ORRORI ED ERRORI: LA LEZIONE DELLA SCIENZA CHE SBAGLIA

di Gabriele Ainis

 

Per scrivere di Lombroso (per la verità del Museo a lui intitolato) in un bLLog che si chiama ArcheoloGGia NuraGGica, si potrebbero trovare un numero di pretesti elevato a piacere. Uno per tutti, il fatto che il buon Cesare non si trattenne dal violare illegalmente un numero imprecisato di cimiteri sardi (ma anche lombardi, toscani e piemontesi; il famoso scienziato, quando c’era da mettere le mani su prove di difficile reperimento, non manifestava alcuno spirito razzista) oppure lo studio di molti conterranei isolani, poveri cristi deformi e curiosi come Rigoletto, al secolo Pietro Farris, un giovane Cagliaritano le cui deformi nudità, responsabili del soprannome, appaiono in una sbiadita foto d’epoca facente parte dell’archivio lombrosiano (assieme ad altre; quella di Giuseppe Spina, un altro ragazzino cagliaritano, mi ha provocato un fremito nel vederla: il sosia perfetto di un compagno di scuola delle elementari, morto di leucemia prima delle medie; una carriera scolastica brevissima).

Invece no. Se parlo del Museo di Antropologia Criminale intitolato a Lombroso, a Torino, è solo perché, riprendendo in mano il catalogo edito da UTET Libreria, prima di una visita che ho rimandato per troppo tempo, sono capitato per la seconda volta su sei paginette di Piero Bianucci, intitolate appunto come questo post. Rilette, mi hanno suggerito di procedere fino a pagina 77 (Lombroso e la Pellagra di Franco Lupano) e così ho riletto da capo tutto il catalogo, finendo per andare a letto ad un’ora inconsueta per le mie abitudini.

E per scrivere un modesto post, perché, a volte, sono sufficienti poche pagine per comprendere quale sia la differenza tra la scienza e il resto, ed anche per realizzare come la pericolosa commistione di scienza e politica (nel senso di politica che sfrutta temi scientifici per il proprio tornaconto) sia sempre esistita ed abbia di norma portato risultati esiziali per i cittadini.

Che le tesi di Lombroso siano prive di fondamento (per quanto in parecchi, più o meno direttamente interessati, abbiano provato, e cerchino tuttora di provare, a reintrodurle nel dibattito scientifico) è ormai pacificamente accettato.

Ciò che è meno noto ai più, intendendo con questo il vasto popolo di coloro che vagola in rete in cerca di opportunità variamente ghiotte di autoistruzione, è che Lombroso fu maestro nella pratica, non del tutto estinta, di celare ad arte (ma di certo con arte sopraffina) le evidenze sperimentali contrarie alle tesi che andava proponendo.

Il caso della Pellagra (*) è paradigmatico. Lombroso, era convinto che la malattia fosse causata dall’azione tossica del mais conservato in condizioni inadatte e, per provarlo, sottomise alla comunità scientifica un enorme ammasso di prove, raccolte tuttavia in modo eterogeneo e disordinato, e senza alcuna concessione ad integrazioni con dati discordanti.

Che la tesi di Lombroso fosse priva delle necessarie conferme, apparve chiaro a larga parte della comunità scientifica dell’epoca, tanto che si scatenò una furiosa polemica in merito, bene esemplificata da una citazione da una delle sue lettere polemiche: «Quando una dottrina si è maturata per lungo tempo, quando si creda che da questa dipenda il benessere di migliaia di persone,essa diventa, per chi la plasmava, una proprietà tutta sua, una sua creatura, che egli non può lasciar toccare da mano avversaria, senza correre alla difesa con braccio virile» (**)

Diciamolo: non ci ricorda qualcuno che, accusato di cialtroneria, risponde alle critiche mostrando i muscoli e invocando il volere popolare anziché accettare di sottoporsi al giudizio scientifico?

Eppure le tesi lombrosiane (prive di fondamento) vennero prontamente fate proprie dal governo dell’epoca, nonostante fosse evidente a chiunque avesse voluto prender visione dei dati disponibili, che la malattia fosse causata dalla denutrizione (cioè da una dieta basata esclusivamente sul mais) e non da un’intossicazione da cibo avariato.

Non sfuggirà, che a un governo faccia assai più comodo investire una limitata quantità di denaro in silos ben areati (la soluzione al problema dello stoccaggio in condizioni inadatte) piuttosto che riconoscere come una porzione rilevante della comunità nazionale (e si parla di quello che oggi l’opulento nordest) versi in pessime condizioni alimentari, dunque sia necessario ricorrere a un ripensamento della stratificazione sociale e della ripartizione delle risorse (il che dovrebbe far riflettere anche su quanto accade oggi, tanto per dire che certe faccende trascendono tempi e luoghi).

