I NANI DI MONTI PRAMMA

di Gabriele Ainis

 

La gazzarra inscenata a suo tempo dai comici dell’iRS (ma non solo da loro) un certo effetto l’ha avuto: quello di affibbiare alle statue di Monti Pramma un significato simbolico forte, soprattutto per coloro che non hanno altro da fare nella vita se non indignarsi in continuazione, occuparsi di bassa politica, cercare qualcosa da fare da dipendenti pubblici evidentemente non troppo impegnati. Ci sono anche gli ex- pensionati, anzi diciamo meglio i pensionati ex-, che tuonano con tutto il seguito dei perditempo: quale occasione!

Soprattutto, alla notizia che Resca proponeva di portarne un paio a Pechino, tutti a difendere l’identità sarda sbeffeggiata, prima di tutto dal fatto che si trattasse di un’operazione di ripiego (i bronZZi di Riace non sono disponibili) e poi dalla pochezza culturale del promotore, etichettato, al minimo, come ignorante venditore di panini. Il suo delitto? Aver proposto di utilizzare un paio delle statue come veicolo di promozione culturale e turistica per la Sardegna.

Si può essere d’accordo o meno. Se ne potrebbe parlare, ma a che pro? E soprattutto: di cosa si deve parlare?

Non dell’importanza storico artistica delle statue, per il semplice motivo che nessuno ci ha provato; non del possibile ritorno dì immagine per l’Isola, nessuno ha discusso neppure di questo. Di che allora?

Ma di bassa politica, ma proprio così bassa da ricordare quasi il bassino del generale shardarariano che attraversa il mare trainato da un asino.

Osservando gli interventi di coloro che si illudono di appartenere alla categoria degli intellettuali, si và dalla buona occasione per un attacco al governo Berlusconi (una colossale sciocchezza) alle rivendicazioni autonomiste, indipendentiste, qualunquiste,troniste, fino ad arrivare alla presa di posizione dell’ANA (che non è l’Associazione Nazionale Alpini, ma è probabile che anche loro abbiano qualcosa da dire in merito) che, guarda che novità, ne approfitta per chiedere soldi, battere cassa per completare gli scavi nel sito di Cabras. C’è tutto: gli intellettuali di sinistra che hanno studiato Hegel ed ora non sanno che farsene (loro non sanno che farsene, le persone intelligenti sì), gli stupidi che “Se vogliono vedere le statue che vengano da noi!”, i soliti ignoranti che neppure hanno capito ciò che è accaduto, perché con gli occhi pieni di ideologia (e lo stomaco riempito da stipendi e pensioni sicure) non c’è bisogno di ragionare, basta starnazzare e ragliare per far vedere di esistere.

Ma cos’ha fatto Resca di così terribile? Sì, è un ex-venditore di panini e insalate di dubbio gusto, ma non è che si presenti al mondo come un novello Alberti. Si è sempre occupato della vendita di un brand, perché i BigMac sono tutt’altro che cibo – e chi non lo capisce farebbe meglio a dedicarsi alla pesca dei tonni nel proprio bidet (se sa cosa sia) –  e continua a fare ciò che sa: v-e-n-d-e-r-e. Ciò che ha proposto è un’operazione di marketing, la vendita del brand isolano veicolata dall’immagine delle statue del Sinis. Non ha preteso di spacciarsi difensore della storia della Sardegna, della cultura sarda, dell’identità. Resca ha detto ai sardi: “Mi prestate due statue ché vi faccio pubblicità a Pechino?”

Cosa c’era da rispondere?

C’era da riflettere operando una valutazione costi/benefici! Conviene? Non conviene? Ci perdiamo? Ci guadagniamo?

Io le avrei date, perché non vedo quale danno avrebbe potuto procurare portarle in Cina, mentre sono sicuro che laggiù avrebbero destato interesse, perché sono estranee alla loro cultura e si distinguono da ciò che normalmente si intende per Italia (i bronZZi di Riace, per l’appunto). Pechino attualmente è un crocevia per enormi quantità di denaro, mucchi di soldi da investire che prendono le vie più diverse e si possono deviare a proprio vantaggio.

Mi sarebbe piaciuto che qualcuno avesse difeso la tesi opposta spiegandomi quali danni avrebbe procurato alla nostra comunità, l’avrei ascoltato con interesse e magari avrei cambiato idea: ma c’è stato qualcuno che ne abbia discusso in questi termini?

No: tutti a inseguire i simboli, le alte vette intellettuali dell’immacolata identità isolana: un branco di imbecilli!

Ecco perché continuo a dire che gli indipendentisti sono una manica di cretini, perché hanno creato un simbolo e non sono neppure capaci di sfruttarlo, hanno una dirigenza politica di nani culturali, ma questa volta, e lo dico con sconcerto, sono stati affiancati da tutti gli altri nani della cultura sarda. Non ne ho visto uno che alzasse una mano e dicesse pacatamente: volgiamo discutere del merito, per favore? Solo per cinque minuti, poi riprendete pure a fare gazzarra, il vostro mestiere preferito.

Ancora una volta un’amarezza enorme, la consapevolezze che la Sardegna è invasa da questi intellettuali nani, ignoranti, attaccati alla propria infinitesima, piccola posizione da difendere a qualunque costo, anche con una polemica idiota purché polemica.

Più che di giganti, si dovrebbe parlare dei Nani di Monti Pramma e, finalmente, ho capito perché non hanno inventato il Viagra per il cervello: gli intellettuali sardi sarebbero morti tutti di overdose!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a I NANI DI MONTI PRAMMA

  1. Franco Laner ha detto:

    Ripiego? I bronzi di Riace stanno al tentativo di ricostruzione dei telamoni di Monte Prama come la basilica di san Marco di Venezia sta alla chiesa campestre di s. Pietro di Oschiri. Alla plasticità dei Bronzi si contrappone la staticità dei Telamoni.
    Hanno una cosa in comune: l’altezza. Ecco, l’arte si misura in cm.! L’altro vantaggio dei Telamoni è l’enigma della data di nascita. Il dodicesimo o il sesto secolo av. Cristo? Come sottrarsi a questo intrigante enigma?
    Per fortuna che il G8 è stato spostato in Abruzzo. Se restava alla Maddalena, non posso immaginare la figura di merda dell’esposizione di quegli aborti ricostruttivi!
    Laner

  2. Gabriele Ainis ha detto:

    Esimio Proftziu,
    si tratta di una provocazione gratuita, del che Vi ringrazio. Non mi pare il caso di una discussione né sul bello, categoria scivolosa, né sul problema della contestualizzazione. Nel post parlavo di tromboni, non di violini. A mio avviso, in Cina avrebbero riscosso successo proprio perché inconsueti e lontani dalla classicità.

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