PECORINO ATLANTIDEO E POLITICA INDUSTRIALE

di Gabriele Ainis

 

Attualmente, uno dei prodi (e noti) conducator sardi risponde al nome di Felice Floris. Guida l’immensa marea pecoreccia dei pastori (nonché, quando capita, delle pecore e degli asini, intese entrambe come categorie animali) e si comporta da dignitoso uomo immagine e di questa esperto, individuando le azioni più adatte per andare in prima pagina e perorare le proprie ragioni (e quelle dei pastori) con un minimo di possibilità che vengano portate all’attenzione dell’opinione pubblica.

Seguendo un filone che attualmente in Italia pare fornire una certa chance di successo, come insegnano il primo Berlusconi e i successivi Di Pietro e Grillo, si presenta come un avversario della “politica” intesa naturalmente come quel meccanismo deleterio che, una volta innescato, pensa prima di ogni altra cosa a conservare sé stesso e non al bene dei cittadini. Dando un occhio ai primi due, si vede con chiarezza dove portino questi discorsi, il terzo ancora non ci è arrivato per carenza di cadreghe ma ci arriverà anche lui, non disperiamo: a sparare a zero contro la politica (ci ricordiamo del “teatrino della politica”, no?) si arriva a litigare con i compagni di partito a colpi di dita brandite come succedanei di falli ammosciati e a non riuscire neppure a nominare un ministro ininfluente (sic!) come quello che dovrebbe sovrintendere alle politiche industriali nazionali!

Quindi, per Floris, niente partiti e partitini, salvo incorrere ogni tanto in curiosi e succosi incidenti quali i morsi ai turisti da parte di chi sfila con lui, o le sberle ai folkloristici esponenti del variegato mondo indipendentista nostrano. Poco male, la figuraccia passa, si spera, ma il ricordo della protesta rimane.

Niente politica?

Che sciocchezza: che sarebbe allora Floris, Pinocchio? Peter pan? Un personaggio da favola?

Andiamo: è un politicante impegnato che aspira ad ottenere vantaggi per la parte cui fa riferimento, quella dei pastori, magari con ragione, e chi dice di no, ma non è che i pastori siano il centro del mondo e gli altri una manica di poveri fessi che non capiscono l’utilità dell’allevamento ovino in Sardegna! Lui difende politicamente il proprio orticello, chiedendo quattrini pubblici, così fanno tutti gli altri i quali, magari a ragione anche loro, protestano, bloccano le strade, vanno in televisione, si imprigionano su un’isola stupenda e vengono pure usati come promoter turistici (e chissà se ne rendono conto!).

Ciò che stupisce, piuttosto (o forse non stupisce per niente, è una domanda intrigante su cui si dovrebbe riflettere) è che il problema dei pastori sardi non venga affrontato se non in una prospettiva di puro e semplice assistenzialismo: nessuno, né loro stessi, né i commentatori, riflettono su altri risvolti, possibilmente con un minimo di attenzione al futuro.

Intendiamoci: da questo punto di vista i nostri conterranei non sono diversi da tutti gli altri, e non è neppure detto che abbiano torto. Se davvero rappresentano una lobby capace di una densità di casino (e di rappresentare un partner dignitosamente accettabile per una parte politica) sufficientemente elevata da vedere soddisfatte le proprie pretese, fanno benissimo a protestare, bloccare aeroporti, mordere le turiste (o le guide turistiche, sinceramente non ricordo e non mi pare sia rilevante) portare le pecore dentro il consiglio regionale lasciando ovunque le tracce (odorose e poco piacevoli) del proprio passaggio.

La domanda, tuttavia, è un’altra: se basiamo la nostra dinamica sociale sul casino delle lobby che di volta in volta fanno confusione per la strada, stiamo davvero realizzando una società dignitosamente ragionevole? O, in altri termini, è davvero conveniente impostare la convivenza civile su queste premesse?

Ho sentito un pastore che si lamentava del prezzo del latte, a suo dire insufficiente anche a garantire un pareggio dei costi di produzione (non so se sia vero e non è l’argomento del contendere). Affermava inoltre che il prezzo al banco del suo pecorino nei negozi di New York (o di qualceh altra città nordamericana, non stiamo a sottilizzare) fosse spropositatamente alto, e dunque tutto il guadagno finisse nelle tasche dell’intermediazione parassitaria.

Ho pensato: a) chi glielo fa fare a continuare nel mestiere di allevatore? b) perché non si dedica all’intermediazione parassitaria (leggi: perché non se lo vende da sé?); c) dove sta scritto che la Sardegna debba necessariamente produrre il pecorino?

Immagino che si incazzeranno in molti (diciamo due dei nostri tre lettori istituzionali) ma a vederla dall’esterno ci si potrebbe domandare per quale motivo si dovrebbe dar retta ai pastori e non ad altre categorie altrettanto bistrattate dal mercato. Sì, diciamola tutta, ciò che i pastori lamentano è la propria evidente debolezza di fronte ad una sfida che li vede perdenti. La soluzione che vedono loro è quella di essere difesi dalla collettività, e bisognerebbe domandarsi se la questa abbia intenzione di farlo (cioè se il beneficio apportato alla categoria dei pastori possa essere considerata un beneficio per tutti!).

Ricordo che quando comparvero le prime notizie della protesta dei pastori, furono in molti a domandarsi, pubblicamente, per quale strana ragione il denaro dei cittadini dovesse essere utilizzato per aiutare dei piccoli imprenditori (o artigiani) liberi di scegliersi qualunque mestiere e che ne avevano scelto uno che evidentemente non porta lontano.

