FALCETTO NEOLITICO: una ricerca di archeologia sperimentale – Parte terza: il manico l’adesivo e l’assemblaggio

a cura dell’Associazione Paleoworking

 

L’evidenza archeologica segnala la realizzazione di manici mediante utilizzo di osso, legno, corno o argilla. Ad oggi, non si segnalano ritrovamenti di immanicature di falcetti in ambito sardo, sebbene siano numerosissimi gli elementi di lama ritrovati sia in deposizione primaria (rilevazione stratigrafica) che secondaria (numerosissimi i ritrovamenti di superficie fuori contesto). Come nota di colore, si può tranquillamente affermare che ciascuno di noi, passeggiando per la campagna, si sarà certamente imbattuto in qualche anonima scheggia di ossidiana o selce che non avrà ottenuto troppa attenzione: essa è quanto rimane degli utensili utilizzati dai nostri avi neolitici per la raccolta dei cereali migliaia di anni fa!

Data l’ampia disponibilità di legno e la relativa facilità di lavorazione rispetto all’osso o al corno, nonché la buona durata, è presumibile che esso sia stato il materiale maggiormente utilizzato per la realizzazione dei falcetti(1). Nel corso della sperimentazione, si è utilizzato un ramo ricavato da un albero deciduo. Il manico è stato lavorato con utensili litici di varie tipologie(2).

La scanalatura è stata ricavata anch’essa con utensili litici (figg 13-14). Nel caso di legni particolarmente tenaci, è opportuno l’uso di un trapano ad arco (attestato da numerosi ritrovamenti in ambito neolitico(2)) per l’esecuzione di una serie di fori consecutivi assai ravvicinati tra loro e successiva finitura con utensili litici.

Il profilo della scanalatura deve essere naturalmente il più lineare possibile.

All’interno della scanalatura, le lame vengono disposte una alla volta a partire da un’estremità, e vengono adattate in modo tale che non vi siano vuoti o gradini e il profilo della lama sia lineare (cfr parte 2 del post). Nelle zone di maggior curvatura del manico (a seconda dei criteri di ergonomia scelti dall’artigiano) gli elementi litici vengono eventualmente modificati in modo da assumere una forma trapezoidale.

La tenuta primaria degli elementi di lama è assicurata prima di tutto dall’azione reciproca tra il supporto e l’elemento stesso (attrito). L’uso di un adesivo (mastice) ha la funzione primaria di evitare spostamenti degli elementi di lama in senso trasversale rispetto al taglio, assicurando la continuità tra supporto e lama (in parole povere si evitano i piccoli movimenti trasversali che tenderebbero a “scalzare” l’elemento e ad estrarlo dalla sede).

Un buon mastice vegetale può essere ottenuto in vari modi (ad esempio dalla pirolisi della corteccia di betulla). Nel nostro caso abbiamo utilizzato una miscela di resina di pino (pinus sp), cera vergine d’api, e carbone vegetale finemente tritato come legante (cui è possibile sostituire l’ocra) nei rapporti 6:2:2 (in volume) La miscela dev’essere ben omogeneizzata (fig 15) e portata a leggera ebollizione(3) (fig 16).

La scelta dei materiali è stata effettuata in base alla loro buona disponibilità in Sardegna nel corso del neolitico.

Il mastice così ottenuto, la cui consistenza si valuta con le mani alla luce dell’esperienza, dev’essere plasmato con le mani bagnate ed applicato rapidamente prima che solidifichi (fig 17).

Esso andrà disposto dapprima nella scanalatura e successivamente negli interstizi, colmando eventuali cavità tra gli elementi della lama. Infine alle due estremità (lati brevi fig 18).

Un volta raffreddato, il falcetto sarà pronto all’uso (figg 19-20).

3/fine

 

paleoworkingsardegna@virgilio.it

www.paleoworking.net

146 -3

(1) Il Palco di ungulato e l’osso, se immersi in acqua o soluzioni blandamente acide (latte inacidito, acetosella, rosa canina, etc.) per alcuni giorni, si idratano risultando così più facilmente lavorabili. Per cui, una volta sistemate le lame nella scanalatura prodotta, questa, essiccandosi, si restringerà producendo così una giunzione estremamente solidale e funzionale.

(2) l’uso di trapani è attestato fin dal paleolitico superiore;

(3) Benco Nancy L., . Manufacture and Use of Clay Sickles from the Uruk Mound, Abu Salabikh, Iraq.. In: Paléorient. 1992, Vol. 18 N°1. pp. 119-134.

Gopher, A. 1989. The Flint Assemblages of Munhata – Final Report. Les Cahiers du

Centre de Recherche Français de Jérusalem 4. Paris: Association Paléorient.

Unger-Hamilton, R. 1985 – Microscopic striations on flint sickle-blades as an indication of plant cultivation: preliminary results, World archaeology, – JSTOR

Tringham R, Cooper G, Odell G, Voytek B, 1974: Experimentation in the formation of edge damage: a new approach to lithic analysis – Journal of Field Archaeology  – JSTOR

Meeks ND., 1982 Gloss and use-wear traces on flint sickles and similar phenomena – Journal of Archaeological Science,Elsevier

JENSEN HJ,  1986: Unretouched Blades in the Late Mesolithic of South Scandinavia. A Functional Study – Oxford Journal of Archaeology, – interscience.wiley.com

Curwen EC,  1930,  Prehistoric flint sickles – Antiquity, – Antiquity.ac.uk

Anderson P.C.  1980, A testimony of prehistoric tasks: diagnostic residues on stone tool working edges – World Archaeology, – JSTOR

Witthoft J.  1967, Glazed polish on flint tools – American antiquity, – JSTOR

Unger-Hamilton R.,  1984, The formation of use-wear polish on flint  – Journal of archaeological science, – Elsevier

 

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