SIAMO NELLA MERDA… E NESSUNO USA GLI OCCHIALI NE’ PRENDE IL FOSFORO PER LA MEMORIA

di Gabriele Ainis

 

Domandina semplice semplice: cos’è davvero importante, oggi, per i sardi?

Rispondere dovrebbe essere agevole: un’occhiata ai quotidiani, agli atti del consiglio regionale, ai libri che si pubblicano, ai convegni che si tengono (e che gravano, di norma, sulle nostre tasche) alle riflessioni degli intellettuali (anche queste) alle esternazioni degli uomini politici (mi si permetta di non chiamarle riflessioni per pudore). Naturalmente una mezzoretta dedicata alla rete (oltre a quanto detto prima, tutto disponibile sul web) per un breve viaggio nei blog e forum dove si discute, a ruota libera, tra i nerd ossessivi e quelli meno, un bel tour nello zoo virtuale dell’umana bestialità.

Qualora ci si voglia dedicare a questo sport (in fondo non ci vuole troppo tempo, non è detto che si debba praticarlo giornalmente, prima e dopo i pasti) si arriverà alla felice conclusione che ci troviamo in presenza di una curiosa convergenza di intenti ed interessi, perché le questioni all’ordine del giorno appaiono condivise da tutti. Naturalmente ci si divide, spesso con ferocia, sulle soluzioni e sui punti di vista, tuttavia i temi di discussione sono quelli. Quali?

Lo statuto, l’autonomia, l’indipendenza, la lingua, l’identità nazionale, le tasse che regaliamo allo stato centralista, la nostra condizione di colonizzati dai perfidi continentali (ma un tempo non si chiamavano “milanesi”?) la protesta dei pastori (forse, ma solamente perché i giornali se ne occupano, nessuno capisce cosa vogliano davvero) le aziende che chiudono per colpa di quelli di prima (chiamateli come vi pare, forse non-sardi sarebbe meglio, tanto per puntualizzare che non è colpa nostra) la lamentazione continua contro gli imprenditori che si sono messi in tasca i soldi dei sardi che sarebbero dovuti servire alla rinascita e che sono stati invece funzionali alla ri-morte.

Attenzione, perché gli ultimi temi elencati (diciamo, in generale, la crisi del comparto produttivo) rappresentano una percentuale infima del mazzo, alimentata dalla circostanza che i pastori hanno svolto azioni folkloristiche di pseudo blocchi di aeroporti e porti (e come tali vanno considerate, assieme ai morsi ai turisti: probabilmente tra breve ci si ricorderà di Bustianu che morde ma non dei motivi per i quali si trovasse ad Olbia a prendere le sberle). Cosette alla Sale insomma, che si fanno e poi si dimenticano dopo una settimana perché i sardi mediamente se ne impipano di quello che fanno i pastori, ed anzi in molti pensano che sia ora di finirla con il sostegno ad un settore che non si sviluppa e non sembra in grado di autosostenersi. Stesso discorso per le aziende che chiudono ed il cui ricordo è tenuto in vita dai poveri cristi che vanno sulle torri (ma vuoi vedere che nel bronzo medio c’erano gli scioperanti che salivano sul mastio di Barumini?) o si mettono in galera da sé per mutare ruolo: da cassintegrato a fenomeno mediatico, tanto che sono stati utilizzati per la promozione turistica del luogo nel quale si sono esiliati.

Insomma parrebbe che se non ci fossero le azioni degne di una prima pagina (locale) di un passaggio fugace sul TG3 (e assai di rado sui TG nazionali) i sardi sarebbero contenti di parlare di tutto fuorché di ciò che li riguarda direttamente.

Ad esempio di disoccupazione giovanile (di fatto, tre giovani su quattro sono disoccupati o sottoccupati al limite della disoccupazione) e della strana evoluzione sociale che vede la parte più giovane della popolazione instaurare un patto di solidarietà con gli anziani, titolari di pensioni e stipendi da impiego pubblico. I trentenni, i quarantenni (e continuiamo a chiamarli giovani) sopravvivono grazie a lavori saltuari, precari, ed al volano di chi, per poco che sia, passa in posta a fine mese e ritira una pensione, un emolumento, uno stipendio.

A esempio: possibile che nessuno si interroghi con forza su ciò che accadrà quando finiranno le pensioni ed i giovani di oggi avranno cinquant’anni (o più, cioè quando non saranno più giovani) e non saranno mai assorbiti dal mondo del lavoro? Certo, non ce ne occupiamo neppure a livello nazionale, si dirà, ma non dovrebbe sfuggire come ci si trovi in ben altro ambito, produttivo e di sviluppo, rispetto alla media nazionale ed all’eccellenza del nord. Alla fine di questo drammatico processo di stabilizzazione planetaria del sistema produttivo globale, non saranno le aree più depresse come la nostra isola a risollevarsi con maggiore celerità ma, al contrario, si aprirà con maggiore crudeltà il divario tra sviluppo e sottosviluppo, tra l’altro sulla scia delle pulsioni egoistiche delle regioni più ricche, proprio quelle che vedono con favore la nostra ansia di fare da soli (se davvero c’è, personalmente ho molte ragioni per dubitarne).

Dunque tutto a posto: la ggente e la classe diriggente condividono interessi ed aspettative. Ci saranno divergenze sulle soluzioni ma non sui temi.

