KOSSIGA, O L’ELOGIO DELLE NATICHE

di Gabriele Ainis

 

Generalmente i necrologi si pubblicano dopo la morte dei personaggi famosi. Loro crepano e i direttori dei giornali colgono al volo l’occasione per occupare un po’ di spazio tra una non-notizia e l’altra. Se poi si tratta di personaggi da prima pagina, accendono un cero alla Madonna affinché accada attorno al ferragosto, così che, per una volta almeno, non siano costretti a pubblicare, in prima, notizie eclatanti quali: “Il termometro a temperature mai viste”, oppure “Il caldo schianta quattro vecchi rincoglioniti nella Sardegna centrale”, o “Esplode il dramma dei cani abbandonati”.

Se invece si pubblicano prima della morte si tratta di errori, e non sono mancati, con sconcerto dei diretti interessati e reazioni tra l’incazzato spinto e l’ironia. In caso contrario si tratta dell’idea insana di quattro dementi che nessuno ascolta, come noi, per l’appunto, decisi a precedere un avvenimento che capiterà, presto o tardi, per legge naturale, ma che i fatti, e lo stato fisico del nostro, fanno presagire non troppo lontano.

Sì, ci lanciamo in una previsione che non lascerà indifferenti: anche Cossiga, nonostante tutto, finirà per tirare le cuoia. Che poi lo faccia in questo strano, per me, agosto pieno di pioggia, o tra qualche mese o anni – come auguro di cuore a qualunque essere umano e no – poco importa: l’acutizzarsi dei suoi guai fisici – da sempre innumerevoli e, per il vero, non solo fisici – e l’improvviso ricovero, ci dà la possibilità di ricordarlo, prima di tutto come sardo che passerà alla storia della repubblica e poi come sardo e basta, icona di un certo tipo di carattere nazionale che tutti noi, disterraus o meno, non possiamo che riconoscere autentico come una piscedda di pecorino affumicato all’ovile: dunque di scrivere il suo necrologio. Che in realtà è un necrologio preventivo, come quelli che scriveva, male, il giovane protetto da Pereira in un libro di gran successo (commerciale) di qualche decennio addietro. Quindi un prelogio, non ancora necro e post finché il presidente emerito non si sbatterà la porta dietro le spalle per l’ultima volta e si darà inizio al balletto esegetico che accompagnerà in futuro il suo nome. Amen.

Senza tener conto che esaurita la formalità dell’inevitabile trapasso, ci saranno le solite ovvie scemenze dei vati vari, veri e sottoaggiunti, dispensatori di giornaliere ovvietà ed eclatanti banalità quotidiane. Ci saranno i giornalisti, gli ex-giornalisti, gli uomini politici utili, pochi, quelli inutili, tanti, gli stupidi, un’enorme legione, gli intelligenti, rari come i capelli sulla testa del nostro amato presidente del consiglio, le siliconate, i viagrati, un profluvio di cazzate immani di fronte alle quali sparirà qualunque accenno di buonsenso, di senso storico, di analisi politica seria, di ricordo ragionevole dell’essere umano e dell’uomo politico.

Il solo pensiero di cosa potrà dirne una Palombelli, un Vespa, per non dire un Signorini o una delle tante e/o tanti opinioniste/i, mi fa accapponare la pelle.

Dunque, se non altro, noi le cazzate le diciamo prima, in breve e fuori dal frastuono del dopo, tanto assordante da rendere impossibile qualunque riflessione (ad esserne capaci).

Prima di tutto, perché parlo di Kossiga.

Ho avuto modo di dire che noi sardi dovremmo, prima di ogni altra cosa, riflettere sulla nostra reale situazione di oggettiva emarginazione. È un dato che andrebbe storicizzato prima di qualunque altra riflessione in merito al nostro stare al mondo. Non siamo individualmente inferiori a tutti gli altri cittadini del mondo (sospetto, al contrario, che proprio i popoli minori, come noi siamo, soggetti a millenni di difficile sopravvivenza e meticciamento, abbiano sviluppato una maggiore capacità di arrangiarsi) ma lo siamo collettivamente a causa di dati oggettivi: l’isolamento, la lontananza dai centri primari di diffusione culturale, la poca consistenza del gruppo umano che impedisce di diventarlo, la lontananza dai mercati e l’impossibilità concreta di sviluppare autonomamente l’innovazione in volumi apprezzabili. Se non si parte da questo, non si arriva da nessuna parte, oppure proprio non si parte, si resta fermi come facciamo noi di solito per poi lamentarci, scontato sport nazionale.

