FALCETTO NEOLITICO: una ricerca di archeologia sperimentale – Parte seconda: la lama

a cura dell’Associazione Paleoworking

 

In Sardegna sono assai diffuse almeno due tipologie di materiali lapidei adatti alla realizzazione di un falcetto: l’ossidiana e la selce (è attestato l’uso di altri materiali meno diffusi). Nel nostro caso, si è scelta quest’ultima per l’attività sperimentale. I risultati ottenuti sono tuttavia trasferibili tout court all’utilizzo di altre tipologie di materiale (ad es. selce o diaspro).

Il profilo di taglio dei falcetti (lama composita) era ottenuto accostando una fila di elementi discreti come quello mostrato nella fig 3 (lunghezza ca. 20 mm, sezione trapezoidale).

Evidenze stratigrafiche mostrano come ciascuno di essi venisse ottenuto dal frazionamento di una lama più lunga. Questa è ricavabile da un nucleo troncoconico quale quello di fig 4 (ottenuto a sua volta da un nodulo di ossidiana) per percussione diretta e morbida(1) (fig 5).

L’ottenimento di una lama (scheggiatura) di caratteristiche adatte all’uso previsto, è un’operazione delicata che richiede una buona esperienza ed utensili accessori adatti(2). Essa deve essere piana e diritta (figg 6, 7) al fine di rendere agevole il successivo ritocco (pezzatura degli elementi), facilitare l’inserimento degli stessi nel manico ed assicurare la linearità della linea di taglio.

La prima fase del ritocco può avvenire scheggiando la lama su ciottolo (fig8) così da eliminare i difetti grossolani e definire l’indentatura (intaglio) che ne permetterà la successiva pezzatura in elementi adatti ad essere alloggiati nella scanalatura del manico.

Il ritocco definitivo (pezzatura degli elementi) sfrutta l’indentatura precedentemente effettuata e viene eseguita su incudine, per pressione su un fulcro di palco di cervo (fig 9)

Il profilo dell’elemento così ottenuto, che farà parte della linea di taglio, deve risultare privo di ritocco, mentre la parte inferiore verrà modificata ed adattata alla sede dell’intaglio, generando in tal modo un profilo che massimizzi l’attrito con il manico e minimizzi l’eventualità che l’azione di taglio durante l’utilizzo ne provochi l’espulsione (fig 10).

I reperti archeologici attribuibili con ragionevole sicurezza a componenti di falcetto presentano sempre i bordi modificati (se non lo fossero sarebbero classificati come semplici lame troncate) La parte che si innesta nel supporto è modificata per adattarsi meglio all’incastro, mentre la parte attiva presenta delle modificazioni che possono  essere frutto di: a) un ritocco volontario preliminare (per aumentare l’angolo di taglio della lama e rinforzarlo) b) di un ritocco di ravvivamento (per continuare ad utilizzare lo strumento dopo modificazioni invadenti del profilo, subite nel “lavoro”) oppure sono prevalenti (c) tracce d’uso (in questo caso è difficile ricostruire il profilo originario della lama) (Gopher 1989). 

Molto spesso si presentano combinazioni di queste tre modificazioni, sovrapposizioni; è quindi complesso risalire alla morfologia iniziale. La forma del margine attivo degli elementi litici, quella del supporto  e la massa globale dello strumento  sono fattori correlati al loro uso. Le lame di falcetto rinvenute in scavo, nella maggior parte dei casi disgiunte dal supporto, recano modificazioni – al bordo attivo – di varia misura. Alcune, le più evidenti, testimoniano ritocchi volontari non necessariamente riconducibili a ravvivamenti funzionali (presentano, cioè, ritocchi piatti e a volte denticolati, volontari). Altre, invece, presentano tracce d’uso macroscopiche sul margine attivo che farebbero pensare ad un primo uso della lama con il bordo non ritoccato. Solo la sperimentazione può dirci quale sia la combinazione vincente, dedicata ad un particolare lavoro. La resistenza al taglio varia di molto in funzione della materia da tagliare, e la tecnica varia di conseguenza. La correlazione, in questo caso, può essere indagata in quei casi in cui vi è una certa congruenza tra gli attributi delle lame rinvenute, ed è possibile indagare sulle colture principalmente utilizzate nel contesto. Ad esempio, la denticolatura potrebbe essere necessaria per un lavoro “a sega” su arbusti resistenti, canne  di cospicue dimensioni. Un bordo attivo vergine, o comunque lineare, sarebbe proficuo su piante verdi e con il fusto tenace ed elastico. 

Ottenuti gli elementi per comporre la lama composita, si procede ad un pre-assemblaggio, posizionandoli nella scanalatura del manico senza utilizzo di adesivo. Il questa fase, ciascun elemento verrà scelto e modificato in funzione della posizione e delle caratteristiche della sede, modificando, se necessario, anche questa. In fig 11 è mostrato l’utensile in corno ed osso (matita) utilizzato per la scheggiatura fine degli elementi (lo stesso che viene utilizzato per la finitura dei microliti, come ad esempio le punte di freccia).

La composizione della lama e l’adattamento degli elementi alla sede è un’operazione delicata, poiché determina in larga misura sia l’efficacia dell’utensile che la sua durata (a parità di prestazioni dell’adesivo strutturale impiegato per fissare gli elementi al manico e dell’ergonomia dello stesso). La catena operativa studiata nel corso della presente sperimentazione, esula dalla problematica dell’ottimizzazione del falcetto in relazione alla disposizione e composizione della lama. Una sperimentazione di tal genere presupporrebbe un uso intensivo e prolungato sul campo al fine di definire quali parametri siano responsabili dell’efficacia e della durata dell’utensile: esso non è stata previsto nell’ambito di questo studio. Si deve sottolineare però, che tali competenze vennero di certo sviluppate dagli agricoltori del neolitico. Essi, notando sul campo la risposta del falcetto all’uso che ne veniva fatto, svilupparono l’esperienza necessaria per ottimizzarlo. Come in tutti i campi della tecnologia, vi furono coloro che produssero falcetti di migliore qualità ed altri di qualità inferiore, così che i primi trassero un vantaggio dalla propria abilità (e dalla combinazione di tutti gli altri fattori che sottostanno ad una maggiore produzione agricola).

Preparati gli elementi in funzione della scanalatura, essi vengono rimossi e disposti nell’ordine preciso in cui sono stati ottimizzati, in attesa dell’assemblaggio da effettuarsi con un mastice di opportune caratteristiche (fig 12).

 

2/segue

 

ardaulipaleoworking@virgilio.it

www.paleoworking.net

146-2

(1) Il percussore morbido è una partizione basale del palco di Cervo lungo 20-30 cm, opportunamente arrotondato ad una estremità. La sua massa è proporzionale alle lame che si intendono produrre; più pesante sarà lo strumento – a parità di velocità dello strumento -, maggiormente lunghe saranno le lame prodotte.

 

2) Il distacco di lame dal nucleo può avvenire in diversi modi e tecniche, soggetti alla variabilità individuale. Il metodo da noi impiegato consiste nella percussione diretta con un palco di cervo (percussione morbida) previa preparazione del piano di percussione. Gli altri metodi possono contemplare la percussione diretta con un ciottolo duro (che causa evidenti “coni” nel ventre della lama), oppure percussione indiretta (con un punzone che batte sul piano di percussione interposto tra il percussore e il nucleo) o per pressione progressiva con un utensile appositamente dedicato, magari con l’uso di leve. 

 

 

 

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