LANER, POLIDORO, MISTERI MILLENARI ED ARCHEOCOMICI

di Gabriele Ainis

 

 

Massimo Polidoro non mi sta particolarmente simpatico (come del resto tutta la banda del CICAP da lui capitanata, Angela in testa, né mi piace l’ineffabile professor Odifreddi e la sua crociata antiecclesiastica).

Più che altro trovo inutile ciò che fanno: a chi si rivolgono? Si tratta di operazioni senza pubblico: se parlano a chi già è convinto che la sindone sia una bufala, allora è tempo perso, se si rivolgono a chi crede alla resurrezione di un morto ammazzato perché c’è scritto in un libro è una stupidaggine.

Ad esempio ce n’è uno che spiega come produrre le stimmate false (come se davvero potessero essercene di vere!): ma chi se ne frega? C’è Silvan che fa sparire la gente (Sim Sala Bim!) e lui mi dice che ci può essere un trucco per le stimmate? Sai la scoperta: che senso avrebbe tutto ciò? Crede davvero che per questo i poveracci in cerca di consolazione esistenziale smetteranno di andare a San Giovanni Rotondo o a San Giovanni Quadrato?

Mi è venuto in testa di scrivere questo post sollecitato da un intervento del professor Laner, apparso inaspettatamente sul blog e subito scomparso (però ci ha anche detto che gli sarebbe spiaciuto se ci avessero tappato la bocca; non so se sia ancora della stessa opinione ma lo ringrazio!).

Laner, alludendo chiaramente alle barzellette astrocomiche di Zedda, ne chiedeva una verifica “scientifica”. Da parte mia, spazientito perché un docente universitario dovrebbe ben sapere cosa sia una verifica “scientifica”, gli ho risposto che farebbe bene a studiarsi cosa ciò significhi ma, prima ancora, di cercare di capire che l’archeologia, così come l’architettura, o qualunque altra branca del sapere, non è un campo di battaglia per chiunque si illuda di essere diventato archeologo dopo aver letto tre libri.

Per diventare architetto ci vogliono anni di studi (seri), per diventare archeologi basta scrivere un libro sui nuraghi! Dove starebbe la ratio di tutto ciò? Nella difesa corporativa di privilegi? Cioè se Zedda progetta un tetto in cemento armato da autodidatta Laner (a ragione) si incazza e pretende di rivedere i calcoli, ma se parla di archeologia non accetta che gli archeologi si scompiscino dal ridere?

Gli ho anche chiesto di rileggersi i due brevissimi interventi di Goria, giusto perché si capisca che non è vero che le stupidaggini di Zedda non siano state approcciate da un punto di vista “scientifico”, quanto perché sono delle idiozie talmente eclatanti che non vale la pena dar loro seguito dopo averle appena prese in considerazione. A Zedda è stato risposto, ed in maniera puntuale, cioè facendogli presente che la scienza, ad esempio, non ammette i “sentito dire” (“che il menhir sta al posto giusto me lo ha detto un archeologo”- sic!). Laner insegna ai suoi allievi che la bibliografia si fa sui sentito dire di Caio o di Sempronio oppure sulle riviste serie?

Ecco perché ho rispolverato il saggio di Polidoro, del 2002, quindi non recentissimo, però ancora valido per esemplificare ciò che voglio dire.

Polidoro considera una lista di pretesi “misteri”: dal triangolo delle Bermude alla maledizione di Tutankamon, da Nostradamus al miracolo di san Gennaro. Li affronta da un punto di vista scientifico. Ne spiega i punti deboli e chiunque abbia appena un poco di buonsenso, un minimo di cultura scientifica e non sia affetto da crisi di astinenza da metafisica, non può che prendere atto che si tratta di altrettante bufale.

Forse che per questo non va in onda Voyager?

No, e fa anche il record di ascolti esattamente sugli stessi temi trattati da Polidoro. La gente ha bisogno di metafisica, ma soprattutto ha necessità di pensare che la scienza è quella cosa lì, Voyager, e non ciò che è davvero. Fa comodo immaginare che studiare, tutto sommato non è necessario, perché basta un colpo di genio e diventiamo tutti scienziati. Ci sarebbe anche il fatto che al potere fa piacere avere a che fare con ignoranti, ma è un altro film.

Ora torno a Laner. Ciò che fa Zedda è evidentemente ridicolo: prende il GPS, va in un sito archeologico e si mette a calcolare gli “allineamenti”. Sappiamo tutti che ovunque si vada e qualunque edificio si consideri, è sempre orientato in qualche modo, magari verso Alpha-Sirbone, e anche lo studio di Laner o la toilette del Doge!

Dunque?

