MI PERMETTO UN SUGGERIMENTO, SOPRATTUTTO AGLI ARCHEOLOGI

di Boicheddu Segurani (*)

 

Tra le non poche mail di insulti e le quasi inesistenti di complimenti, giungono talvolta le giuste lamentele di chi si scaglia contro Desi Satta perché blatera di complessità (qualcuno avrebbe detto balbetta, però evito di usare questo verbo perché il papà della citazione ci ha maledetto e non vogliamo soffiare sulle braci).

La Saccente per eccellenza, tutta compresa nella propria pedanteria, si nasconde dietro paroloni incomprensibili e concetti sfuggenti per tentare di dire qualcosa di nuovo – dicono costoro – tanto né lei ne capisce un’acca (in genere si usano altri termini ma evitiamo) né il comune lettore ha modo di verificare (o di capire, il che è peggio) se si tratti di scemenze belle e buone o di argomenti falsificabili (cioè passibili di riscontro sperimentale).

Senza voler entrare nel merito della vicenda, che equivarrebbe a discutere il dettaglio delle argomentazioni di Desi (ma in parte l’ho già fatto come editore del blog riordinando i post che ha scritto), mi permetto allora un suggerimento ed una breve chiosa.

Il suggerimento lo rivolgo prima di tutto a chi si occupa di archeologia e si interessa, tra l’altro, di architettura nuragica (intendendo gli aspetti tecnici della realizzazione delle torri e la loro stabilità).

Tanto per sfatare l’assunto, del tutto privo di fondamento, che noi saremmo i difensori d’ufficio dell’archeologia ufficiale, come se ne esistesse un’altra sottufficiale, vorrei prima di tutto pregare gli archeologi di compiere un passettino in avanti sulla strada dell’interdisciplinarietà, accettando ad esempio il fatto che il classico curriculum universitario che conduce alla loro specializzazione non assicura nozioni sufficienti a discutere e pubblicare argomenti afferenti alla scienza delle costruzioni, alla scienza dei materiali, all’ingegneria ed alla matematica applicata(1).

Ignorare i propri limiti oggettivi ed esercitare un curioso diritto autarchico per il solo fatto che l’oggetto di studio ricade nella categoria del bene archeologico, sia esso un edifico o un manufatto qualunque, conduce allo stesso errore di chi, non archeologo, pretende di autonominarsi tale invocando la propria esperienza in altre discipline o un generico buonsenso di cui tutti sarebbero dotati.

Per dirla in breve, l’essere un nuraghe un edificio protostorico, e dunque cronologicamente inquadrabile nel campo di studio dell’archeologia, non autorizza un archeologo a trarre conclusioni in merito alle sue condizioni di stabilità (nello stesso modo in cui un ingegnere strutturista, che abbia studiato la statica delle strutture megalitiche a secco, non è autorizzato a trarre conclusioni in merito alla destinazione d’uso dello stesso) o alle possibili modalità di edificazione. Oppure, per citare un caso che Desi sta trattando nei suoi post, l’utilizzo superficiale (a causa di una carenza derivante dal proprio curriculum) delle tecniche matematiche di interpolazione dei dati sperimentali o quelle statistiche di analisi della confidenza, che conducono a conclusioni palesemente errate per un addetto ai lavori (matematico applicato o fisico) che adoperi correntemente queste tecniche nello svolgimento del proprio mestiere.

Il risultato di tale atteggiamento porta alla pubblicazione in ambito archeologico (riviste e convegni) di argomentazioni che mancano di contraddittorio per carenza di competenze, come peraltro avviene per coloro che pubblicano contributi a sfondo archeologico in ambiti privi di referaggio specialistico. Quindi a lavori specialistici affetti da gravi pecche procedurali o interpretative, non tanto nelle metodologie a sfondo archeologico o storico, quanto in quelle che si vorrebbero accessorie ma che si rivelano tuttavia funzionali alla struttura generale della pubblicazione.

