TARTAN, ATLANTIDE E BUFALE SARDE (MA NIENTE MOZZARELLA)

di Gabriele Ainis

 

There are two main schools of thought on the origin of tartans.

One view is that way back in the mists of time every Scottish family had a distinctive tartan pattern, the colors of which were obtained from the plants which grew only in their locality.

The opposing view states that clans, kilts, and tartan were an early 19th century invention that the Victorians developed into an enormous cult. Somewhere between these two schools of thought lies the truth. 

 

Ho assistito con curiosità ai commenti in rete riguardo la proposta di legge dei Riformatori per la creazione di un Istituto destinato allo studio del teorema Sardegna=Atlantide. Ero sicuro che in proposito si sarebbero dette un sacco di banalità (e una marea di cretinate) e, per una volta, non mi sono sbagliato (tra l’altro nessuno si è accorto che la proposta stava già nel programma del partito per le provinciali).

Si va da posizioni entusiastiche del tipo “Bella idea per far soldi alle spalle dei fessi che credono ad Atlantide!”, a “Atzeni dev’essere impazzito!”, a “I professori universitari hanno finalmente riconosciuto che Frau aveva ragione!” a “Solo un modo per creare posti di lavoro da gestire con procedure clientelari!”. Ci sono poi tutte le posizioni intermedie e lo scontato “Altri soldi pubblici gettati nel cesso!”.

Il senso profondo della proposta, al contrario, non l’ha capito nessuno, ma soprattutto non l’hanno capito i Riformatori che hanno presentato la proposta (ma non c’è da stupirsene, presto o tardi devo decidermi ad occuparmi di loro).

Così, evitando di aggiungermi ai coristi della banalità quotidiana, ho aspettato un paio di giorni per vedere se ci fosse qualcuno che si decidesse ad un minimo di analisi razionale dell’accaduto, poi, non avendo udito nulla (il che non significa che non ci sia, intendiamoci, ma non l’ho trovato) mi sono concesso un paio di click agostani su Google per trovare un link che parlasse di tartan, uno dei migliori esempi di bufala mediatica della storia, risalente al 1800 (dopo Cristo, questa volta gli Sherdanu non c’entrano, anche se c’è qualche cretino che li ha ficcati anche là) e generata da una congrega di furbacchioni (i produttori di tessuti in lana scozzesi) decisi a far soldi.

La bufala del tartan, cioè che fosse un tessuto distintivo dei clan e la stessa “carta dei tartan”, è una mistificazione studiata ad arte per imporre un prodotto sul mercato, facendo leva sul fascino di una storia falsa. L’attrattiva e la diffusione dei tessuti da allora il poi definiti “scozzesi” (ma neppure la parola “tartan” lo è, né il tipo di tessuto, trovato ad esempio in Asia in stratigrafie del primo neolitico) è stato generato in gran parte dalla storia artefatta della “carta dei tartan” (cioè i diversi disegni da assegnare ai diversi clan) e dal kilt, che, nella versione che conosciamo tutti (il gonnellino), non ha nulla a che fare con quello tradizionale (si trattava del plaid, fatto girare attorno ad una spalla e fatto scendere a coprire il basso ventre) ed è stato invece inventato da un inglese (cioè da un appartenente alla nazione che più di ogni altra gli scozzesi avversano, come se il Casu Marzu l’avesse inventato un continentale!).

Orbene: la citazione scaricata dal web in testa all’articolo, rende bene il senso dell’operazione. Ancora oggi si discute se davvero la carta dei tartan l’abbiano inventata o meno, tanto che anche nei siti “seri” di origine universitaria, si sottolinea con cautela che “fino a prova contraria” la carta dei tartan è una bufala, senza tuttavia darlo per assolutamente certo. Insomma un lavoro ben fatto, studiato per ottenere il massimo dell’attrattiva, che non è il sapere per certo, quanto il dubitare, la capacità di far discutere perché la gente altro non vuole che sedersi (metaforicamente) al tavolino di un bar per far andare la lingua.