Dunque a Zedda non da retta nessuno, se si eccettua chi, come Laner, non è un esperto della materia e dunque non si preoccupa se, ad esempio, si allineano con una stella due affari che distano nel tempo un migliaio d’anni, oppure se si sceglie un criterio di allineamento che va talmente bene che risultano allineati con il solstizio anche una scoreggia e un rutto, o se, come i comici coautori del lavoro su monte d’Accoddi, non sanno neppure cosa sia davvero un allineamento (ma non lo sa neppure Zedda)!

Ma soprattutto, e questo è veramente grave, ci si indigna perché non si viene considerati!

Eccoli là: Laner, Pittau, Losi… (e mi fermo, ma non perché non ce ne siano altri).

Intendiamoci: se ciascuno di loro pubblica un contributo riguardante la propria disciplina, accetta pacificamente il giudizio dei colleghi e lo spedisce ad una rivista specializzata con tanto di referee.

Ma se si tratta di archeologia (e dintorni, non sottilizziamo perché parliamo di geni enciclopedici, mica del primo pirla che passa), allora no: ci sono le perfide soprintendenze che remano contro, nascondono i reperti e si va in un blog, possibilmente amico, a tuonare.

Bisogna anche dire che qualcuno di loro ha provato a cercare supporto accademico, ma la risposta, molto semplice, è stata del tipo: “Provate su una rivista di barzellette”.

A questo punto ci si dovrebbe domandare il perché: per quale perverso motivo un Pittau dice che i nuraghi sono stati costruiti anche in epoca romana perché ci hanno trovato le monete romane (vedere il suo sito)? Perché un Laner sta a disquisire di allinementi? Perché una dignitosa ricercatrice si intestardisce a “leggere” un bronzo altomedievale (e poi si lamenta degli ovvi sfottò)?

Ecco, qui mi fermo perché dovrei riflettere su fatti personali. Del resto Desi, quando si è permessa di affrontare il problema tutto professionale della valenza accademica di un ricercatore, è stata quasi lapidata (poi i difensori di Ugas l’hanno massacrato presentandolo in modo perfido, però fa nulla: a volte i buoni propositi portano in purgatorio).

Il dato di fatto è che ci sono accademici che si dedicano al diletto, diventano dilettanti e pretendono di cambiare le regole ma, allo stesso tempo, di mantenere la propria autorevolezza in settori in cui non l’hanno.

In breve: la facciata A di un biofisico pubblica su riviste di biofisica, la facciata B no, pubblica su un blog e pretende di essere considerata come la facciata A: poi si lamenta se le ridono dietro (e si prendono in giro le facciate B)!

Quindi il libro di Polidoro parrebbe inutile, ed in fondo anche questo post!

No, non credo, questi non sono post per gli amanti della fantarcheologia né per gli illuministi, razionalisti e tutti gli -isti che si vuole.

Ci leggono anche altri, ad esempio moltissimi colleghi di coloro che si rendono ridicoli in rete. Si stanno chiedendo, stupiti, perché mai un docente universitario abbia deciso di sputtanarsi in questa maniera.

Vedete, al contrario di Polidoro, che non si sa a chi parli, io credo di saperlo benissimo.

Così rispondo ancora una volta a coloro che mi chiedono il perché del nostro linguaggio: perché ai comici si risponde con le barzellette, sperando che le proprie facciano ridere di più!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

 

Massimo Polidoro – Grandi misteri della storia – PIEMME (2002)

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4 risposte a LANER, POLIDORO, MISTERI MILLENARI ED ARCHEOCOMICI

  1. Lux ha detto:

    Consiglio la lettura di “Accabbadora” di Franco Laner.

    • boicheddu ha detto:

      Non cestino il commento per l’unico motivo che il prof Laner mi ha corrotto. Mi ha promesso una vacanza pagata sulle Dolomiti se avessi pubblicato il commento di un cretino.

