PERCHE’ GLI INDIPENDENTISTI (non?) SONO RAZZISTI

di Gabriele Ainis

 

Beh, insomma, proprio sanguinari assassini non direi. In fondo per esserlo bisognerebbe avere una buona dose di coraggio e non svenire come femminelle di fronte al sangue altrui, però è un titolo che invita alla lettura. In realtà, se devo essere sincero, quando penso a loro me li immagino come persone prive della necessità di lavorare (seriamente) per vivere, imbevuti di sé, ignoranti, alla ricerca di un modo per continuare a pesare sulle spalle altrui. In generale abbastanza vigliacchetti (a giudicare dalla rabbia con cui imperversano in rete, li si direbbe bisognosi di maggiore soddisfazione sessuale!). Guardatevi intorno e vedrete tanti ragazzotti – palesemente nullafacenti per scelta – che inneggiano a s’Indipendentzia e/o s’Autonomia, in attesa di un posticino statale, regionale, comunale, municipale, circoscrizionale, così da poter urlare a piena voce contro l’assistenzialismo e goderne a piene mani. Ai miei tempi andavano nelle sezioni (equamente distribuiti in tutto l’arco costituzionale, dall’ultra destra all’ultrasinistra, c’era di tutto) oggi che le sezioni sono chiuse in nome del populismo berlusconiano (e della pochezza politica degli oppositori, se davvero ce ne sono) si dedicano alla religione (come accadeva un tempo in alcune sezioni ed oggi all’esterno) o alle sette, anche quelle politiche.

La foto di oggi, è presa da un libro interessante (1), del quale non condivido il contenuto ma di cui raccomando la lettura per come è scritto. Si occupa più o meno della mente umana ed illustra una delle teorie correnti sulla sua struttura, il che ha poco a che fare con ciò di cui vorrei parlare nel mio post: di una delle numerose scempiaggini usate dai pseudo-X (X = storici, barbieri, lacché, fisici, giornalisti, astronomi, quasiavvocatifallitifalliti, quellochevipare) quando parlano dell’età dell’oro dell’uomo in cui tutti si volevano bene, vivevano in armonia, ed a cui dovremmo tendere per liberarci di questa astrusa e pericolosa modernità.

Spesso costoro parlano dell’era mitica dei cacciatori-raccoglitori, periodo in cui (secondo loro) gli uomini  rispettavano la natura ed erano perfettamente integrati con essa, per poi ammonirci a ritornare a tale stato paradisiaco curandoci con le erbe, gli sciamani ed andando a pregare il sole che si allinea con la costellazione di Santu Pedru in occasione dell’equistizio di primautunno o a leggere il cancello in ferro battuto dell’orto del Sommo Vate quando la luna si alinea con il traghetto per Carloforte.

Si tratta di una delle solite stupidaggini. Tra l’altro, come spesso accade, neppure originale. Il mito del “buon selvaggio” è un retaggio ottocentesco cui fanno riferimento solamente gli ignoranti (non che ce siano pochi) e che cade di fronte ai numeri degli studi seri. Che il “selvaggio” sia tutt’altro che “buono” lo può sperimentare chiunque abbia voglia di conoscerne uno. Prendete un paio di scarponi, pochi soldi e la voglia di scoprire il mondo (vero, non le stronzate di “Alle falde del Kilimangiaro” o i libri scritti con il culo inocllato alla sedia della scrivania): Africa, Sudamerica, Asia, Oceania sono a disposizione, basta scegliere.

La figura parla proprio di questo e si riferisce al tasso di morti ammazzati a causa della guerra nelle popolazioni “selvagge” di cui si hanno dati certi (Sudamerica e Nuova Guinea) confrontate con le stragi europee che includono la prima e la seconda guerra mondiale. Il grafico si commenta da sé: in confronto agli Jivaros (popolazione nativa sudamericana) Wermacht e U.S. Army (per tacere di Inglesi&C) sono stati a suo tempo dei dilettanti, visto che il grafico include le morti accertate nel corso della seconda guerra mondiale.

Tanto per citarne un dato, la barra più in alto ci dice che più della metà di una tribù Jivaro può essere sterminata da una guerra tribale. I numeri assoluti sono bassi (si tratta di gruppi umani di poca consistenza) tuttavia mostra che il “buon selvaggio” non si pone il problema del completo sterminio del proprio gruppo di riferimento né di quello contro il quale combatte, anzi, si disinteressa coraggiosamente del primo e persegue pervicacemente il secondo.

Non è necessario un PhD in Sociologia per capire che il cosiddetto “stato di natura” è anche uno stato in cui i criteri di convivenza civile – che per noi appaiono scontati – sono sconosciuti, sostituiti da altre esigenze ben più pressanti quali lo sfruttamento delle risorse disponibili e la sopravvivenza. Fortunatamente non si tratta di filosofia da tavolino, tanto per intenderci quella dei soliti – ed ignoranti – noti, ma di dati antropologici certi raccolti durante i primi contatti con le tribù di cacciatori raccoglitori o di coltivatori ancora il possesso di tecnologie e modi di vivere assimilabili alle culture neolitiche. Ancora oggi, è interessante compulsare i quaderni di “scavo” antropologico compilati nell’entroterra della Papua Nuova Guinea, in cui le guerre tribali sono ancora la realtà quotidiana, così come la perdita o la sottrazione della vita un fatto da ascrivere alla normalità giornaliera. (2)

Tutto ciò per richiamare l’attenzione su un aspetto singolare dei gruppuscoli pseudopolitici nostrani, in particolare quelli più “nostrani” di altri che vorrebbero riportare ad una “sana” indipendenza (o forte autonomia) la nostra isola.

