PERCHE’ SIAMO POVERI ANCHE SE CI HANNO DATO UN SACCO DI SOLDI?

di Gabriele Ainis

 

Ci sono libri che ti capitano in mano e ti rendi conto che hanno buone possibilità di diventare qualcosa di simile ad una bibbia. Nel senso che divideranno i lettori (numerosi) in due fazioni: credenti ed eretici.

Perché accada, lo spiego con la capacità di porsi le domande giuste, e poi di lavorarci attorno per imbastire buone riposte, magari non geniali ma almeno dignitose. Insomma che facciano riflettere (detto per chi possiede gli strumenti per farlo, gli altri possono risparmiarsi la fatica di leggerlo).

Per quanto riguarda la divulgazione dei temi legati allo sviluppo delle società umane, ciò è riuscito, tanto per citarne uno, ad Armi, Acciaio, Malattie (*), che si potrà criticare quanto si vuole ma ha avuto il merito di portare delle spiegazioni ragionevoli a domande intelligenti, cosa che riesce a pochi, e spesso si tratta di scrittori poco propensi a farsi capire per cui non escono da un ristretto ambito specialistico.

Senza pietà, è un saggio meno agevole del precedente e si occupa di questioni leggermente più tecniche sebbene, in fondo, si pongano entrambi la stessa domanda: perché, se l’uomo è così uniforme, tanto che il corredo genetico può essere definito identico per tutta la popolazione umana, ci sono popoli ricchi e popoli poveri? Perché disparità così eclatanti come quelle tra Europa (e mondo occidentale in genere) ed Africa nera? Perché il fiume di denaro convogliato verso i paesi del terzo mondo non ha sortito, di fatto, i risultati attesi?

Sono domande che non riguardano solamente il terzo mondo e la sua distanza dall’occidente, questo apparirà chiaro a tutti, ma anche disparità evidenti tra aree geografiche contigue e spesso facenti parte dello stesso stato, come accade in Belgio, nel Regno Unito nella ex Cecoslovacchia… e naturalmente in Italia, a casa nostra, il Belpaese in cui la forbice tra nord e sud (isole comprese) continua ad aumentare e, attualmente, non vede proposte ragionevoli per la soluzione problema (grave, sulla via di divenire gravissimo).

Va da sé che i cretini (e tanti ve ne sono un po’ ovunque, vuoi nelle aree sviluppate vuoi in quelle depresse) hanno la soluzione in tasca: separarsi. Tanto per non far nomi, in Italia ci sono i Padani che pensano davvero di risolvere i propri problemi lasciando che il sud vada a rotoli (e prendendosela con quattro gatti immigrati, ci sarebbe da parlare anche di questo) ma anche gli imbecilli del sud che pensano di diventare improvvisamente forti parlando una lingua inesistente, e comunque sconosciuta, e provando a fare da sé, come se tutte le volte che la classe dirigente meridionale ha avuto la possibilità di esprimersi in autonomia non abbia combinato altro che una caterva di guai.

Peccato che codesti signori non abbiano né la capacità né la voglia di domandarsi per quale motivo, tanto per fare un esempio, i Sardi della Sardegna siano, dati alla mano, pessimi amministratori, imprenditori, funzionari, mentre, quando si recano all’”estero”, siano tutt’altro che sprovveduti e rientrino immediatamente nella media, assieme a tutti gli altri.

C’è anche da dire che non ci sono solo gli imbecilli, ci sono anche i malfattori, coloro che gonfiati dall’ideologia e dal proprio interesse spicciolo (di norma si tratta di persone da quattro soldi, in cerca di un pezzo di pane e una fetta di sartizzu) difendono un razzismo strisciante fatto di ignoranza, storia inventata di sana pianta, ricerca ossessiva di pubblico e di nemici. Con la differenza che il razzismo dei ricchi paga (facendo diventare i ricchi ancora più ricchi) mentre quello dei poveri serve solo a farli diventare ancora più micragnosi, salvo i capoccia che vivacchiano sulle spalle degli stupidi, contenti, beati loro che si accontentano, di pensare di far parte della schiera degli eletti.

