LE COSE CHE NON POSSIAMO DIRE: RAZZISMO SHARDARIANO

di Gabriele Ainis

 

…una dottrina che pretende di vedere, nei caratteri intellettuali e morali che si attribuiscono a un insieme di individui comunque definito, l’effetto necessario di un patrimonio genetico comune.

Claude Lévi-Strauss, discorso pronunciato all’UNESCO, 1971

 

Strano posto l’Italia, che si illude di essere dotata di alcuni strumenti di convivenza civile così tanto rivendicati dalle scuole di pensiero liberali, come ad esempio la libertà di parola. Tanto strano, che alcune di esse hanno finito per essere rivendicate, con decisione, da forze politiche e da intellettuali che liberali non si sono mai dichiarati ed hanno finito per esserlo loro malgrado.

Dall’avvento di Berlusconi, attorno alle tre paroline si dibatte a tappe, sempre su agenda del suddetto, visto che da quando c’è lui, grande comunicatore, si comunica assai meno di prima, o almeno così ci pare di percepire, sebbene anche la Balena Bianca e Craxi non abbiano scherzato in tema di esilio forzato di chi pretendeva di dire davvero la propria opinione. Vianello e Tognazzi, ad esempio, oppure Walter Chiari che scherzava sul triangolo, per non dimenticare, naturalmente, Beppe Grillo che si permise una battuta innocente sui socialisti ladri (che poi si dimostrarono non essere per nulla innocenti; forse Craxi avrebbe preferito una battuta colpevole per fare da pendant alle ruberie).

Altri tempi. Al giorno d’oggi i Vianello e i Tognazzi, rivisti in bianco e nero nelle trasmissioni che riciclano il passato per tappare i buchi estivi della programmazione televisiva, fanno sorridere. Passano e vanno, come recitava una fortunata pubblicità per un’acqua minerale, prima dell’inaugurazione di una suora che tintinna in video e di un quasi ex-giocatore felice di mostrare l’uccello sulla propria spalla (avranno sbagliato intervento a Casablanca? Ah, questi medici marocchini!).

Si dibatte a tappe, si diceva, perché ogni tanto il proprietario di Mediaset (quando non è il presidente del consiglio) e il presidente del consiglio (quando è entrambe le cose) si lamenta (o si lamentano, vedete un po’ voi) del comportamento del tal giornalista o di un comico o di un commentatore di una rete televisiva pubblica, dopodiché si apre la querelle tra chi vorrebbe sbatterlo fuori e chi lo difende. Così si parla di libertà di parola.

Insomma questa, in Italia, è quella cosa che fa dire a Berlusconi che si devono sbatter fuori Santoro e Biagi, e all’opposizione (o al governo se non c’è Berlusconi, che allora si limita ad essere il padrone di Mediaset) che invece non si devono sbattere fuori.

Pertanto, tutto il dibattito sulla libertà di parola si limita più o meno a: “Dobbiamo sbattere fuori Santoro e Biagi o no?”, il resto non conta.

Quale resto? Qualcuno ricorda Daniele Luttazzi? Spero di sì, uno dei pochi, nel nostro paese , che ha avuto l’ardire di dire sempre ciò che pensa. L’hanno sbattuto fuori tutti, destre, sinistre, sinestre e distre. Attualmente riempie i teatri ovunque vada, perché nonostante tutto in Italia ci sono anche delle persone intelligenti, però non è in grado di far danno, perché i messaggi che permettono al potere di perpetuarsi (nei regimi cosiddetti democratici avviene al momento del voto) sono veicolati dalla televisione: fuori da questa, fuori dai giochi.

E non è che quelli che restano dentro (e non vengono sbattuti fuori) ricevano le veline (quelle di carta, ma anche quelle in carne, ossa, tette,…) prima delle trasmissioni, che vengano obbligati a recitare la lezioncina. No, non è necessario: si autovelinano da soli, perché sanno benissimo cosa si può dire tranquillamente, cosa è meglio accennare appena, cosa non si deve dire assolutamente. Se Darwin aveva ragione, stiamo evolvendo una nuova specie umana italica (giornalisti ed anchorman) che portano nel proprio DNA il messaggio codificato dell’elusione televisiva. Ed è per questo che il nuovo telegiornale della Sette, diretto dal placido Mentana, ha immediatamente ottenuto un notevole successo: è un normalissimo bollettino televisivo che si potrebbe definire al massimo mediocre, ma brilla di luce propria nel profondo buio informativo italiano.

Ma in fondo: perché un Luttazzi viene definitivamente esiliato e nessuno ne parla, mentre un Santoro fa comunque notizia anche quando se ne va in esilio a Bruxelles?

