ARCHEOLOGIA E MATEMATICA

di Gabriele Ainis

 

Diciamolo chiaramente: di matematica non ne capisce un accidente nessuno! In Italia viene vista come una materia superflua, un insegnamento inutile che dovrebbe ragionevolmente arrestarsi alle quattro operazioni o poco più. Perché si dovrebbe perdere tempo a studiare geometria, algebra, analisi matematica, un briciolo di matematica applicata…

Non è un caso che le Iene, quando vogliono sottolineare l’ignoranza della nostra classe politica, vadano a Montecitorio o a Palazzo Madama per porre domande di storia, geografia, letteratura, ma non mi è mai capitato che chiedano cosa sia il coseno (il seno è meglio evitarlo, sarebbe una domanda cui probabilmente i politici di ambo i sessi tenterebbero di rispondere) o una tangente…

Ehm… dai, facciamo una cotangente che è meglio, potrebbe darsi che la tangente sia cosa ben conosciuta.

In definitiva ci si vergogna un poco (ma non tantissimo, intendiamoci!) quando non si sa dire quale sia la data della presa di Porta Pia (intendo l’anno, non la data precisa) ma nessuno si imbarazza nel confessare di “non sapere nulla di matematica” anzi, al contrario, accade assai spesso che l’ignoranza venga ostentata non senza vanità, intendendo con questo che le persone importanti snobbano la materia, secondo l’accettato e condiviso concetto che per ‘arrivare’ da qualche parte non si ha bisogno di integrali, equazioni differenziali, topologia, matrici, geometria proiettiva, tensori e via con termini che per la maggior parte di noi sono chiari quanto una macchia di catrame.

Eppure, la matematica non è altro che logica allo stato puro, la dimostrazione delle capacità razionali della mente umana. Sapere di matematica e lasciarsi coinvolgere da essa dovrebbe essere la dimostrazione della propria capacità di ragionamento, della ‘voglia’ di ragionere

Riusciamo ad immaginare Giacobbo che illustra il mistero di = -1? No, vero? Magari riesce ad affettarcelo con la stupidaggine che la Grande Piramide racchiude in sé il mistero di 𝜋, ma poi dubito che il mitico conduttore di Voyager sappia davvero cosa sia questo 𝜋 che si trova spesso sulla bocca di tutti, ma soprattutto cosa sia un numero trascendente.

Però il punto di oggi non è questo e non intendo scagliarmi contro l’ignoranza anche se se la figura riporta la copertina di un libro che in un certo senso ne tratta, cercando di illustrare come sia inconcepibile non farsi catturare dal fascino della matematica. L’ignoranza è stata da tempo sdoganata come un segno di distinzione da portarsi addosso come un monile prezioso, dunque inutile parlarne, se non per segnalare che neppure il breve commento al libro, pubblicato sul sito della casa editrice, si esime dal non rendersi conto di quale possa essere il nodo centrale della faccenda. Se perdete un minuto a leggerlo, vi accorgerete che la matematica viene paragonata, dal punto di vista della capacità di interessare le persone, ad un’opera d’arte, senza rendersi conto che sono pochissimi gli italiani che dall’arte si fanno coinvolgere! Pertanto non ha senso domandarsi come mai non ci si faccia intrigare dalla matematica come da un’opera d’arte, perché in realtà non ci si fa coinvolgere da entrambe le categorie!

Come dicevo, il punto interessante è un altro, e si trova nelle conclusioni (brevi, ma tutto il libro lo è, succinto e denso di spunti per chi ne abbia voglia, sebbene poco leggibile per chi non abbia almeno una buona infarinatura di algebra e geometria).

Ambrosetti, l’autore, non è un matematico qualunque, è uno che insegnava alla Normale di Pisa ed ora si trova alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (quella di Abdus Salam, per chi lo conosce, il premio Nobel per la fisica che ha sviluppato la teoria elettrodebole assieme a Glashow e Weinberg) dunque non il primo arrivato. Ebbene, riconosciuto il dato oggettivo dello scollamento tra università e scuola media superiore, il fatto che spesso i professori universitari vengano visti come figure poco affini a chi non si occupi di Università e ricerca, occupate a sviluppare chissà quali astrusità, si domanda se la situazione non sia anche una loro responsabilità e lo strappo non debba essere ricucito attraverso un’opera di sensibilizzazione e di informazione spicciola che manca e non può essere affidata ad altri.

Personalmente, che l’abbia detto un Ambrosetti non mi stupisce. Spesso sono proprio i migliori ad essere privi di quella spocchia accademica che si ritrova a volte tra i mediocri ricercatori, proprio per questo maniacalmente attenti al calcolo del proprio score professionale. E mi trova anche d’accordo sul merito di ciò che afferma: il gap non può essere colmato dal basso, pensarlo sarebbe sciocco, né si può pretendere che un qualche politico, seppure proveniente dal mondo accademico, e non mancano, si facesse portatore di queste istanze.

Naturalmente, poiché scrivo in un bLLog che si chiama ArcheoloGGia NuraGGica, vorrei adattare lo stesso ragionamento all’Archeologia, che presso i nostri lidi è stata oggetto di una violenza inaudita da parte di una manica di cialtroni, spesso con il fine di utilizzarne una visone deformata per lucrarne alle sue spalle.

Non che abbiano molta presa, le persone hanno altro a cui pensare che non alle sciagurate Soprintendenze colpevoli di ignorare volutamente la grandezza dei sardi, però c’è chi ci lucra, anche politicamente, come dimostrano alcuni esempi recenti commentati anche in questo bLLog.

Rispondere ai suddetti cialtroni, alle provocazioni, alle invettive, all’imbecillità, sarebbe privo di senso, se non altro perché sarebbe esattamente ciò che sperano. Gli idioti hanno bisogno di nemici, tant’è vero che se li inventano parlando di paure accademiche, di baronie, di conciliaboli segreti per ovviare al montare della tensione popolare.

Parliamo però di cose serie: possiamo ignorare che nell’isola c’è un grande interesse per i temi legati all’archeologia? Siamo sicuri che i tanto vituperati professori (i baroni della baronia, secondo i cretini di cui parlavo prima) non possano venire incontro a noi appassionati se non altro spiegandoci come lavorano, in cosa consista il loro mestiere, quanto sia differente dall’immagine stereotipata alla ‘Indiana Jones’ comunicata dai media?

Se ripenso ai libri che ho letto dedicati alla nostra protostoria (non pochissimi), anche dichiaratamente divulgativi, non me ne sovviene uno che potrei definire discorsivo, privo ad esempio del lessico tecnico che allontana istintivamente dalla lettura. Capisco la necessità di non rinunciare alla precisione, di non cadere in errore, ma perché non scrivere pensando al volgo (leggi a noi) visto che si tratta di divulgazione?

A quando un libricino gradevole come questo, scritto con leggerezza da un archeologo che non sia di primo pelo e ci spieghi cos’è una stratigrafia, ci racconti perché non abbia senso andare a spasso con un GPS nel c… in mano senza una solida base sperimentale, la differenza tra un ragionamento basato sui dati archeologici e/o storici e quattro parole al bar pronunciate da un ignorante che dovrebbe prima di tutto imparare l’uso del congiuntivo…

Chiedo troppo?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Antonio Ambrosetti – IL FASCINO DELLA MATEMATICA Un viaggio attraverso i teoremi – Bollati Boringhieri, 2009

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