AMERIKA E SORDAGNA: NOMI, TOPONIMI E TOPI

di Desi Satta

 

Finalmente potremo dormire tranquilli: la causa della nostra insonnia è stata eliminata definitivamente! Come: non è forse vero che passavate le notti insonni, vagolando con il viso attonito per le stanze semibuie del vostro tugurio maleodorante, perché continuavate a chiedervi per quale strano volere del caso l’America sia stata chiamata così?

Ma certo che sappiamo tutti che il nome deriva da quello di Vespucci, lo sanno anche i bambini, ma come avvenne effettivamente che il nuovo continente venne chiamato col nome di Vespucci e non con quello del suo scopritore Colombo (che si accontentò della ben più modesta Colombia)?

Ecco questo libro risponde ad una domanda semplice semplice con la bellezza di 480 (dicesi quattrocentottanta!) pagine, senza contare le quindici di bibliografia, le due di letture consigliate per eventuali approfondimenti (come se un poverino non dovesse accontentarsi delle quasi cinquecento appena concluse) le diciotto di note, i ringraziamenti.

A parte il tema intrigante, questo saggio andrebbe letto se non altro per capire come sia possibile sviluppare un tema apparentemente semplice – l’attribuzione di un toponimo in epoca storica, in fondo sono passati appena cinquecento anni – ottenendo il metastatico risultato di un saggio elefantiaco e ricchissimo di citazioni puntualmente riscontrate da una bibliografia egregia, mai sovrabbondante eppure straordinariamente completa.

La mappa perduta del titolo è quella rinomata di Waldseemüller e, se non sbaglio, ne parlò anche Angelino (il figlio di Angela) alla televisione non troppo tempo addietro, citandola come la carta geografica rinascimentale che per prima riporta il nome America per i territori meridionali del nuovo continente, senza tuttavia spiegare per quale arcano motivo venne presa la decisione di chiamarla in questo modo, né chi fu l’autore del misfatto.

Del resto la mappa di Waldseemüller (ma guarda tu se doveva avere un nome del genere, ma non avrebbe potuto chiamarsi Rossi?) non è solamente un pezzo di carta (geografica) che cita il none America per la prima volta, bensì il documento che certifica un deciso cambio di paradigma nella concezione della distribuzione delle terre emerse nel globo e, pertanto, un diverso modo di concepire il mondo tout court.

Ciò comincia ad apparire più sottile della semplice storiella sull’attribuzione di un toponimo e sulla sua affermazione, ed è precisamente per questo che ci vogliono 480 pagine e non cinque o cinquanta per cercare di spiegare come avvenne e quali implicazioni ne derivarono: nonostante le apparenze, la cristallizzazione di un toponimo è un processo che può avere una genesi complessa (un prima) ed esiti incerti (un dopo) fino al definitivo affermarsi con un meccanismo che poi sparisce nelle pieghe dei ricordi e della storia.

Fortunatamente Toby Lester non è uno specialista, altrimenti non credo che sarei riuscita a sopravvivere alla lettura di un saggio così corposo, è un giornalista di ottimo livello che ha lavorato un paio d’anni sulla storia della mappa di Waldseemüller, colpito dalla sua quotazione, dieci milioni di dollari, in occasione dell’acquisto che ha decretato il trasferimento dell’unico esemplare esistente presso la biblioteca del congresso degli Stati Uniti d’America.

Perché dieci milioni di dollari per il documento che nell’immaginario statunitense è il “certificato di nascita” dell’America?

Per gli appassionati di misteri, quelli veri, non le fesserie pseudostoriche, è un libro godibilissimo, scritto con un ritmo che ricalca i polpettoni americani che vanno per la maggiore, dunque accessibile a chiunque, anche se il protagonista è un pezzo di carta che viene appena mostrato all’inizio e poi nascosto per 450 pagine, per comparire infine alla conclusione del libro e rivelarsi in tutta la sua importanza storica come vera propria icona del nuovo modo di concepire il mondo, quello che Copernico avrebbe presentato di lì a poco con la sua teoria eliocentrica.

Dunque un bel libro da leggere senza troppo impegno, magari sotto un ombrellone o con le natiche invernali esposte al sole del Poetto, se si può.

C’è però un modesto commento che vorrei concedermi prima di lasciarvi all’eventuale lettura del saggio.

Esso mostra come la fissazione di un toponimo sia un processo complicato, dipendente, come tutte le cose umane, da un gran numero di fattori e dalle leggi del caso. Un libro come questo dovrebbe far riflettere coloro che adoperano disinvoltamente il toponimo Sardegna in connessione agli Sherdanu dei testi egiziani, sulla sola base di un’assonanza. Se la storia del nome America è ancora oggi un argomento dibattuto – se non nel merito del nome, derivante per certo da quello di Vespucci, per certo nei motivi che ne determinarono l’adozione – a soli cinquecento anni dalla sua comparsa, ed in piena epoca storica, suppongo sia lecito domandarsi come sia possibile essere così certi, in mancanza di fonti storiche e riscontri archeologici, della connessione Sardegna-Sherdanu!

A meno che, naturalmente, non si parli dei soliti topi, i ratti dediti a rosicchiare la Sardegna per i propri fini. Spero che i toponimi restino loro di traverso in gola e li portino a rapida estinzione: di una specie così non abbiamo alcun bisogno.

 

desi.satta2@virgilio.it

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T. Lester. LA MAPPA PERDUTA: Storia della carta che cambiò i confini del mondo, Rizzoli, 2010

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Una risposta a AMERIKA E SORDAGNA: NOMI, TOPONIMI E TOPI

  1. Franco Laner ha detto:

    Molto chiaro l’invito alla criticità di molti toponimi. Criticità e sospensione di giudizio estendibile anche a tante altre questioni. Grazie a Dio però la maggior parte delle questioni non ha bisogno di 500 pagine per spiegazioni lapalissiane. E nemmeno di soverchia dimostrazione di pomposa saccenza, con cui l’uno e trino si ammanta.

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