Arriviamo al punto: cosa suggerisce Desi (tra le altre cose)? Che una struttura a secco venga considerata alla luce delle interazioni semplici tra gli elementi che la compongono, secondo la teoria della complessità. Ciò a prescindere che si tratti di una torre nuragica di quattro millenni addietro o del muretto a secco sulla direttrice Macomer-Bosa, costruito un paio di anni fa.

È una sciocchezza o no? Il cuore del problema non è la conclusione (potrebbe essere benissimo una sciocchezza) quanto la possibilità di discuterne, perché, al contrario di tante assurdità parascientifiche, l’asserzione è falsificabile, cioè può essere affrontata scientificamente attraverso un opportuno protocollo di indagine.

Ecco infine il suggerimento: spero di non offendere fior di ordinari, associati e ricercatori, suggerendo, prima di esprimere una critica negativa a ciò che dice Desi, quantomeno la lettura di un breve libricino di un centinaio scarso di pagine, frutto della collaborazione tra un ordinario di “Gestione dei Sistemi Complessi” e un dirigente della Illycaffé che si occupa di marketing.

Senza la necessità di un particolare bagaglio matematico (che di norma intimorisce coloro che nel nostro ristretto ambito di tecnici chiamiamo letterati, ma con molto più rispetto di quando loro ci chiamano meccanici) è possibile acquisire intuitivamente la nozione di “proprietà emergente”, posta da Desi alla base delle proprie argomentazioni. Che poi l’ipotesi che alcune (o molte) delle caratteristiche di una torre possano o meno esserlo potrà essere discussa, ma quantomeno si avrà a disposizione un lessico condiviso per farlo e la certezza che si parlerà di ipotesi falsificabili, dunque scientificamente proponibili (e quindi potenzialmente errate!).

Spero sia evidente come il suggerimento sia rivolto agli archeologi poiché si nota come essi non si preoccupino eccessivamente di valersi dell’aiuto di altri tecnici nelle problematiche interdisciplinari, ma non sfuggirà che gli stessi ingegneri dovrebbero domandarsi se i protocolli applicativi appresi nella pratica delle costruzioni moderne sia applicabile (e come) allo studio di una struttura macroscopica a secco.

La chiosa. Potrà piacere o meno, tuttavia il suggerimento di Desi (che potrebbe anche essere clamorosamente privo di validità) è realmente innovativo, non solo per quanto riguarda le torri nuragiche, ma per tutte le costruzioni a secco in cui la dimensione media dei conci utilizzati sia di almeno un paio di ordini di grandezza inferiore alle dimensioni dell’edificio considerato (mi scuso se ciò apparirà oscuro, si tratta di problematiche afferenti lo studio delle strutture a secco, la cui bibliografia è praticamente inesistente). Nel caso di specie, la componente relativa all’attrito interno diventa rilevante ai fini della stabilità dell’intera struttura e dunque le interazioni reciproche tra i singoli elementi non possono essere trascurate, con l’ovvia conseguenza che si entra nel campo di applicazione della teoria della complessità.

Infine una nota per coloro che si sono sentiti toccati dalle “velenose accuse” di Desi (il virgolettato non è casuale).

Desi ha adoperato il termine “enormità” per descrivere la trattazione della tholos effettuata da Cappai e l’ipotesi di Laner sulla rampa circolare. Per entrambi ha dato ampia spiegazione del perché. Prima di dichiararsi offesi, potrebbero anche provare a domandarsi se effettivamente non si tratti di sciocchezze.

 

boicheddu.segurani@virgilio.it

 

Alberto F. De Toni, Luca Comello. Viaggio nella complessità –Marsilio (2007)

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(1) Nello stesso modo, sia chiaro che neppure un ingegnere può permettersi di discutere di archeologia senza un’adeguata preparazione accademica, cioè senza diventare archeologo.

 

(*) Contributo di GL e GA

 

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