Non è un discorso così peregrino né egoista: spendere denari pubblici in aiuti di stato è sbagliato perché di solito non producono benefici se non il fatto che i soldi escono dalle tasche di qualcuno e vanno nelle tasche di qualcun altro, il quale protesterà anche lui per riaverli indietro lamentando uno stato di necessità e così via in una catena di Sant’Antonio infinita che si traduce in instabilità e noie per tutti.

Non ho la minima intenzione di redigere un manuale di economia politica nello spazio di un post, però mi fa specie che un FLoris, e tutti gli altri di seguito, non si rendano conto che non è con gli aiuti pubblici che si può pretendere di andare avanti, e lo capirebbe chiunque, anche le pecore, che sono tutt’altro che sceme, al contrario di quanto pensano in tanti, se soltanto ci si voltasse indietro per vedere quale disastro hanno portato le scelte assistenzialiste in Sardegna (e non parlo degli scandali veri e propri delle pensioni di invalidità o dei posti assegnati con la tessera di un partito).

Ancora di recente, ho ricevuto mail infuocate (piene di insulti) che mi accusano di difendere l’assistenzialismo, il che è falso. Mi è capitato di affermare, e lo ripeto, che per fortuna c’è uno stato centrale che rappresenta decine di milioni di cittadini e tappa i buchi delle situazioni di emergenza. Solo gli sciocchi che propendono per l’Indipendenza non se ne rendono conto, o fanno finta per guadagnarsi il piatto di lenticchie cui aspirano: la realtà è che c’è bisogno di un paracadute (e non c’è stato civile che non lo preveda) ma, prima di tutto, c’è bisogno di sapere con buona precisione cosa si vuol fare da grandi.

Floris rappresenta una parte in causa che non ha intenzione di considerare la possibilità di diventare adulta e ciò accade perché, al contrario di ciò che afferma facendosene vanto, è artefice di una pessima politica: quella che prevede la difesa pubblica di una categoria!

Tanto per essere chiari, se i pastori sono in crisi e stanno per andare a ramengo con le proprie famiglie (non so se sia vero, ma diamo per buona l’ipotesi) meno male che c’è un ministro che forse ha voglia di ascoltarli, e poi, se davvero si và a nuove elezioni sul breve, è anche il momento giusto ma, come ebbi modo di dire per altre proteste ed altre situazioni, stiamo solo posponendo un grave problema ad un momento in cui diventerà ancora più grave. Se la scelta è quella di far comunque ricadere sui cittadini la crisi continua di un comparto, sia quello agropastorale o un qualunque altro, esso è destinato ad esaurirsi, perché presto o tardi ci si stancherà di foraggiare persone che per un motivo o per l’altro (cioè per propria incapacità o condizioni oggettive) non riescono a stare in piedi da sole.

Dunque c’è bisogno di buona politica, quella che Floris non fa, o non sa fare, il risultato non cambia. Dobbiamo aiutare i pastori? Va bene: e poi? Stiamo parlando di un comparto strategico di cui non possiamo fare a meno? Sì? Bene: allora lo si dica con chiarezza e si chieda su questo il consenso di coloro che pagano le tasse e dalle cui tasse usciranno i soldi da dare ai pastori. Ma allo stesso tempo si dimostri come i soldi versati all’agropastorale siano un beneficio per tutta la comunità e come tale beneficio possa realmente essere ottenuto.

Personalmente ne sono convinto. Credo che gli allevatori e i contadini possano rappresentare una ricchezza per tutti, e però non con i Floris da una parte (o i curiosi Bustianu Mussiatroxiu) e l’odierna classe dirigente regionale dall’altra, né con la politica di costoro, fatta di aiuti che tappano i buchi aperti da situazioni di anarchia produttiva, improvvisazione, mancanza di programmazione emarketing.

La nostra pastorizia è arretrata, priva di idee valide, di organismi capaci di promuoverla e tecnicamente obsoleta: dove pretendiamo di andare?

Insomma, possibile che ci sia una massa di scentrati (seppure piccola) convinti che ci occorra un istituto di ricerca su Atlantide che conterà i nuraghi? Ma lo sanno che mangiano i pomodori coltivati in Olanda perché sono i migliori che si proiducono industrialmente in Europa grazie al fatto che i produttori (ciascuno dei quali non ha una cultura superiore ad un pastore della Trexenta) sono stati aiutati dallo stato attraverso una politica di innovazione, sviluppo e promozione? (E non solo con aiuti pubblici per tappare i buchi di un prezzo svaccato!)

Altro che Nur.At, in Olanda c’è l’istituto di ricerca sul pomodoro: possibile che a nessuno venga in testa di fare da noi quello sul pecorino?

Certo, ci sarebbe poi il problema di mandarci dentro gente valida, non il cugino del nipote della sorella del cognato dell’autista dell’assessore, ma questo è un altro film.

Come diceva un famoso intellettuale di Zelig: To be continued!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a PECORINO ATLANTIDEO E POLITICA INDUSTRIALE

  1. Panurk ha detto:

    una conferma parziale è dovuta a Google-Ads:

    Dopo un’articolo sul pecorino sardo viene automaticamente linkata una pubblicità di ……. “FORMAGGI TIPICI DI PUGLIA , Freschi e stagionati …”

    I sogni degli zuzzurelloni sardi di NurAt incontrano la realtà virtuale della rete.
    È veramente divertente. Se non fosse tanto triste.

    panurk

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