Ecco perché Kossiga mi interessa e tanto: è un sardo (per di più Sassarese, per un cagliaritano niente di più odioso) che ha saputo sfruttare ad arte la sua condizione di debolezza, facendone un’arma per arrivare dove personaggi potenzialmente ben più forti di lui non sono riusciti a giungere. L’onnipotente, onnipresente, onniparlante Andreotti, che più d’ogni altra cosa ambiva a diventare presidente della repubblica, fu uccellato da un Sardissimo Laqualunque, oscuro tattaresu impicca babbu, che basò tutta la propria carriera politica sull’essere quel nessuno che si trovava, misteriosamente, al posto giusto, quando un nessuno serviva a dirimere laceranti contraddizioni interne del partito multiforme (altro che Boicheddu!) capace di guidare l’Italia per mezzo secolo. Il cacciatore dei veti incrociati, lo si potrebbe definire, colui, che si proponeva come l’innocuo male minore nelle dispute senza un’apparente via d’uscita. “Chi ci mettiamo?” si chiedevano i boiardi, sospettosi l’uno dell’altro: “Ci mettiamo Nessuno!”, ed ecco che spuntava fuori lui, come un porcino mattiniero comparso per magia sotto una foglia di castagno.

Eppure è arduo trovare un sardo più sardo di lui, capace di trasformare in saggezza pubblica una pazzia privata, conclamata e curata per anni, riconosciuta ed amata come il figlio più caro con piglio da vero balente, altro che guappo o uomo d’onore!

Prima di scrivere queste poche scemenze, ho riletto con vero piacere l’intervista di Sabelli Fioretti, diventata un libro a quattro mani e vero specchio del carattere da svalvolato del Nostro, vero sardo, capace di osare incurante dei pericoli e, a volte (spesso) di vincere.

Intendiamoci: rispetto alle posizioni politiche, a ciò che ha combinato da ministro dell’Interno, da presidente del senato, da presidente della repubblica, prima, dopo e durante, mi trovo lontanissimo. Neppure anni luce, piuttosto in un altro universo, e però da lui si dovrebbe imparare come i sardi, da soli o come collettività, possano ambire a ricoprire un ruolo non subalterno: studiando, razionalizzando, adoperando ciò che veramente siamo, pazzia inclusa.

Ecco perché nelle parole di Cossiga (senza K) non si troverà mai la rivendicazione di un passato falso e glorioso. Di sicuro accenni a ciò che di buono la storia della Sardegna ha proposto, ottimamente argomentati da studioso quale è, di certo l’orgoglio per l’essere sardo (e sassarese, ahimè), ma mai e poi mai stupidaggini pseudoarchelogicostoriche, goffi falsi escogitati da menti ignoranti e prive di fantasia, accecate per di più dal salame ideologico.

Insomma un grande, un sardo dichiarato e vero sino all’ultima molecola, in possesso di una smisurata, immensa, incommensurabile faccia di tolla che non mi ha potuto evitare, pensando a lui, di riprendere in mano un grazioso saggio ormai datato, ma deliziosamente attuale: la storia delle natiche. A chi, come lui, è stato capace di prendere per il culo tonnellate di politici e cittadini vari, non si può dedicare di meno e con l’immenso rispetto che si deve a chi è stato capace di indicare una via possibile per un riscatto della nostra isola, senza bisogno di atlantidi e pseudostoriche cazzate.

