GLI SHARDARIANI VANNO ALLO STADIO, SAI LA NOVITA’

di Gabriele Ainis

 

Di sport, dello sport televisivo, dunque dello spettacolo, mi è sempre importato poco. Pochezza culturale, si dirà, e forse è pure vero, tuttavia non ho mai capito dove stia la bellezza dell’andare a vedere un certo numero di persone di sesso vario che si agita appresso ad un pallone, indossando un marchio numerico che ne definisce l’identità. Lo sport, se sport dev’essere, è tanto più intrigante praticarlo, mentre se si parla di spettacolo, c’è decisamente di meglio di una mediocre partita di calcio. Si trattasse del Barcellona che randella i Merengue potrei anche essere d’accordo, ma un Cagliari che gioca contro un Inter priva della maggior parte di coloro che sa giocare al pallone li lascio volentieri ad altri.

È pur vero che l’anno glorioso dello scudetto andai a vedere le partite casalinghe del Cagliari, trascinato da un caro amico che abitava non lontano dall’Amsicora, in via Catania, e ricordo ancora con nostalgia l’ondeggiare delle tribune in tubi innocenti quando Giggirriva segnava un goal. C’era tutto uno stadio stracolmo di persone che gioiva all’unisono, un rito collettivo irrinunciabile che sanciva la forza di noi sardi, capaci finalmente di rompere il c…

… le reni ai Continentali. Di calcio non ricordo un fico, ovviamente, ma l’odore della folla sì.

Atlantide era ancora lontana. Allora i già ex-giornalisti esprimevano il proprio livore appresso ad altre ideologie, anch’esse perdenti, i biologi neppure avevano iniziato a studiare biologia e non sapevano che da grandi avrebbero annegato le proprie frustrazioni nella lettura delle cacche di cane, gli insegnanti di lettere cominciavano appena a tartassare innocenti alunni, i periti agrari ancora non avevano preso il diploma ed il GPS non si sapeva che fosse, mentre le stelle mattiniere e serotine sparavano cazzate in cielo ed ancora sulla terra non c’erano arrivate.

Insomma bei tempi, quando le scritte sui muri dicevano: “Gigi Riva non si tocca!” e si scendeva in piazza per impedire che i colonizzatori del nord si appropriassero della nostra principale risorsa: un giocatore di calcio!

Ah, com’eravamo ingenui, vero?

Meno male che gli anni sono trascorsi e il livello culturale si è elevato: un tempo si facevano le petizioni per Gigi Riva, oggi perché le Soprintendenze parlino: i tempi cambiano!

Come dire che le cretinerie cambiano, ma i cretini restano imperterriti al proprio posto, e si vede.

E pensare che neppure eravamo razzisti… ma è poi vero?

Del poco che ricordo di quelle partite, rammento una caduta gratuita di Rombo di Tuono in area. Neppure l’avevano toccato ad andò giù come un catafratto colpito da un masso, con gran fragore di ferraglia. Trovandomi nella curva avventizia tutta ferro e legno, pochi metri dall’area di rigore avversaria, vedemmo tutti che il Gigi nazionale s’era gettato a terra, ma io fui il solo cretino a dirlo e per fortuna a bassa voce. Mi sentirono in pochi, ma furono sufficienti ad annegarmi in un oceano di silenzio irato che sovrastò per qualche secondo lo strepito delle urla invocanti a gran voce il rigore. Una faccia livida e due occhi penetranti a pochi centimetri dai miei mi domandarono se fossi sardo e in quelle poche parole c’era tutto il senso del nostro essere lì, in quel preciso momento, a richiedere il nostro diritto di isolani ad un rigore falso e sacrosanto.

Poche altre volte, nel corso della mia vita, mi sono sentito così estraneo e lontano. Altro che razzismo, avevo osato offendere la maestà di Riva, inviato da dio a guidare il Cagliari alla vittoria e quindi intoccabile come Maradona a Napoli, anni dopo, autorizzato dalla follia popolare a qualunque eccesso pur di assumere le vesti del santo tiratore, di palloni e d’altro.

Il più critico fu il mio amico, dispensatore di forti gomitate alle costole di cui, in ogni caso, non avevo bisogno: anche alla mia stupidità c’è un limite.

Certo, allora non c’erano ancora  tanti neri a spasso per il Belpaese e poi ne avevamo uno simpaticissimo in squadra che giocava per noi, come dimenticarlo, quindi le frasi gentili come “Negro di merda”, erano rare e neppure me le ricordo, anche se c’erano, seppure sovrastate da altre come “Terrone di merda”, oggi cadute in disuso perché altrimenti la Lega perde il venti del cento dei voti.

Gigi non c’è più, in compenso ci sono un sacco di neri (che hanno perso da tempo la “g”), quindi c’è tanto spazio per esprimere i propri sentimenti, ad esempio per prendersela con un giocatore avversario come Samuel Eto’o, che non è solo un campione di calcio ma pure una persona che non si ritrova nelle discoteche o appresso alle veline, uno che parla molte più lingue della maggior parte degli italiani, non dice banalità quando viene intervistato ed ha una cosa in comune con tanti sardi: è un emigrato ed è innamorato del proprio paese!

Bazzecole, allo stadio succede ben altro, ad esempio che un centinaio scarso di neonazisti blocchi un evento internazionale come una partita tra due nazionali di calcio. Che i neonazisti diventino eroi nazionali e vadano in prima serata con contorno di indici levati e bicipiti tatuati. Che Belgrado dica a Maroni che lasci il posto a qualcuno capace di fare il mestiere di garante dell’ordine pubblico (sono le volte che dico ai miei amici: “fatti vostri, io non sono italiano, sono sardo!”). Non male per la sesta potenza industriale del mondo!

Quindi: che sarà mai un po’ di merda tirata addosso ad un negraccio che viene a casa nostra e ci fa pure goal?

Già, negraccio e casa nostra, quanti ricordi, solo che devo sostituire a negraccio una parole differente, quel terronaccio che tanti di noi hanno avuto nelle orecchie per decenni e ancora non ne vuole sapere di scomparire, sebbene non pochi sardi lo abbiano adottato per esorcizzare anni bui di cartelli ironici e scherzosi come quello che accompagna questo post.

Sì, gli shardariani vanno allo stadio, si distinguono anche là e ne vanno fieri, con buona pace degli imbecilli che non hanno sentito e lo dichiarano ai media.

Calcio e sherdanu: che accoppiata!

Adesso aspettiamo che il senatore Massidda presenti un’interrogazione parlamentare lamentandosi per il comportamento dell’arbitro, chiaramente in combutta con le soprintendenze, che Maninchedda chieda soldi per la limba perché i cori razzisti erano in italiano (che offesa per la sardità!) che Bustianu vada col pennello in mano alla sede della FGC, che Sale si incateni ai cancelli del Sant’Elia chiedendo che venga dichiarato zona franca, che Madau ci illumini con un altro articolo on-line redatto in perfetto intellettualese che leggeranno in dieci e capiranno in uno e che Bolognesi pubblichi un articolo sul coro da stadio in LSC.

Poi ci penseranno i soliti idioti ad indignarsi e lanciare le petizioni per difendere i poveri incompresi che razzisti non sono e non sono mai stati: siamo o non siamo i prodi sherdanu che nessuno potrà mai sconfiggere?

 

gabriele.ainis@virgilio,it

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