PARLIAMO DI NURAGHI – Parte settima: Due parole conclusive e, si spera, non inconcludenti

di Desi Satta

 

Non molto tempo addietro, in un forum, mi ero divertita a descrivere alcune nozioni basiche di statica per illustrare come debbano essere gestite le strutture a secco affinché possano rimanere in piedi. La difficoltà maggiore era stata quella di chiarire per quale motivo le dimensioni di una costruzione a secco debbano necessariamente dipendere da quella media dei massi adoperati per realizzarla.

In effetti non è un concetto di facile descrivibilità analitica, e tuttavia si può intuire immaginando di voler realizzare una struttura con dadi da brodo o con conci lapidei da un metro cubo.

Nel secondo caso, una struttura da un metro cubo verrà realizzata con un solo masso (massima stabilità) mentre quella realizzata con i dadi da brodo ne conterà svariate migliaia e sarà assai meno stabile della precedente (nel senso che piccole perturbazioni potranno farla collassare; da un punto di vista squisitamente analitico, esse sono stabili allo stesso modo). La stabilità dipende dunque dalla quantità di “interfacce” (cioè di soluzioni di continuità) tra i conci utilizzati per unità di volume. Tanto maggiore, tanto minore la capacità di sopravvivere (ed anche la forma ha, naturalmente, una grande importanza).

Per questo motivo, le torri non vennero fatte di sabbia o ghiaia e sono alte al massimo una ventina di metri, con diametri attorno alla decina (si para di ordini di grandezza). I costruttori utilizzarono massi di dimensioni compatibili con le proprie capacità di movimentazione; dell’ordine del metro cubo per i filari più bassi, più piccoli mano a mano che si saliva in altezza ed era necessario sollevarli. È la dimensione dei massi (imposta dai limiti superiori dei movimentazione dei massi) che determina la dimensione delle torri e la rende così uniforme all’interno di una stretta banda di diametri ed altezze. Le considerazioni in merito ad una presunta diffusione di consuetudini costruttive (innegabili per dettagli minori) è priva di senso per i due parametri principali. Duole ricordare che, in proposito, sono state dette un cumulo di sciocchezze dai soliti noti ma anche da tanti addetti ai lavori privi di competenza tecnica sulle strutture a secco.

Che la tholos non sia conica, dipende invece da altro. Una volta fissata l’altezza massima, un profilo curvo alleggerisce la struttura, richiede ovviamente la movimentazione di un minor volume di materiale da costruzione e migliora il rapporto vuoto/pieno. Una semplice analisi dei profili, mostra, da una parte, una grande variabilità e, in genere, poca simmetria (la gran parte delle tholos non sono neppure circolari) di certo l’assenza di un’idea comune relativamente alla morfologia interna.

Necessità imposte dalle caratteristiche globali dell’insieme dei conci, determinano anche la scarpa del paramento esterno, che appare infatti costante in tutte le torri (all’interno di uno stretto intervallo di variabilità) ed è un compromesso tra le necessità strutturali di equilibrio (ad angoli maggiori corrisponde maggiore stabilità) l’ottimizzazione dei costi (angoli maggiori minor necessità di materiale) e naturalmente l’imperativo di contenere tutti gli elementi di progetto (vani, scale). Ancora una volta, la struttura finisce per definirsi in gran parte da sola, una volta che si siano definite (per necessità) le dimensioni massime dei massi movimentabili e l’altezza alla quale essi potevano essere spostati.

Resta inteso che ciascuna torre resta un unicum per tutta una serie di dettagli (dal numero delle nicchie in poi) ma l’aspetto generale, le sue dimensioni, i rapporti tra di esse, sono da imputare a necessità derivanti dalla statica delle costruzioni a secco e non a chissà quali arcani e cervellotici calcoli o riti o altre diavolerie che sono in genere becchime per i polli sparso a piene mani dagli interessati archeocomici, senza dimenticare qualche addetto ai lavori che si è avventurato per lidi ignoti finendo per dire un sacco di assurdità (tra l’altro palesi!).

Tanto per rassicurare coloro che hanno bisogno di pensarsi sfortunati discendenti di un popolo di geniali costruttori, dirò che tutto quanto detto non diminuisce per nulla la bravura dei sardi dell’età del bronzo, che furono così professionali da impadronirsi (probabilmente con un processo di apprendimento che non escluse clamorosi fallimenti) dei principi generali della stabilità delle strutture a secco.

