PARLIAMO DI NURAGHI – Parte prima: Due lire di complessità

di Desi Satta

 

Sì: perché no? Ne parlano tutti, perfino il prof Laner della IUAV. Lui addirittura ci fa sopra le tesi e si diletta di discettare attorno alla loro costruzione, definendoli “macchine di sé stessi” (sic!). Se la legge ammette, ahimè, simili enormità (per non parlare dei caroteschi allineamenti di tralci e grappoli d’uva, delle paraculesche sciocchezze shardariane e dei pruriti paleografici dei ricercatori frustrati) non vedo per quale motivo non potrei parlare delle nostre famosissime, bellissime, -issime e basta, torri nuragiche.

Di esse è stato detto di tutto, spesso e volentieri a sproposito, vuoi da archeoscemoautodidatti che da archeoscemospecialisti, tutti uniti quando si tratta di parlare di questioni che non hanno studiato, esaminato, capito.

Una disamina delle sciocchezze non è utile, né sarebbe breve: troppe e noiose. Mi limito a citarne due, non perché particolarmente eclatanti quanto perché mi occorreranno più tardi per procedere nel discorso:

a) la pretesa del prof Laner di basare la costruzione di una torre su una rampa facente parte integrante della costruzione (che mi occorrerà quando parlerò di catena operativa);

b) la pazzesca ipotesi di N. Cappai che vorrebbe la tholos nuragica un paraboloide di rotazione realizzato con un sistema empirico basato sull’uso di un palo e di una corda (userò questa scemenza colossale per parlare di verifica sperimentale dei risultati e ricerca sul campo).

Chiedo cortesemente ai tre lettori del bLLog(1) di tenere a mente i due esempi appena citati perché ci torneranno utili più avanti.

Quindi, tornando a noi: perché parlare di torri nuragiche se, apparentemente, è già stato detto tutto di tutto?

Perché in realtà esistono parecchi aspetti che ancora non sono stati presi in considerazione né valutati, non tanto per mancanza di capacità da parte dei ricercatori (veri) quanto per poca predisposizione ad uscire dal proprio limitato orticello di interesse. Spesso, e dichiaratamente, per timore di muoversi in un terreno sconosciuto e foriero di figuracce. Per certi versi fanno anche bene, ma esistono altri mezzi per uscire dal proprio orto, ad esempio quello di cercare la compagnia dei coltivatori di orticelli differenti: si chiama interdisciplinarietà e i nostri archeologi isolani ne paiono terribilmente poco attratti (ci sarebbe da parlarne a lungo ma non è lo scopo del mio post).

È pur vero che di misteri veri e propri le torri nuragiche non ne nascondono (più): sono disponibili ormai un numero sufficientemente elevato e statisticamente solido di stratigrafie ben fatte (o dignitose) che ne inquadrano la datazione e lo sviluppo, le fasi di utilizzo e l’evoluzione. Se di ‘misteri’ (ma sarebbe meglio parlare di ‘questioni irrisolte’) si vuole ancora parlare, bisogna fare riferimento a coloro che di misteri vivono e sopravvivono, avendo dunque la necessità di inventarseli per i propri scopi. Si tratta di costruzioni protostoriche, dunque caratterizzate da un’incertezza di base in merito al dettaglio dei fini della loro edificazione e della società che le produsse, ma questi più che misteri o questioni irrisolte sono uno degli aspetti tipici dello studio protostorico: che ci piaccia o meno, nessun sardo del bronzo medio ci ha lasciato alcuna documentazione scritta, dunque è necessario tenerne conto e non chiedere all’archeologia più di quanto essa non possa dare.

La mia pretesa di dire qualcosa di nuovo in merito alle torri (anzi di balbettarne, amo particolarmente questo verbo) ha tuttavia necessità della definizione di un lessico comune con i tre lettori istituzionali del blog. Per questo motivo, prima di affrontare le poche questioni che mi interessano (si tratta comunque, e solamente, di un paio di osservazioni generali e suggerimenti per guardare le torri da una prospettiva poco comune, poiché sono tutt’altro che un’esperta) vorrei parlare di questo saggio del 1995, dunque, per certi versi, apparentemente datato (sebbene ci sia chi pretende di parlare di Sherdanu riferendosi al Taramelli, come dire che io parlo di una vera e propria novità!).

Il saggio in questione si occupa in termini molto semplici e discorsivi della teoria della complessità, cioè del comportamento di quegli insiemi di elementi che interagiscono tra di loro generando condotte collettive non comprese nel comportamento dei singoli.

