pertanto speriamo che non leggano il nostro bLLog, altrimenti sarebbero anche capaci di mettere il pratica il suggerimento: Baingio&Bustianu, la nostra famosa coppia di politici, potrebbe imbastire uno spettacolo poLLitico capace di raccogliere un pubblico sterminato. Titolo: la lotta coi coglioni (d’asino).

Un successo assicurato!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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