SHERDANU DI SERIE B

di Gabriele Ainis

 

Cercare altre notizie quando c’è tutt’Italia che si interroga sui fatti di Avetrana (chi sarà l’assassino? Il Padre? La Figlia? La madre? Tutta la famiglia? Il diavolo? Gli extraterrestri? Una setta satanica?) è cosa non semplice. Si potrebbe pensare alla politica, ma anche in questo caso si assiste all’ulteriore blocco del parlamento sul Lodo Alfano, che scrivo maiuscolo perché oramai assurto a questione di enorme rilevanza e lo merita (in compenso mi verrebbe da scrivere il nome di Alfano con la minuscola, ma questo è un altro paio di maniche). Insomma notizie non ce ne sono, neppure il calcio, da che l’istrionico Mourinho si è levato dai cosiddetti, fornisce più interessanti pretesti per litigare: calma piatta, insomma, noia.

Però il mondo cammina anche se in Italia non lo sappiamo… e anche l’Italia cammina sebbene l’Italia non lo sappia, né dove vada né quando e se arriverà. I fatti accadono ma certuni, aderendo ad una corrente d pensiero che conta non pochi sostenitori anche in Fisica, tanto per parlare della disciplina che viene considerata paradigmatica del metodo scientifico, fanno finta che non esistano poiché non ne sono a conoscenza.

Così, tra le altre, è quasi passata sotto silenzio una notizia che è finita sì in prima, ma non in tutti i giornali, e tutto sommato con poca rilevanza, appena un brano di colonna: un giudice di Torino ha deciso, sulla scorta di una sentenza della corte costituzionale, che la vita di un operaio albanese deceduto sul lavoro dovesse valere meno di quella di un corrispondente operaio italiano. Questo è il senso della sentenza: il valore della vita di un individuo deve essere determinato in base al reddito del paese di provenienza. Come dire che se un poveraccio muore sul lavoro e proviene dal Malawi (paese la cui povertà si avvia a diventare proverbiale) vale poche centinaia di euro e di quest’ordine di grandezza sarà l’eventuale risarcimento alla famiglia, mentre se proviene dal Giappone (ma mi permetto di dubitare che un operaio giapponese possa trovarsi nella condizione di emigrato a cadere da un ponteggio in un cantiere italiano) può valere mille volte di più.

Lasciamo perdere le valutazioni di carattere morale, non saprei come si è sentito il giudice né se abbia dormito la notte (credo di sì, per mestiere diventano come i medici e si disinteressano del fatto che si trovano di fronte esseri umani e non un pacco più o meno voluminoso di scartafacci) mi piacerebbe invece riflettere su un aspetto che non credo si ritroverà in nessun sito, blog, forum dei coraggiosi difensori della sovranità nazionale sarda, e precisamente il fatto che codesti signori invocano, come corollario scontato alle proprie pretese indipendentiste, il riconoscimento che noi valorosi sherdanu si venga considerati appartenenti alla categoria delle vite di serie B, come il povero operario albanese che da noi è venuto, è crepato sul lavoro, e la cui famiglia ha dovuto subire l’umiliazione di veder valutata la vita dell’uomo in base al PIL Albanese, come se quel poverino non stesse abitando da noi, lavorando da noi, producendo un contributo alla ricchezza nazionale italiana e non albanese. Come?

Semplice, e lo spieghiamo in due parole.

Una delle tante cose sulle quali si glissa spesso, è il fatto che i sardi sono nella gran maggioranza disterraus: che ai boriosi capoccia indipendentisti (più o meno ignoranti e supponenti, c’è solo l’imbarazzo della scelta) piaccia o non piaccia, la maggioranza siamo noi, a meno che, ovviamente, questi idioti non vogliano provare ad affermare che basta lasciare l’isola per trasferirsi a Torino, o a Roma o a Milano, o a Sidney per perdere il diritto di chiamarsi sardi, e che i figli di chi emigra non possano ancora una volta ambire a sentirsi, a buon diritto, tali. Per la verità ci provano, mai dicendolo apertamente perché sono pure vigliacchi, intendiamoci, però ancora nessuno (o quasi, i primi segnali si vedono) l’ha ancora detto apertamente.