Di complessità si comincia a parlare anche al di fuori degli ambienti scientifici. Purtroppo, soprattutto in Italia, in termini del tutto lontani dal significato effettivo. Eppure il concetto di complessità può essere descritto, in poche parole, se si focalizza l’attenzione sul fatto che per certi insiemi di elementi interagenti, alcune leggi di comportamento collettivo “non sono contenute nel singolo elemento” ma nel fatto che essi si influenzano tra loro e sono condizionati dall’ambiente che li contiene (a volte modificandolo se i fattori di scala lo consentono).

Di tutto il corposo saggio (che ai tempi ricordo riscosse poco successo, ed infatti fu edito da una casa editrice minore, se confrontata con quelle istituzionali che curano la divulgazione scientifica seria in Italia) vorrei estrapolare per l’appunto il concetto di ‘proprietà emergente’, ovvero ciò di cui appena parlato: una proprietà collettiva non compresa nel bagaglio comportamentale del singolo elemento.

La curiosità delle proprietà emergenti, risiede essenzialmente nel fatto che non sono passibili di spiegazioni semplici (né di descrizioni analitiche semplici, nel senso che non sono inquadrabili attraverso l’uso delle equazioni che studiamo alla scuola superiore) quali quelle cui siamo abituati nella nostra esperienza quotidiana, poiché questa si basa su relazioni di causa-effetto dirette che appartengono ad una diversa categoria di fenomeni (ad esempio all’interazione di due elementi isolati dell’insieme complesso).

Per questo motivo, le proprietà emergenti sono state spesso interpretate su base metafisica, facendo intervenire cause esterne al sistema e non di natura fisica. Del resto, quando ci troviamo davanti ad alcune fatti apparentemente inspiegabili (dall’economia, alla politica, alla salute, al clima) siamo tentati di pensare che debba esistere una qualche entità superiore che prende le decisioni per noi, spesso con animo malevolo e sarcastico.

Tutte queste parole e considerazioni per porre alcuni punti fermi necessari allo svolgimento delle mie osservazioni in merito alle torri nuragiche:

·         esistono insiemi complessi costituiti da elementi interagenti che generano proprietà emergenti (cioè comportamenti collettivi) non comprese nel singolo elemento;

·         le proprietà emergenti non sono negoziabili nel sistema che si considera: esse sono presenti come necessità ed indipendenti da altri fattori che non siano l’interazione con l’ambiente (valutato in senso lato, cioè il mezzo che ospita l’insieme e si comporta come mediatore delle interazioni degli elementi) che contiene l’insieme considerato.

·         una nuova proprietà emergente (comportamento collettivo) può apparire improvvisamente nel sistema in risposta ad una perturbazione anche molto piccola del patrimonio comportamentale del singolo elemento, e/o dei modi di interazione con l’ambiente, e/o dell’ambiente stesso (chi non ricorda il famoso battito delle ali di una farfalla che genera un ciclone a migliaia di chilometri di distanza?).

Quanto i sistemi complessi siano difficili da gestire e manipolare, lo dimostrano innumerevoli esempi, ma i più eclatanti e diretti (tra i tanti che ci riguardano da vicino) riguardano la gestione degli ecosistemi, e la pretesa di trattarli con il concetto di semplice causa-effetto che sperimentiamo giornalmente nella nostra vita. Ne cito uno per tutti (ma ciascuno di noi ne avrà uno migliore): l’introduzione improvvisa di una nuova specie in un ecosistema isolato. Ad esempio, l’introduzione fortuita del ratto nell’ecosistema di un isola del pacifico, priva di predatori specifici, e il tentativo di tenerli sotto controllo introducendo un potenziale predatore, anch’esso non compreso nell’ecosistema originale(2).

Bene: per chi fosse interessato a sapere cosa accidente possa collegare il battito di farfalla con i nuraghi, valga il mio invito a leggere le parti successive del mio intervento.

1/segue

 

desi.satta2@virgilio.it

142a

Morris Mitchell Waldrop – Complessità – Instar Libri 1995

 

(1) ringrazio pubblicamente ancora una volta il prof Laner per il neologismo, sebbene elaborato a metà (pretese di chiamarlo bllog! Che rozzezza!)

(2) per chi fosse interessato, segnalo un bel saggio: di Alan Burdick, Lontano dall’Eden (Codice, 2006).

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