Spero che questo prelogio lo rimanga a lungo e diventi necro e post il più tardi possibile. La mia nonna paterna, che si diceva cugina di Cossiga e probabilmente lo era – a guardar bene nell’isola siamo tutti un po’ cugini – soleva affermare che le pellacce non muoiono mai. Aveva torto, ovviamente, ma, comunque sia, uno così dovremmo inglobarlo nel nostro immaginario collettivo come l’esempio di ciò che si può fare con la propria debolezza, il proprio cervello, la lungimiranza, l’astuzia, la protervia, la testardaggine. In tre parole (e un punto esclamativo): l’essere sardi!

Certo, adoperando anche le cazzate, ma per fottere gli altri, non per prenderselo in saccoccia: ci riflettano un poco i folkloristici politicomici nostrani, più o meno indipendentisti. Che imparino a vincere e a uccellare in Terramanna come ha fatto Lui (con la ‘L’ rigorosamente maiuscola) senza limitarsi a trombare nell’isola chi ha la sfortuna di farsi fregare da loro. E soprattutto se ne ricordino i sardi che non vogliono farsi fottere e vedano un po’ chi è capace e chi no, chi è un pagliaccio vero e chi si diverte a travestirsi, a volte, per reclamare a sé la forza dell’ironia. Ma soprattutto vedano di prendere esempio e diventare capaci di sfruttare ciò che sono davvero, senza rifugiarsi nelle lamentazioni da (falsi) nobili decaduti.

In fondo riflettere non ha mai fatto male a nessuno, salvo ai saltimbanchi veri, ma questo tornerebbe comodo a tutti, e spingerebbe i pagliacci ad esibirsi nei circhi, dove dovrebbero essere confinati.

R.I.P.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

120

 

Jean-Luc Hennig. Breve storia delle natiche, ES, 1996

Avvertenza: non è un saggio adatto ai ragazzini, non per il contenuto erotico ma perché presuppone il possedere una vena ironica non indifferente. I cretini ne stiano lontani, come dal ricordo di Cossiga.

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8 risposte a KOSSIGA, O L’ELOGIO DELLE NATICHE

  1. romano ha detto:

    Cossiga, è stato un grande ed un vero sassarese on lo spirito burlesco. Hai ragione, come riusciva lui a prendere per il culo tanti di quei politici parrucconi, non ci riusciva nessuno. Aveva il senso dell’humor tipico del sassarese cionfraiolo, ma pochi riuscivano a capirlo e si incazzavano. Lui, di sicuro, ci godeva.

  2. Franco Laner ha detto:

    per favore, visto che secondo te Cossiga è stato capace di trovare quei meccanismi di interpretazione dell’identità sarda, senza scomodare il passato o strumentalizzare eventi epici o archeostorici, mi indicheresti uno, mi basta ed avanza, scrittore contemporaneo di riferimento? Mi hai in altra occasione già detto che Marcello Fois non va bene, eppure in ogni suo romanzo infila un discorso sull’identità, per me originale e spesso condivisibile, v. ad esempio da pag. 60 a 62 di “Sempre caro”
    Oppure siamo all’alba di un disegno, che Archeologgia Nuraggica cerca -nonostante le depistanti scorribande disciplinari- di definire, facendo leva proprio sulla permalosità sarda, con linguaggio e riferimenti che bruciano come il sale sulle ferite?
    Per una volta, per favore, non fare lo stronzo!
    Laner