Le sei paginette di Bianucci, sono un concentrato di buonsenso scientifico, e spiegano cosa sia la scienza e cosa ci si debba attendere da essa, ma soprattutto cosa sia il resto, la pseudoscienza di chi scienziato si improvvisa e di coloro che ne sfruttano abilmente il nome per i propri scopi.

Certo, il bello della scienza è che si ingegna di scoprire se essa stessa stia sbagliando o meno, senza il minimo timore di correggersi in continuazione ed imparare dagli errori pregressi, come quelli di un Lombroso impegnato a combattere con braccio virile attraverso l’arma della polemica, rifiutandosi di riportare le proprie tesi nel quadro della discussione scientifica.

Ecco perché in ArcheoloGGia NuraGGica si può (o si deve) parlare di Lombroso: da lui si può imparare molto, ad esempio come non fare scienza, e del pericolo di abbandonarsi alle parole di coloro che sono più bravi a trovare visibilità e appoggio politico, e che per questo cercano l’avvallo populista del popolo bue.

In tal senso, il museo di Antropologia Criminale può essere un monumento ai pericoli della pseudoscienza, ed il relativo catalogo una buona lettura per chi voglia davvero interrogarsi sui metodi per discriminare tra scienza ed altro.

Il che mi riporta, tra l’altro, ad uno dei pochi vantaggi di disterrau lontano dalla terra avita: posso prendere la mia autovettura e recarmi al museo in una mezzora (scegliendo opportunamente gli orari e/o i giorni, altrimenti potrei passare una mezza giornata in macchina) mentre i miei conterranei devono limitarsi alla lettura del catalogo (salvo una scomoda trasferta in Terramanna), che raccomando caldamente a chi abbia intenzione di usare i neuroni per riflettere e non come riempitivo della cavità cranica.

Se poi troveranno Lombroso terribilmente simile agli odierni Fantascemi (di cui l’isola pullula) non se ne stupiscano: leggano a pag 81 e segg. per apprezzare la breve storia dell’affaire pellagra: troveranno imbarazzanti similitudini con tante storie odierne, fuori, ma soprattutto all’interno dello zoo archeocomico sardo.

 

gabriele.ainis@visrgilio.it

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Il Museo di Antropologia Criminale «CESARE LOMBROSO», a cura di S. Montaldo e P. Tappero – UTET Libreria, 2009

(*) malattia causata dal concorso di carenza di vitamina PP (niocina o acido nicotinico) e carenza proteica; il mais contiene la vitamina, ma il suo assorbimento è impedito da altre sostanze presenti nella farina; pertanto un’alimentazione basata sul mais e sull’assenza di proteine, porta alla comparsa della pellagra; la tesi lombrosiana venne definitivamente accantonata dalla scoperta dell’insorgere della malattia anche in assenza di alimentazione con mais.

(**) C. Lombroso, Sulle cause della pellagra. Lettera polemica al prof. Lussana del Prof C. Lombroso, Tipi della Società cooperativa, Milano Roma (1872), p 25

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3 risposte a ORRORI ED ERRORI: LA LEZIONE DELLA SCIENZA CHE SBAGLIA

  1. eliseo mundula ha detto:

    Egregio Ainis,

    anche rifacendomi al suo penultimo intervento, vorrei un Suo illuminato parere su una questione che Le potrà sembrare poco appunto scientifica, ma mi pongo: “Come mai i Neri (coloured, negri, afroamericani) sono riusciti a far eleggere a presidente degli USA un loro geneticamente (anche se parzialmente) “fratello” e nessuno di loro ha mai vinto un Nobel in qualche disciplina scientifica.” Ha una risposta, che non sia di sociologia spicciola ?

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Ma certo che glielo spiego, molto volentieri, fa sempre piacere rispondere a quesiti intelligenti come il suo.
      Perché i neri sono come i sardi, una razza inferiore. Anche i sardi hanno eletto due presidenti, ma non hanno mai vinto un Nobel per una disciplina scientifica.
      Continui a frequentare il nostro bLLog. Cordialmente,
      Gabriele Ainis

  2. Jonathan Livingstone ha detto:

    Manca la nota segnalata dai tre asterischi.
    Ma forse, basta razzolare un pò nel web..

    Chiediamo scusa; i tre asterischi sono superflui, in realtà mancava un link; grazie della segnalazione.
    BS

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