Orbene: oggi la Sardegna è indipendente, parla una strana lingua che non si bene cosa sia e come si insegni, e i sardi indipendenti sono più poveri di prima! Ipotesi da fantascienza, naturalmente, salvo il fatto che i sardi, una volta raggiunta l’indipendenza sarebbero dei veri e propri morti di fame.

Un operario sardo (non mi si dica che dopo l’indipendenza non ci sarebbero più emigrati), diciamo in Lombardia, cade da un ponteggio, o crepa dentro una cisterna, o finisce sotto una pressa, o sotto un camion, dentro una tramoggia di un salumificio, trasformato in gas dentro un forno, sepolto in un cantiere. Un operaio? E perché non un dirigente d’azienda caduto da una scala priva delle necessarie bande antiscivolo richieste dalla legge? Un impiegato fulminato da un impianto elettrico non a norma?

I sardi che crepano in Terramanna non sono solo operai, c’è altro e tanto.

Bene: assodata la responsabilità del datore di lavoro(*) un tribunale deciderà l’ammontare del risarcimento e, trattandosi di un cittadino straniero, verrà liquidato in base al PIL del paese di provenienza. Posso osare? Posso aspettarmi che il PIL della Lombardia (liberato dai PIL disastrosi del meridione) sarà di qualche poco superiore a quello della neonata repubblica di Sardegna?

Ma sai che tuonare dei cretini che oggi auspicano l’indipendenza, allora, che articoli, dichiarazioni, prese di posizione e petizioni (chissà se continueranno a rendersi ridicoli con la barzelletta delle Soprintendenze!). La vita degli sherdanu è una vita di serie B, diranno, tanto per far vedere che esistono!

Che faranno poi? Continueranno a vincere premi letterari? A lanciare raccolte di firme? A richiedere il drenaggio di pubblico quattrino da distribuire agli amici degli amici con la scusa del censimento dei nuraghi?

Non so e non voglio neppure immaginarlo: questa è la peggior genia di persone: razzisti, ignoranti, protervi, insensibili a tutto ciò che non sia il proprio misero tornaconto personale, qualche euro in più, due ceci e un trancio di cotenna di porco per insaporire, qualcosa si inventeranno di certo pur di continuare a vivere alle spalle di chi lavora e paga le tasse per mantenerli.

No, non aspettiamoci che parlino dell’albanese crepato e vilipeso dalla nostra legge, che si accorgano che quell’albanese siamo noi e converrebbe interrogarsi su chi siamo davvero: un popolo di morti di fame e di sfruttatori sardi, non colonialisti continentali. Proviamo a guardare i numeri, una volta tanto, e vediamo com’è distribuita in Sardegna la ricchezza e i posti che contano, le presidenze degli enti pubblici, i funzionari, i primari degli ospedali. Vuoi vedere che , una volta tanto, potremmo trovare che siamo in cima alla graduatoria nazionale per il tasso di ripetitività dei cognomi? Che esiste uno strano fenomeno per il quale gli stipendi privilegiati (e di origine pubblica) finiscono sempre dalle stesse parti?

No: non credo che si parlerà di quel povero albanese di cui neppure so il nome, perché in fondo questi signori, non so se si è notato, non parlano mai neppure dei sardi. Se di qualcuno parlano, si citano a vicenda e finiscono per parlare solo di sé stessi, tanto per far capire chi conta e chi no.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(*) tanto per la cronaca, il giudice di Torino ha imputato al deceduto un 20% di responsabilità nell’accaduto. Presto o tardi, quando saranno disponibili, mi ingegnerò di reperire e leggere le motivazioni della sentenza, così, perché sono una persona curiosa e vorrei sapere i parametri utilizzati per questa decisione.

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