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Esimio Proftziu,
      non abbassatevi al turpiloquio, che ne chiama altro. E se Vi chiamassi stronzo anch’io, o mòna (che vi si addice di più per collocazione geografica) ne guadagnerebbe il ragionamento? Non confondete l’ironia con il cattivo gusto e soprattutto non date il destro ad una banda di ragazzini disadattati (di sessant’anni, ma ragazzini) di prenderVi troppo facilmente per le chiappe, perché la rete è un luogo pubblico e non ci fate una grande figura di fronte ai vostri allievi. Fate il bravo. Si può ragionare anche con lo stronzo sempre in bocca, come fate Voi, ma non è serio, al massimo serioso come negli altri blog che frequentate, in cui la gente con la cacca in bocca abbonda, straborda e annoia, ma non dimenticateVi che questo è l’unico bLLog che vi dà retta (peraltro assai volentieri) con la massima serietà.
      Il Vostro quesito è tutt’altro che peregrino e, se vi ricordaste i miei vecchi interventi (ma non lo pretendo, è solo una considerazione) sapreste che me lo sono domandato più volte: dove sono gli intellettuali alla Pasolini? Quelli capaci di leggere la realtà con occhi critici e rischiare sulle proprie intuizioni? Io non ne vedo, ma potrebbe darsi che sia colpa mia, che sia ignorante (ma Vi assicuro che leggiucchio il giusto, incluse delle vere proprie ciofeche, come l’Accabadora di Murgia, una porcheria o le demenziali porcate di Satta – Milena, poverina, non Sebastiano) alla ricerca di un qualcuno che si mostri capace anche solo di avvicinare il mondo sardo di oggi, di intuirlo e sbattercelo in faccia.
      Sa chi ci riuscì? Grazia Deledda, ma purtroppo al giorno d’oggi abbiamo quattro mediocri scrittori, alcuni dei quali neppure sanno cosa significhi scrivere e devono farsi rieditare i romanzi, che vivono guardandosi il sedere, con la testa voltata a Deledda, senza rendersi conto che lei scrisse dei propri tempi e non di quelli passati, della sua Sardegna e non di quella di un tempo. Della Sardegna di oggi, dei Sardi di oggi, non scrive nessuno. Forse saremo gente senza storie, saremo monotoni, chiusi come ricci, ma è anche vero che nessuno ci prova, perché è rischioso e potrebbe darsi che non si diventi nessuno. Saranno le case editrici che hanno bisogno delle favolette di Cappuccetto Rosso per vendere libri? Potrebbe essere, ma non dimenticateVi che esistono anche le case editrici isolane e non mi pare credibile che non salti fuori uno scrittore capace di evitare le nostalgie del passato e i misteri tenebrosi (e spesso insistenti) del nostro banale inconscio collettivo tutto fatto di streghe, fate, panorami, spiagge, banditi di cartapesta e compassionevoli assassine.
      Fois? Un dignitoso artigiano che vivacchia senza la minima intenzione di impegnarsi. Del resto l’ha detto in più occasioni: fa parte della categoria di intellettuali che ritengono l’impegno un sovrappiù che non si può pretendere. Ha ragione, vive più tranquillo. Nessuno l’aspetta sotto casa, ma non diciamo che parla di Sardegna.
      Voi, Proftziu, ritenete che lo faccia? Sbagliate, e lo dico con amarezza: la Sardegna di Fois ha pochissimo a che fare con la nostra isola e la sua gente. Lo capireste anche Voi se provaste a visitare la Sardegna da viaggiatore e non da turista. Cercando di capire una città come Cagliari, i sobborghi degradati che ruotano attorno a lei e l’interno vero, che non è fatto di Mamuthones ma è ben altro che folklore.
      La Sardegna c’è, ma è difficile trovarla nei libri. Ne volete trovare un pezzetto? Leggete “L’uomo che non c’è” l’intervista che citavo nel post che avete commentato. C’è più Sardegna in venti righe di quel libro (una Sardegna con cui si può essere o meno d’accordo, intendiamoci) che in venti libri di Fois.

      • Franco Laner ha detto:

        Vedi, la parola mona, ha una enorme estensione di significato, dal dispregiativo al complimento. Dipende dal contesto e soprattutto dal tono. Così, per una volta ho usato stronzo, per dire, fa il bravo, non fare lo stronzo!E’ giusto che ti preoccupi del tuo blog e dell’esclusiva del linguaggio. Capisco meno però perché ti preoccupi dei miei studenti. Agli studenti non interessano molto i loro docenti, non mi sono mai illuso e ho fatto bene. Ce la metto comunque tutta, perché mi piace guardarmi alla specchio ed onorare un mestiere bellissimo, l’insegnamento.
        Grazie per la tua sintesi sullo stato dell’arte della letteratura in Sardegna. Sugli scrittori moderni, vicino a Deledda, metterei Dessì, e soprattutti, Satta. Mi riferivo ai contemporanei. Mi reco ormai raramente in Sardegna e ci vado quando ho un programma, il tempo e i soldi. Mi ha molto aiutato leggere e il tema dell’identità vostra, mi intriga forse per capire la mia, pur diversa, perché diverso è il genius loci. Di solito gli SScrittori offrono importanti chiavi interpretative.
        Le conferme si possono avere in modo diverso. Viaggiando, sicuramente. Anche la frequentazione ai blog. Per la siccità, a volte, va bene anche la tempesta!
        Laner