Peccato che non sia così, tutt’altro, e lo afferma con forza dirompente un accadimento di non molti mesi addietro che è passato sotto silenzio o quasi: lo sciopero dal voto dei cittadini della Sardegna in occasione delle provinciali.

Già, la classe dirigente ha la memoria corta, per non dire cortissima. Se n’è parlato (poco) subito dopo la consultazione elettorale, ma non ci si è ammazzati a dibattere sul perché quegli stessi cittadini che sono apparentemente contenti di pensare all’autonomia, agli statuti, alle lingue, ai nuraghi, alle stronzate pseudoarcheologicostoricopaleografiche, poi non si rechino a dire la loro nella cabina elettorale, apponendo un segnetto di matita su uno dei numerosi simboli a disposizione. Certo, c’è anche da dire che in molti non si sono certo sognati di mettere in evidenza i numeri reali della consultazione, troppo occupati a parlare di trionfi elettorali (a cosa ci si riduce quando si viene accecati dall’ideologia e la malafede diventa una pratica politica!) ma bisognerebbe interrogarsi sul perché non l’abbiano fatto gli intellettuali (i politici no, ovviamente, guai a parlare di chi non vota!). Mistero?

Non è dato sapere, o forse sì. Di certo sarei pronto a rischiare la mano (sinistra, e non sono mancino) sulla buonafede di gran parte degli intellettuali nostrani, i quali non è che ignorino volutamente l’ago di Damocle sospeso sulle nostre dure testacce isolane ma, per qualche strano motivo che non saprei individuare, forse da accidiosi, si fanno dettare l’agenda dal contesto nel quale operano, agendo in un ambito autoreferenziale avulso da una parte importante della realtà.

Ecco che allora si intuisce appena la soluzione, molto complessa, di questa strana concordanza tutta isolana tra ignoranti e passivi cittadini e dotti ed attivi intellettuali. Tutto ciò che si appalesa è la realtà virtuale delle dotte discussioni, dell’informazione istituzionale, della condivisone dell’arena dei litigi: l’esterno, al contrario, non si vede e dunque, per questo motivo, non c’è, non esiste proprio(*).

Non esistono i giovani disoccupati, non esiste il degrado grave e preoccupante della società (neppure le bombe li hanno scossi, in fondo neppure quelle una gran novità!) non esiste la scomparsa quasi definitiva del mondo produttivo che ha ridotto la regione ad una succursale dell’INPS, se non quando ci sono i poverini in mezzo alle strade, sulle torri, in trasferta all’Asinara. Clamorosa, eclatante incapacità non tanto di interpretare, quanto di osservare. Questi signori non vedono: sono ciechi!

Chiudo con una considerazione ed una buona notizia.

Considerazione: di tutti coloro che parlano di Statuto (e sono tanti, anzi troppi) ce n’è uno che si è domandato se e come influirà sulla nostra capacità di riprendere un barlume di produzione industriale? Se sì: farebbe la cortesia di spiegarmi con quali magici meccanismi? E la Limba che dovrebbe trainare lo sviluppo? Non è che qualcuno ha un bue che si chiama Limba e lo vorrebbe utilizzare per il traino?

Vorrei far notare, in proposito, che perfino i genî che non mangiano pane e lo sostituiscono con s’Autonomia, si sono finalmente accorti che la Legler chiude, la Vinyls pure. Ancora non hanno realizzato che il comparto chimico dell’Ottanese è defunto (e chi se lo ricorda più?) e che stessa sorte toccherà all’alluminio, ma sarebbe troppo pretendere da certa gente l’uso di più di un neurone alla volta. Comunque è un inizio. Insomma: se ne accorgono pure loro, che non brillano per intelligenza e sono obnubilati dalle scorie ideologiche del passato, com’è che gli altri stanno nell’empireo dei congiuntivi e delle figure retoriche e non si degnano di scendere tra di noi, poveri ignoranti? Insomma: che diamine stiamo parlare di statuti e identità se i problemi veri sono altri?

Infine la buona notizia (no non copio dalla Gabanelli: la detesto per la capacità di nascondere i problemi che ci assillano, esattamente come il pessimo giornalismo di opposta matrice politica).

La figura in testa al post è presa da una specie di Bibbia che da noi ha fatto poco scalpore, ma non c’era da dubitarne. Forse ne parlerò in futuro o forse no, non è rilevante. Illustra, con dati sperimentali, come il senso di felicità non sia connesso al reddito. Perché ciò accada è oggetto di una discussione che probabilmente non troverà mai una soluzione condivisa.

Dove sarebbe la buona notizia?

Che per fortuna, anche se non ne conosciamo i motivi, gli esseri umani trovano il modo di essere felici anche se hanno le tasche vuote, e dev’essere per questo che ancora l’isola non è sede di gravissime tensioni sociali. Però stiamo attenti: i segnali, per chi li vuole vedere, non mancano. Si tratta di volerli osservare, possibilmente prima che torni di moda la sociologia per spiegare come mai sia accaduto che le persone abbiano cominciato a spararsi l’un’altra per le strade. Forse la lezione degli anni di piombo è stata dimenticata, come i risultati delle ultime elezioni provinciali.

Un buon paio di occhiali e una cura di fosforo per la memoria?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Gregory Clark – Senza pietà: breve storia economica del mondo – Codice, Torino (2009)

 

(*) citazione dotta dalla dottoressa d’Agnese, psicoterapeuta junghiana di “Ho perso il trend”, Radio1: si vede che sono anch’io un intellettuale, eh?

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