Trovandosi nello stadio in cui è necessario cementare un nucleo forte, sviluppano necessariamente una forte intolleranza nei confronti dell’estraneo, spesso aderendo a pseudo programmi politici manifestamente assurdi che ricordano troppo da vicino i proclami insensati dei santoni fondatori di sette più o meno di successo. Per fare un esempio calzante, la pretesa mancanza di nazionalismo dei proclami di iRS, una vera e propria bestialità, una balla evidente, che tuttavia fa presa sulle menti deboli come gli strani slogan pseudo esoterici di Comunione e Liberazione, o la demenziale condotta di vita dei numerari dell’Opus Dei.

Tutti loro hanno prima di tutto la necessità di sentirsi diversi, di elaborare un nemico da combattere e, possibilmente, da sterminare, naturalmente per un bene superiore che trascende qualunque altro interesse. Ovvero lo stesso meccanismo che permette ai cacciatori-raccoglitori di non riconoscere come propri simili gli appartenenti ad una tribù straniera.

Che poi i capoccia siano consapevoli o meno che stanno creando uno stato di intolleranza, è domanda sciocca: personalmente mi interessa assai poco se un Sale qualunque sia intollerante o meno, sono molto attento invece a ciò che fanno i Salatini, o i Vaticini, o i Sardini, che negli sketch del proprio vate (con la minuscola e, a volte, maiuscola) possono leggere ciò che vogliono, anche l’invito a far fuori (metaforicamente, per ora) gli avversari.

C’è un’altra caratteristica che accomuna le sette e le piccole tribù: il capo carismatico vive alle spalle degli adepti, che sono felici di porgere il posteriore ed anzi fanno la fila e litigano tra di loro per stare in prima linea. A questo riguardo inutile parlarne diffusamente: la beota dedizione degli adepti è sotto lìocchio di tutti.

Dunque attenti alla figura ed alle percentuali: sono i piccoletti che ammazzano con maggiore violenza e totale mancanza di scrupoli. Le tribù, le sette, i gruppetti politici minimi e apparentemente infinitesimali, in cui il cervello (il poco che si possiede) viene messo in comune con tutti gli adepti per cercare di raggiungere un volume cerebrale confrontabile con quello dei normali esseri umani. È là che si verificano le scene mirabilmente descritte in uno dei film che più mi hanno divertito nella mia vita, quella favolosa presa per il culo che fu Frankenstein Junior. Infatti non dubito che il cervello dei leader sia poco lontano dalla normalità, ma quello degli adepti ricorda il contenuto cranico di Mr A. B. Normal, raccolto da Igor per porre rimedio alla distruzione di quello che effettivamente avrebbe dovuto rubare e racchiuso nella scatola cranica svuotata del Mostro.

Con la differenza che il mostro non aveva bisogno di trovare soddisfazione sessuale in rete, questi, al contrario, sono costretti a masturbarsi in rete.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(1) S. Pinker – Tabula rasa – Mondadori 2005 (pag 76)

(2) Ho un aneddoto da raccontare. Nel corso di un viaggio in Amazzonia, la nostra guida locale rispondeva ad alcune delle mie domande in merito agli sciamani. Mi raccontò che può accadere che uno di loro lanci il malocchio contro una famiglia. «Cosa fate in questo caso?», gli chiesi. «Lo ammazziamo!», rispose e mi rivolse uno sguardo eloquente facendomi capire che ero uno stupido a porre delle domande così ovvie. Ciò mi venne confermato da uno studioso colombiano (trapiantato negli Stati Uniti) che svolgeva una ricerca per il suo PhD. Mi disse di aver assistito personalmente ad un assassinio mentre atterrava col suo CESSNA in mezzo alla foresta. Vide gli abitanti di un vicino villaggio che inseguivano un uomo che scappava lungo la pista di atterraggio (in terra battuta, quando piove, fango). Il tempo di atterrare e virare, era rimasto solo un cadavere, colpito da tre pallottole alla schiena (fucili vecchissimi ma efficaci). La tribù si era scelta un altro sciamano.

Due anni dopo, passai un agosto a Cardedu, in una villetta a mezza collina a un chilometro dal mare. Dopo lo spegnimento di un incendio (doloso) che aveva bruciato qualche ettaro di macchia non lontano di là, chiesi al padrone di casa come si sarebbero comportati i paesani se avessero scoperto l’autore del misfatto: «Lo ammazziamo con un colpo di fucile a pallettoni in faccia!», mi disse. E i suoi occhi erano identici a quelli della guida Jivaro di due anni prima. Né in un caso né nell’altro dubitai che si trattasse della pura verità, sebbene nel secondo non ci fosse lo studioso colombiano.

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2 risposte a PERCHE’ GLI INDIPENDENTISTI (non?) SONO RAZZISTI

  1. romano ha detto:

    quando parli degli adepti che si fanno prendere per il culo, mi ricorda la tragedia universitaria che andava forte alle feste delle matricole: Ifigonia in culide, libera trasposizione della tragedia greca Ifigenia in Aulide. Se non la conosci, cercala su Google, è uno spasso leggere le strofe dei tre atti.
    Complimenti per il tuo pezzo.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Come no! Ai tempi la citavo a memoria. C’era anche “Il processo a don Sculacciabuchi”. Forse questo addirittura più calzante di quella perché, in fondo, un’ode all’universale legge del Menga, che gli adepti rispettano più di ogni altra.

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