  3. Gabriele Ainis ha detto:

    Appunto, dei contemporanei Vi parlavo. La mia modesta opinione è che SScrittori non ce n’è. Al massimo qualche mediocre scrittore. Ecco perché leggere non basta, purtroppo, e bisognerebbe vedere con i propri occhi.
    Per lo ‘stronzo’ nessuno si è offeso né rivendica il diritto di scelta del linguaggio, semplicemente era palesemente superfluo; se non ve ne siete reso conto non è un problema (e non siate così sicuro che i Vostri studenti non Vi seguano, potreste commettere un errore).
    (Complimenti per la SS, cominciate anche Voi a far parte del corpo mistico di Boicheddu.)

  4. Atropa Belladonna ha detto:

    Gabriele, le tue premesse o i tuoi punti di partenza, sono ovviamente un punto critico per accettare in tutto o in parte la tua analisi. Cosa intendi per “l’isolamento, la lontananza dai centri primari di diffusione culturale, la poca consistenza del gruppo umano che impedisce di diventarlo”? Non sono d’ accordo; premesso che dal punto di vista del patrimonio culturale non c’è dubbio che l’ isola abbia un potenziale enorme, non credo affatto che la consistenza del gruppo umano sia un fattore così determinante. Magari l’ apertura e il confronto-intendo anche il confronto duro- lo sono di più, non ti pare?e l’ isolamento e la lontananza non sono poi, oggigiorno, un vero fattore limitante-non ci credo- l’ apertura ed il confronto mi sembrano, in linea di principio ed anche in pratica, del tutto possibili. Piuttosto c’è da chiedersi dove e se c’è la volontà di farlo: basta visitare qualche museo o parlare con qualche straniero che c’è stato per capire che è scarsa.

  5. Franco Laner ha detto:

    Nel 1994, vidi nella Piazza di Nugheddu S. Nicolò, vicino ad Ozieri, alcuni pacchi di Gasbeton (blocchi di calcestruzzo alleggerito) che ancora con RDB a Piacenza stavo sperimentando. Insomma, con grande anticipo in questo luogo remoto dell’Isola già questo materiale innovativo era impiegato. E così ho visto per altri materiali e tecnologie. In uno studio tecnico ho visto usare programmi avanzatissimi per progettare strade, applicare modelli di diversa natura appena messi a punto. Come mai nell’Isola prima che in continente? Come mai quest’ansia di non restare indietro? Perché pensare che la novità sia altrove? E come queste innovazioni vengono rielaborate, reinterpretate e a volte riesportate? Penso spesso all’Isola come Laboratorio.
    La risposta forse è proprio in una concezione di condizione di isolamento, di concezione della lontanaza, diversa dal continentale. La lontanza o l’isolamento non si misurano in km o in miglia marittime. E’ questione di Weltaunschaung, di genius loci. L’identità ha radici profonde. Senza, si rischiano domande e giudizi poveri e mi chiedo se cercare di capire la Sardegna, ma anche altri luoghi, senza essere sardi sia solo grande presunzione.
    Anche la competizione, il confronto, l’apertura, rischiano di essere categorie scivolose, che soffrono appunto di lontananza.
    Laner

  6. Altrove ha detto:

    A me leggere la Deledda provoca una sorta di effetto lassativo quanto molti “ggiovani” scrittori sardi contemporanei.

    La diarrea mi viene provocata anche dai vari “era meglio quando si stava peggio” di chi cita, errando, con nostalgia il proprio o l’altrui passato distorto, perchè probabilmente ri-conosce altrettanto male il proprio presente.