La bufala del tartan è stata studiata da gente che aveva un concetto ben preciso e valido del marketing, coadiuvata dalla famiglia regnante, che si assunse l’onere di pubblicizzarlo adeguatamente (lo fa ancora oggi Charles indossando il kilt e imponendolo anche ai figli, un caso eclatante di pubblicità occulta).

Veniamo a noi: desideriamo davvero sviluppare un’operazione come quella del tartan? Cioè sviluppare e far nostro un mito per farlo fruttare denaro?

Perché no? Ci potranno essere anche i duri e puri che si oppongono in nome del fatto che non vogliono sputtanare la storia della Sardegna con una fiaba da Fratelli Grimm ma, pensandoci bene, se davvero si trattasse di questo, sarebbe davvero difficile non aderire alla proposta: gli scienziati sono concordi nell’affermare che Nessie è una stupidaggine ma la gente ci va lo stesso (anch’io, passando di là, mi sono fermato per una foto, esattamente come ho fatto per l’abri di Cro Magnon!). Se Vespasiano riuscì a far soldi con la cacca, non vedo perché noi non dovremmo farlo con la bufala di Atlantide (cioè con l’equivalente storico della cacca).

C’è un però, piccolo piccolo.

Torniamo al tartan: ancora oggi si dibatte se davvero ci fu la bufala o meno, anzi, ad essere sinceri, la maggior parte della gente neppure sa della possibilità che si sia trattato di una mistificazione. Ancor meno gente sa che disegni tipo tartan risalgono all’alba della tessitura, fatto comprovato da ritrovamenti stratigrafici.

Per farla breve non c’è mai stata un’istituzione pubblica che ha dichiaratamente studiato il tartan con l’intento palese di farne una bufala, perché non è questo il modo di creare una mistificazione che funziona. Ed è questo che nessuno ha capito nell’operazione della proposta di legge. I Riformatori, che definiscono sé stessi liberali, quindi, si spera, assertori di un’economia di mercato, hanno un’idea tutta particolare del marketing e della promozione di un brand.

Ma cosa pretendono, di creare un istituto pubblico per la creazione di un falso storico?

Sì, esatto, si tratta proprio di questo, coadiuvati per di più da un valente archeologo che, nella banda di coloro che propone questa simpatica trovata, è il meno colpevole (sebbene, a pensarci bene, non sia poi necessario un master alla Bocconi per capire che si tratta di una stupidaggine).

Ripeto, la sciocchezza non sta tanto nell’idea della bufala, quanto nella maniera per metterla in atto, come la banda del buco che finisce mestamente per mangiare la pasta e ceci (ma chi sarà Capannelle nella banda dei geni che hanno inventato il progetto? …e Castiacrasi?).

Ecco, tanto per distinguerci, ancora una volta c’è chi le bufale le sa trattare, produce le mozzarelle e ci guadagna, e chi, non sapendo neppure allevare decentemente una bufala, fa la figura dello scemo, pretendendo di inventarne una con la costituzione preventiva di un istituto di ricerca.

Il senso è tutto qua, gente che ci sa fare, da una parte, e incapaci, dall’altra.

Possibile che nessuno se ne sia reso conto?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a TARTAN, ATLANTIDE E BUFALE SARDE (MA NIENTE MOZZARELLA)

  1. Aizapi ha detto:

    E’ consolante constatare che le vaghe” sensazioni di pancia” provate durante qualche giro nel web non erano infondate…Ma sufficienti a decidere di risparmiare tempo prezioso.
    Neanche il provare a immaginare che il tutto fosse una sorta di esperimento è stato sufficiente a tacitare le suddette sensazioni.
    Pro mie, tempus pertu.
    In ogni caso, grazie per aver voluto delineare qualcuno degli aspetti per cui tutta la storia no attacca ni a muru ni a janna.
    E non porta neanche soldi.

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