Non potrebbero, tutti costoro, domandarsi per quale motivo si trovano a vivere in un’area depressa? Quale meccanismo soggiace alla disparità umanamente inaccettabile tra poveri e ricchi?

O in altri termini: è possibile domandarsi perché un luogo come la Sardegna, a quaranta minuti di volo dal continente, sia così tanto depressa senza far ricorso agli sciocchi stereotipi dei cattivoni di Roma che la tengono sotto il tallone colonialista?

Il libro di Clark ha una risposta, elaborata in quasi quattrocento pagine di dati, ragionamenti, modelli. La risposta arriva da un’analisi puntuale della storia dell’economia umana, in fondo brevissima perché occupa appena una dozzina di migliaia d’anni, non di più, con uno spartiacque netto costituito dalla Rivoluzione Industriale.

Citando una mole impressionante di dati, si dimostra (dato oggettivo) che prima del 1800 la popolazione mondiale viveva una situazione sociale di straordinario equilibrio, nel senso che la condizione del cittadino di Londra (intendendo con questo la maggioranza numerica degli abitanti) possedeva aspettative non differenti da quelle di un cittadino cinese o giapponese dello stesso periodo, in termini di reddito, comodità, speranza di vita. Fu a partire da quel momento, dall’avvento della rivoluzione industriale, che la forbice cominciò ad aprirsi e, da quel momento, non appare intenzionata a tornare indietro (e si spiega anche il perché).

Domanda: perché in Inghilterra? Perché se ad esempio in Cina e in Giappone c’erano le stesse potenzialità in termini di scienza, popolazione, ricchezza, opportunità?

Clark è un economista, e come tale risponde, citando e mostrando numeri, percentuali, tabelle, grafici. La lettura del suo saggio è lontana da quella di un libro di Diamond o di Sagan: meno parole, più fatti, certi e codificati dall’aritmetica. Insomma necessità di maggiore attenzione e ragionamento, non ci si illuda di leggere un romanzo giallo.

La ragione è tutto sommato semplice (secondo lui): […]possiamo congetturare che il vantaggio dell’Inghilterra risieda nella rapida diffusione culturale […] dei valori dell’economicamente vittorioso attraverso la società negli anni 1200-1800. (op. cit. pag. 276)

In molti non saranno contenti: Clark afferma con forza che il vantaggio risiede nei valori sociali e nella capacità produttiva di una comunità: senza questi due fattori (entrambi i fattori) non si progredisce o, se si vuole, non si diventa più ricchi.

Il che spiega per quale motivo il fiume ininterrotto dei soldi che vanno alle aree depresse non serva a nulla, poiché sono le aree depresse che devono sviluppare valori sociali in grado di farla progredire. Detto da un economista (e dimostrato pagina dopo pagina, per chi ha la capacità di leggere e capire) non può fare a meno di sorprendere, se non altro perché ciò significa imputare la Banca Mondiale, ed in genere gli organismi che vorrebbero (apparentemente) coadiuvare un processo di riduzione delle disparità tra popoli, di palese incapacità, non tanto attuativa, quanto programmatica, il che è decisamente peggio.

Così si chiedano i cretini autonomindipendentisti se non si debba cominciare a guardarci allo specchio, popolo di assistiti cronici divenuti dipendenti dalle proprie ubbie, e di muovere il sederino guardando a come agisce chi è più ricco di noi, magari per carpirne i segreti, a cominciare dall’organizzazione sociale. I veneti non sono più ricchi perché parlano veneto e la sanità della Lombardia non funzione meglio della nostra perché parlano lombardo (che non esiste, come il veneto e il sardo). C’è dell’altro e non sta nella scelta consapevole di un grande vecchio che vuole negare la nostra storia gloriosa e tenerci schiavi: basta guardare la realtà e sfoderare il proprio senso critico.

Poi bisognerebbe anche faticare per svilupparne uno, ma questa è un’altra storia dolente, purtroppo, a tutto vantaggio dei cialtroni, ciarlatani e delinquenti i quali, guarda caso, di scuola e istruzione non parlano mai: chissà perché!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Gregory Clark  – Senza pietà: breve storia economica del mondo – Codice Edizioni (Torino), 2009

 

(*) non per nulla è stato ripubblicato in Italia a meno di dieci euro nella collana SuperET

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