    Sono tutte persone ben poco in grado di delineare/determinare anche solo il proprio futuro. Figurarsi quello dei loro simili.

    La Sardegna (come molti altri luoghi simili e sospesi nel nulla immobile del proprio tempo) è piena di persone così.
    La cosa peggiore è che nella maggior parte dei casi quando sono giovani, eterni studenti universitari, eterni lavoratori precari o eterni intellettuali disoccupati si occupano di politica, cultura o economia con la pretesa di rivoluzionarle in nome di una nuova idea di sardità tutta loro.

    Quando invecchiano poi, dopo aver maturato adeguato pedigree di inutilità alle spalle, hanno (solo alcuni) la fortuna di poter portare il proprio culo in piccole posizioni decisionali di potere dentro diverse istituzioni di tali ambiti.
    Di solito le stesse che hanno combattuto da giovani. Si adeguano facilmente al nuovo ruolo, avendo esplorato e dissipato nel frattempo (sia del proprio culo che della propria idea di sardegna, seppur con indomita fierezza tutta sarda) durante la scalata molto impervia, ogni anfratto e verginità,

    Gli altri invecchiano come loro, di solito invidiando i primi. Vendono anche essi il culo, solo che lo fanno per meno denari. Meno potere. Meno tutto.

    Con il tempo entrambi si trasformano da giovani eterni precari, in vecchi eterni precari. E detestano, entrambi, i giovani che dicono di combatterli ma poi li imiteranno.

    Tutti questi giovani/vecchi sardi continuano per tutta la vita a raccontarsi/ricordarsi delle loro giovinezze sarde e parlano bene razzolando male e ancora peggio faranno tutti in futuro. Vendono il culo fino alla morte e in questo (o forse per questo) si considerano ognuno a proprio modo altamente rappresentativi dei sardi o portatori sani di sardità.

    Ainis mi sembra, con il suo parlare, voglia entrare rapidamente a far parte di questi.
    Combatte con cura ciò verso cui intimamente tende.

    Cerco di salvarlo in tempo dicendogli che: LA SARDITA’ NON ESISTE.
    E se anche esistesse si troverebbe altrove, rispetto i luoghi o le persone in cui viene cercata.

    Esiste, in Sardegna e da sempre, solo la ricerca estenuante di molti sardi di una loro presunta identità che si vorrebbe ritrovare, riscoprire o narrare, a tutti i costi solo per nutrire il proprio genetico ego.

    Essere nati in quest’isola non rende migliori del resto del mondo.

    Solo chi ne ha consapevolezza, sarà in grado di lottare, DA SOLO E ALLA PARI contro chiunque nel resto del mondo.

    E Laner ha ragione quando dice che qui ci sono punte di innovazione estrema.
    Ma risultano quasi specchietti per allodole. Esistono in molti ambiti ma sono una minoranza esigua seppure utile per il futuro.

    Forse, statisticamente più evidenti solo perchè la maggioranza dei sardi è molto rumorosa e altrettanto inutile.

    Detto questo e parlando di uno di quei grandi sardi a cui sembra qualcuno (pur rifiutandone le gesta) voglia in qualche modo ispirarsi, aggiungo anche quello che penso di Kossiga.

    Per fortuna Cossiga è finalmente morto. Non se ne poteva più.
    Secondo me era solo un ruffiano buono per le molte prostitute delle diverse congreghe sarde e italiane, di destra, di centro, di sinistra che siano.
    Entrambe, a turni (e marciapiedi) alterni lo stimavano o combattevano.

    Cossiga è stato molto meno dignitosamente sardo di quanto non lo sia un qualsiasi immigrato illegale africano dopo 3 o 4 anni di permanenza e sopravvivenza quotidiana in quest’isola.

    E i coccodrilli vari sui giornali ce li siamo sorbiti tutti ma non è stato poi così terribile.

    Anzi spero di leggerne a ruota molti e di molti altri politici o di sardi importanti. O anche di non sardi, comunque importanti come lui, che tanto adorano questa terra, i sardi e la loro supposta sardità da venirli spesso a trovare per le proprie vacanze a base di mirto e pecorino.

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