Tuttavia, c’è anche da sottolineare che non furono gli unici, e che se anche noi decidessimo oggi, per un qualche motivo, di realizzare torri a secco, troveremmo le stesse soluzioni adottate da loro, di certo con maggiore consapevolezza.

Le torri non sono misteriose, sono il risultato di un processo evolutivo di strutture preesistenti e rappresentano semplicemente la soluzione obbligata ad una serie di problematiche oggettive poste dalla necessità di edificare a secco una torre di massi, le cui dimensioni massime dipendevano dalla capacità di spostarli e sollevarli.

I numeri dicono che non ci fu necessità di popolazioni né particolarmente organizzate né particolarmente numerose (per l’epoca) né della necessità di particolari tecniche astruse.

E, nonostante l’apparenza, non sono neppure tante. Le nostre torri sono il risultato di un fenomeno di successiva stratificazione in un panorama che si andava modificando lentamente, così che probabilmente ciascuna generazione apprezzò piccole modificazioni al paesaggio, senza rendersi conto che invece esso andava mutando in maniera netta (a differenza di quanto avviene oggi).

Sarebbe piuttosto il caso di domandarsi per quale motivo continuarono ad andare avanti per mezzo millennio (almeno) ma questa è una domanda cui rispondere in maniera seria è difficile.

Diciamo che erano sardi, dunque testardi all’inverosimile: dovremmo domandarci, piuttosto, per quale motivo abbiano smesso e non continuiamo a tirar su torri anche oggi.

 

7/fine

desi.satta2@virgilio.it

142g

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8 risposte a PARLIAMO DI NURAGHI – Parte settima: Due parole conclusive e, si spera, non inconcludenti

  1. Franco Laner ha detto:

    Gentile Desi,
    ho aspettato la conclusione per avere la conferma che lei ha qualche vaga idea costruttiva. Ciò che le manca lo riempie di spocchia e con discorsi del cazzo. Tipici di coloro non hanno il senso del grave. Come d’altronde gli archeologi.
    Dal legno ho imparato l’umiltà, dalle pietre a non dormire mai. Leggendo ciò che ha scritto sui nuraghi mi sono addormentato e con ciò “Buonanotte a tutti”
    Laner

    • Boicheddu ha detto:

      Impossibile, Voi dormite da una ventina d’anni, almeno. Vi sarete stancato salendo e scendendo per le vostre rampe ed andando a spasso con le macchine di sé stesse. Oppure vi mancherà il fiato per colpa del cazzo che sempre avete in bocca. Ai posteri la decisione in merito.
      BS

    • Desi Satta ha detto:

      Gentile Proftziu,
      mi fa piacere che siate ricomparso anche in pubblico. Grazie del commento, come sempre molto carino. Capisco che rendersi conto improvvisamente come la rivoluzionaria teoria della rampa interna al nuraghe sia una sciocchezza non sia piacevole, ma non imputate ad altri le Vostre manchevolezze. Se soltanto Vi fosse venuto in mente di proiettare in pianta la rampa (tenendo conto dei vuoti all’interno della struttura ed assegnando ad essa una pendenza utile a svolgere il compito) Vi sareste reso conto di quale cretineria avete spacciato. Le catene operative (posto che sappiate di cosa si tratta) servono ad evitare figuracce di tal sorta.
      A parte ciò, naturalmente a nessun muratore (e non tiro in ballo ingegneri o geometri) verrebbe mai in mente di portare dei massi su una rampa fatta di pietre non legate, se non stabilizzata da un terrapieno ma, purtroppo, a parte le battute di spirito, gli architetti non brillano né per capacità costruttive né per organizzazione dei cantieri. Fortunatamente ai tempi dei nuraghi gli architetti non c’erano ma i muratori sì, altrimenti al giorno d’oggi, al posto delle torri, troveremmo mucchi di sassi a coprire un cumulo di scheletri.
      Sul resto mi attengo alla pronta replica di Boicheddu e la condivido. In ogni caso Vi preferisco con la bocca sgombra e in grado di replicare, non mi pare il caso di ricorrere a questi mezzucci facendo finta di non poter parlare per manifesta occlusione del vano orale.
      Vi saluto con stima e Vi auguro buon riposo.

