IL “GAZZU” DI STIGLITZ

di Gabriele Ainis

 

Personalmente apprezzo il modo in cui il dottor Stiglitz interpreta il proprio mestiere. Lo reputo una persona seria e sono sinceramente convinto che del mio giudizio non gliene possa importar di meno (ovvio!).

Ciò premesso, poiché, Stiglitz rende pubbliche certe sue riflessioni in merito alla società sarda, non senza trovare, spesso, curiosi spunti provenienti dalla propria specializzazione, vorrei chiosare l’ultimo dei suoi articoli comparso su Il Manifesto Sardo, non tanto per mandargli chissà quale messaggio (sai quanto gliene frega) quanto per manifestare il mio stupore in merito ad un certo cambiamento di linguaggio, lieve ma percepibile, che ho notato ultimamente nei suoi scritti.

Per quello che mi è capitato di leggere, l’ho sempre considerato persona pacata, sebbene ferma nelle proprie convinzioni, e generalmente disponibile alla discussione (parlo di discussioni serie, non di litigi da forum) praticamente con chiunque, sempre secondo il buon metodo adottato in ambito accademico che più o meno corrisponde allo schema consolidato di: affermazione, riposta, controdeduzione. In verità non l’ho mai visto prolungare inutilmente una disputa. Dice la sua, valuta la risposta, controdeduce. Poi tace, anche se l’interlocutore continua a punzecchiarlo, convinto del fatto (credo) che non è avere l’ultima parola che dà luogo ad una maggiore conoscenza in una disputa ma gli argomenti che si portano: dopo poche battute, ciò che si aveva da dire si esaurisce in fretta ed il resto è puro cazzeggio (o trollismo, tanto per adoperare il termine più appropriato).

Insomma una persona coscienziosa, preparata, che poco si presta alle battute salaci ed alle perdite di tempo (come sia poi nel privato saranno ben fattacci suoi, ma nei rapporti interpersonali formali così lo considero).

Per cui sono rimasto sinceramente esterrefatto quando l’ho visto utilizzare un termine assai usato nel parlare popolare di tutti noi, divenuto tra l’altro un intercalare identificativo degli italiani all’estero: al contrario dei francesi, raffinati amanti della “merda”, noi ci deliziamo col “Cazzo!” e lo ficchiamo ovunque (metaforicamente e non, come si evince dalle ultime performance sessuali di noti uomini politici). L’ho sentito uscire dalla bocca di bambini di pochi anni, di fronte ai genitori, senza per questo provocare imbarazzo, dunque ha definitivamente perso ogni velleità di dirompenza ed è diventato innocuo, proprio come la merda d’oltralpe, usatissima in tutti gli strati sociali, senza distinzione di censo, sesso, religione o appartenenza etnica: un ottimo collante sociale (se si prescinde dal cattivo odore).

Ciò nonostante Stiglitz non è tipo da “Cazzo!”, ma non perché schivo o particolarmente pudico, quanto perché in una discussione non è una categoria che porti argomenti, dunque è inutile, e il Nostro non è persona da perdere tempo con le futilità.

È pur vero che viene usato in forma vagamente diluita grazie a un termine dialettale sassarese, quel “gazzu” che da ragazzino mi faceva sorridere quando l’udivo dal vicino di casa, mai troppo odiato, proveniente per l’appunto dal paesotto che noi Cagliaritani abbiamo sempre considerato una succursale del Cottolengo (ma non si offendano i frequentatori di quest’ultimo, per carità), eppure il senso non cambia.

A questo punto si delineano due scuole di pensiero: c’è chi starà pensando che sto cercando di prendere Stiglitz per i fondelli, e coloro (pochi) che saranno incuriositi, perché riterranno, correttamente, che non mi limiterei mai ad una cosa così banale come il prendere in giro una persona con un incipit quale quello appena concluso. Insomma: dove intendo andare a parare?

È vero: non ho alcuna intenzione di dileggiare Stiglitz. Abbiamo probabilmente idee politiche assai differenti (si parla di un blog, ll Manifesto Sardo, in cui per l’appunto di politica si parla), ma prenderlo per il sedere non avrebbe alcun senso (al massimo potrei augurarmi di avere altri che scrivano in rete come fa lui, sebbene, da questo punto di vista, mi sentirei di suggerirgli una cura di un qualche medicamento atto a interrompere la sua stitichezza scrittoria: se scrivesse in rete maggiormente, gliene saremmo grati in parecchi!).

Il fatto è che mi incuriosisce, mi intriga il pensiero che qualcosa sia avvenuto nel suo animo tanto da spingerlo a questa dirompente (per me) eccezione dal suo solito modo di fare.