Semplice: perché Santoro non è assolutamente scomodo, mentre Luttazzi sì, e molto. I Santoro televisivi fanno comodo al potere, perché si possono accusare facilmente di faziosità e, in ogni caso, si interloquisce con loro e gli si manda in trasmissione i Ghedini, i Belpietro, i La Russa (Ignazio Benito Maria), tutte persone che parlano, rispondono, rintuzzano come in un’infinita partita di pallone in cui gli avversari, comunque vada, sanno di rispettare un regolamento (o un copione). Oggi segna un goal una squadra, domani un’altra, tanto la classifica è sempre aperta e si riprende la settimana successiva: il gioco procede.

Con i Luttazzi no. Che si risponde ad uno che tratta le persone da coprofagi? Che mangia la merda alla televisione prelevando un assaggio da uno stronzo posato su un piatto (che sarà pure stato di cioccolato, ma il messaggio passa, ed è forte)?

Non si risponde: lo si caccia via immediatamente e lo si cancella dalla memoria collettiva: oggi in Italia, i Luttazzi, e non sono pochi, non vanno in Tv, dunque non esistono.

Perché tutto questo pistolotto? Cosa c’entra col titolo del post?

C’entra, purtroppo e molto. Ci siamo dimenticati dei titoli che campeggiavano sui giornali italiani nei giorni scorsi? I quattro eroi morti in terra straniera?

In Sardegna, i quotidiani locali hanno rilanciato la notizia con particolare rilevanza perché uno dei caduti era di Alghero, sardo e naturalmente alpino (Alghero si trova alla sommità di una catena di montagne, lo sanno tutti, solo che sono montagne per lo più sommerse).

Eroi. Il tronfio ministro della Guerra (non riesco a definirlo ministro della Difesa) ha immediatamente accusato di sciacallaggio chiunque avesse osato suggerire di finirla con la guerra in Afghanistan, ad esempio perché l’abbiamo persa oppure perché la nostra costituzione non ammette le guerre: due cosette da nulla.

Una bella dichiarazione preventiva che ha spento sul nascere qualunque velleità di libero pensiero. Ad esempio: che differenza c’è tra il povero alpino di Alghero ed un muratore che cade da un ponteggio privo di protezioni e si spiaccica a terra come un pomodoro troppo maturo? Sono morti entrambi per una disgrazia nello svolgimento di un lavoro pericoloso e malpagato, eppure il primo va in prima pagina e il secondo va a fare in culo, se è italiano, se è un irregolare ha buone probabilità di finire in un fosso e di scomparire per sempre. Ci sono vite importanti e vite pret-a-porter?

Non so, ma possibile che non se ne possa parlare, visto che siamo in tanti a porci la domanda? Vogliamo chiedere alla moglie, ai figli del muratore se soffrono di meno perché il marito e papà spalava cemento e non sparava pallottole?

No, non si può, ci sono cose che non si possono dire perché al potere non piacciono, e sono talmente sgradite (grazie ad una martellante, diuturna campagna mediatica) che le hanno trasformate in frasi e concetti che si adoperano con un certo fastidio, tanto da domandarsi cosa ci possa essere di sbagliato nello scegliere un argomento di discussione potenzialmente interessante e fecondo per trasformarlo in atto.

Non so se sia corretto o meno celebrare una morte e fanculizzare le altre, non me lo posso neppure chiedere perché non sta bene parlarne, non sono cose che si fanno tra persone educate, come defecare in pubblico (finché non ci sarà una geniale presentatrice che ci penserà). Mi sarebbe venuto uccidere, ma poi ci ho ripensato, perché ammazzare è lecito (basta farlo nel modo corretto e si diventa eroi).

Arriviamo al punto. L’identità sarda, se anche esiste, possiede le stesse caratteristiche di indiscutibilità dei morti ammazzati in guerra, che non sono morti ma eroi: un mito utile al potere, evidente di per sé (in matematica si chiama assioma). Quando se ne parla è per discutere cosa sia, mai “se sia” o meno, insomma se davvero esista.

Il razzismo, categoria usata (anche) per sconvolgere l’Europa durante la seconda guerra mondiale, attecchì in un periodo di forte crisi economica e non risparmiò nessuno. Esattamente ciò che accade all’interno della nostra piccola isoletta, dove il razzismo assume forme note, fatte di false rivendicazioni, di clamorose ed insulse balle storiche, di invidia, pressapochismo e speranza di ottenere un futuro dall’odio per il diverso, nonché ovviamente, l’essere shardariani purissimi, in un modo o nell’altro, la si voglia chiamare eredità sherdanu o identità.

Se ne potrà mai parlare?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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