  2. Maurizio Feo ha detto:

    Io credo – nella mia ingenuità di appassionato non addetto ai lavori – che il motivo della lunga fortuna temporale dei Nuraghi risieda, almeno in parte, nel discreto (seppure non assoluto) isolamento cui rimase – per caso – soggetta la popolazione che li edificò. Non furono esposti ad altri stimoli culturali – per quanto riguarda l’edilizia, almeno – per un tempo piuttosto lungo. Non ebbero bisogno di altri edifici e d’altre tecniche: riprodussero quelle distintive che avevano sperimentato con successo. Il mondo mediterraneo aveva altri problemi, più urgenti e pressanti, che non preoccuparsi di loro: in particolare quello di sopravvivere. E’ del 1628 l’eruzione del vulcano Thera – Santorini, con tutte le vaste conseguenze climatiche infauste che un fenomeno del genere determina oltre ad uno Tsunami tra i più distruttivi che ci siano mai stati. E’ dimostrato (riabilitando il nome di Claude Schaeffer, che l’aveva proposta per primo perdendoci faccia e dignità) che nei secoli successivi si siano avuti terremoti in sequenza incalzante in Asia Minore. Il sempre crescente costo del grano, la forbice economica sempre maggiore tra i paesi produttori che “facevano cartello” ed i paesi consumatori, che avevano sempre più gravosi debiti e problemi sociali, portò alla fine ad uno dei periodi più neri della storia del Mediterraneo, che culminò con il passaggio traumatico e di necessità dall’utilizzo del bronzo a quello del ferro, dalle nobiltà organizzatrici ed accentratrici ad una più democratica – ma molto più spartana – sussistenza di tipo agro pastorale, in cui per qualche tempo le vie navali e terrestri del commercio soprattutto di beni elitari (ma anche di prima necessità) rimasero inattive. Io credo che quello fu il (lungo) periodo in cui i Sardi riprodussero quasi immutati i loro schemi edilizi e culturali senza alcuna influenza esterna. Che ne dici?

    • Desi Satta ha detto:

      Caro Maurizio,
      come avrai notato, mi sono limitata ad alcune chiacchiere in merito alla statica delle torri, nonché ad alcune questioni costruttive che derivano da necessità insite nelle strutture a secco. Con questo, ho solamente voluto porre in evidenza che alcune caratteristiche delle torri non dipendono da altro se non da necessità statiche e dal fatto che non si potevano usare massi di maggiori dimensioni a causa delle limitazioni tecniche del tempo (in senso lato, bisognerebbe dedicare del tempo anche a questo discorso).
      Avrai anche notato che non ho specificamente affrontato il tema del “perché” si decise di edificare la prima torre, tuttavia ho letto con molto piacere il lavoro del dr Perra che, a mio avviso, è molto ben fatto e centra il problema della descrizione dell’organizzazione sociale del gruppo umano responsabile dell’edificazione (e conferma indirettamente l’ipotesi che le torri vennero edificate da gruppi umani di piccole dimensioni, come ho cercato di illustrare scherzosamente in uno dei miei archeoattack).
      La tua ipotesi è ragionevole, mi trovo d’accordo sull’isolamento (confermato tra l’altro dal dato archeologico) che rende conto molto bene della persistenza dei modelli architettonici per così lungo tempo. Per il resto non saprei: nonostante tenti di mantenermi aggiornata (compatibilmente con le possibilità in termini di tempo e capacità) non mi pare che siano ancora comparsi lavori specifici in ambito sardo che possano confermare quanto dici. È invece verissimo che molte prove indirette potrebbero confermare la tua ipotesi.

  3. Sisaia ha detto:

    “dovremmo domandarci, piuttosto, per quale motivo abbiano smesso e non continuiamo a tirar su torri anche oggi.”

    Semplice, perchè noi non siamo “Nuragici”!

  4. Sisaia ha detto:

    @ Maurizio

    Suggerirei di dare un’occhiata a: La fine di Atlantide – Nuove luci su un’antica leggenda.
    Ed. Newton, 1994.
    Prefazione : Sir Mortimer Wheeler.
    No Fanta-X… 😉

  5. Sisaia ha detto:

    Incredibile…..ho dimenticato l’autore del volume : J.V. Luce.

    Scusate.

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