Non solo. Sebbene sia un convito assertore che un post quod non implichi necessariamente un corrispondente propter quod, rilevo in via del tutto neutra che tale cambiamento arriva dopo che, nel nostro piccolo, abbiamo inaugurato un tipo di linguaggio meno formale di quello precedentemente adoperato nelle importantissime e fondamentali questioni di fantarcheologia, e precisamente il prendere sonoramente per il culo i Fanta-X e la coorte di idioti patentati (sì, spesso studiano per diventare così cretini e sostengono l’esame da cretino a pieni voti; certuni si specializzano con un 3+2 e ne vanno giustamente orgogliosi) con ciò che meritano: uno sghignazzo e due pernacchie.

Che sia un linguaggio efficace lo testimonia la reazione che ha provocato e provoca tuttora: sebbene i lettori istituzionali del bLLog siano solo tre, evidentemente una frazione significativa (sì, anche noi usiamo la statistica per dire un cumulo di enormità, tanto i cretini non se accorgono) si sente toccata, e andiamo avanti a ricevere insulti e minacce, tanto per non parlare dei tentativi di farci chiudere (e, visto che è semplice, non è detto che non vadano ancora a buon fine).

Allora eccoci al punto: perché noi abbiamo adottato un nuovo modo di mandarli a quel paese? Semplice: perché ne avevamo le tasche piene!

Possibile che il dottor Stiglitz, il pacato dottor Stiglitz, il serio dottor Stiglitz, si sia finalmente (ed era ora!) rotto le palle anche lui?

GAZZU!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a IL “GAZZU” DI STIGLITZ

  1. Alfonso Stiglitz ha detto:

    Balla! (è l’intercalare che preferisco, avendo tre nipotine cerco di insegnargli un uso gentile, corretto e, magari, ironico delle lingue, sarda e italiana) balla! dicevo, ci ha impiegato nove giorni per rendersi conto che ho usato un temine un po’ osé. A dire il vero si tratta di un intercalare d’uso comune e non scurrile in uso a Sassari e noi campidanesi, sempre scherzosi, lo usiamo quando vogliamo prendere in giro, un po’ bonariamente, qualche amico settentrionale (Nord Sardegna). In questo caso mi serviva per rendere l’idea dell’urlare un po’ scomposto di certi nostri politici e intellettuali combattenti, usando l’arma dell’ironia. Quindi, tranquillo, sempre lo stesso stile.
    La stitichezza? È una filosofia di vita, in mezzo a profluvi di testi e parole di tanti pseudoesperti preferisco parlare e scrivere senza fretta e con poche parole: è il mio contributo alla riduzione dell’inquinamento acustico.

    P.S.
    Il Manifesto Sardo avrà tanti difetti ma non è un blog. Si tratta di una rivista quindicinale on line, dove si scrive di politica e cultura; trattandosi di un giornale che ha Luigi Pintor in testata (appartiene alla fondazione a lui dedicata) non potrei scrivere testi privi di umorismo (non necessariamente buonista), anche quando parlo di cose serie, come le identità plurali di noi sardi.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Che si tratti di un quindicinale on-line è vero (tecnicamente), che lo si percepisca diversamente, pure. Senza alcuna ironia, mi piacerebbe (e credo non solo a me) che lei ne scrivesse. Un blog è un luogo virtuale in cui si esprimono pensieri redigendo un testo e i lettori possono pubblicare dei commenti: a parte gli aspetti formali, le pare davvero una gran differenza?
      Tutto ciò per dirle: a parte la sua cronica malattia (la stitichezza scrittoria) le sarebbe così difficile una maggiore presenza in rete? Glielo dico perché è uno dei miei pallini (che gli intellettuali dovrebbero spendersi più spesso) e la rete sta diventando un luogo di grande importanza per la formazione dell’opinione di tutti noi. Con una punta di cattiveria mi verrebbe da chiederle se non senta l’impulso, da personaggio pubblico quale è diventato, assieme ai suoi perfidi colleghi archeologi, di far sentire maggiormente la sua voce.
      Per i nove giorni di ritardo mi mette in imbarazzo: potrei scusarmi per la lentezza (non brillo per intelligenza e scrivo con difficoltà), accusare chi decide la scaletta degli articoli asserendo di averlo scritto qualche giorno fa, o reagire scompostamente chiedendole per quale motivo dovrei seguire con puntualità il poco che pubblica (e scriverne). La verità è che ho letto con ritardo, quindi mi inginocchierò sui ceci per trenta minuti recitando Sardoa Grammata in paleocananeo (è sufficiente?).
      Sul “Gazzu” in fondo mi dà ragione, e sono felice che le sue nipotine abbiano accanto una persona educata (le mie sono fortunatissime ad avermi lontano), però il mio dilemma resta (sebbene la risposta appaia, seppure nascosta ad arte): si è rotto finalmente le palle o no?

  2. Alfonso Stiglitz ha detto:

    La mia giornata è di 24 ore una parte delle quali occupata a recarmi al lavoro che dista 120 km da casa mia. Per cui come diceva il buon Troisi: loro sono milioni a scrivere, io uno solo a leggere, non ce la farò mai.

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