  2. Franco Laner ha detto:

    Ad un tuttologo non si potrà mai dire che piscia fuori dal vaso. Nemmeno agli anonimi, nel senso che non solo non si sa chi siano, ma ancor meno di che cazzo si occupino.
    Ad uno invece, metti caso, che sia laureato in architettura e che poi si è spappolato le palle in una disciplina, ancora dico a caso, come la Tecnologia dell’architettura, dovrebbe essere inibito di discutere di archeoastronomia o di nuraghi? Meglio, di nuraghi sì, a patto che si fermi alla costruzione!
    E perché dovrei farmi mettere dei paletti da uno che manco so chi sia e per di più stronzo, capace di sostenere l’equazione che ad un archeologo sia permesso di parlare di archeoastronomia e ad un dilettante –cultore della materia per dirla con la spocchia accademica- manco per sogno!
    Goria –altro cecchino (non cambia la vigliaccheria anche se ha mira)- fa però l’unico discorso utile.
    Becca Zedda, che fonda una dimostrazione di allineamento Venere, centro di un fantomatico ziggurat (forse i sardi hanno costruito gli ziggurat prima dei mesopotamici) e due pietre fitte, sulla cui collocazione non c’è assoluta certezza, anche perché lo sport nazionale degli archeologi è ricostruire a sentimento, specie per turisti-clienti di bocca buona (quelli delle spiagge, per intenderci, che pretendono di usarle gratis e di smerlarle).
    La demenziale ricostruzione di Monte d’Accodi (accoddi= da coddere , dal ladino guzzare, affilare, chiavare, ovvio comunque che si parla di ierodulia, mica di sveltine) che ha encomiabilmente occupato Tiné (vuoi mettere la roba che viene dal continente) affiancato mi pare (sono in vacanza e non ho libri da consultare) dal grande teorico del nuraghe/fortezza, quello dei trabocchetti celati nei nuraghi, quello delle ronde, delle scale retraibili, dei muri ciclopici (pardon megalitici) a prova di ariete, delle palle litiche, proiettili, peccato che abbia dimenticato l’olio bollente di lentischio doc dei CONTU di Torralba), di cui non ricordo il nome, non era da prendere come elemento certo, proprio perché ogni ricostruzione è una manomissione.
    Forse Mauro poteva considerare una relazione con la “camera rossa”, ma anche in questo caso, cosa prendere? Il baricentro, un angolo? Quindi Goria (come si fa a scegliersi uno pseudonimo, che mi fa scattare un gesto scaramantico) ha mosso una puntuale critica e Zedda ha l’obbligo di rispondere oppure rigettare la sua ipotesi.
    Ma estendere il ragionamento fino a sostenere che ognuno deve stare nella propria vigna non mi va e sia anche a me concesso di vomitare quando leggo come una Archeologa descrive la tholos di un nuraghe ( M.A. Fadda “Civiltà nuragica” in “Sardegna” di T. Mosconi, ed. Phantasia, dic. 2000, pag. 35): Viene chiamato nuraghe a tholos una torre di forma troncoconica che ha all’interno un ambiente coperto da una falsa cupola. La falsa volta deriva dal sistema costruttivo del pseudoarco che si ottiene sistemando i blocchi aggettanti di un poco l’uno sull’altro, fino a coprire tutto il vano; l’ultimo concio, chiamato pseudo chiave è un semplice elemento di chiusura la cui rimozione non pregiudica la stabilità dell’intera struttura, al contrario di quanto avviene negli archi propriamente detti nei quali il concio di chiave è un elemento fondamentale per il loro equilibrio statico. La falsa cupola o tholos dei nuraghi risulta composta da una serie di pseudo archi accostati tra loro che formano una pseudovolta o più semplicemente si ottiene facendo ruotare lo pseudo arco intorno al proprio asse…
    Come può un archeologo,senza il senso del grave, parlare della concezione strutturale di un’opera ciclopica? Ivo Andrich, quando descrive la costruzione del ponte sulla Drina, è ingegnere e architetto. Perché c’è letterato e letterato (mi pare di ricordare però che Massimo Pittau avesse proposto il Nobel anche ad Ainis). Così ci sono stronzi e stronzi, anche stronzi particolari e per questo cercherò –pur non conoscendovi- di far mangiare anche a voi un po’ di merda che con disinvoltura spargete a piene mani. Ovvero, per rassicurarvi, continuerò a frequentare il Bllog, uno e trino.

  3. Per quanto mi riguarda, Polidoro, Angela e Odifreddi sono scrittori come tanti altri, certamente bravi con la penna (a differenza di alcuni personaggi che scrivono ma hanno necessità di un correttore di bozze che capovolga tutto lo scritto per dare un senso a ciò che narrano). Non mi interessa se sono simpatici, odiosi, gay, ricchi, malati, nazionalisti o sacerdoti, leggo ciò che scrivono perché ognuno di loro esprime sentimenti, o porta a conoscenza di chi lo legge alcune questioni che ritiene importanti. Come non mi sognerei mai di giudicare un artista, altrettanto faccio con chi scrive testi.

    Ainis chiede:
    A chi si rivolgono? Si tratta di operazioni senza pubblico: se parlano a chi già è convinto che la sindone sia una bufala, allora è tempo perso, se si rivolgono a chi crede alla resurrezione di un morto ammazzato perché c’è scritto in un libro è una stupidaggine.
    Non è tutto bianco o tutto nero. L’umanità è composta anche da infinite tonalità di grigio, ed è anche a queste che chi scrive libri di quel genere si rivolge.
    L’intelligenza e la conoscenza di chi legge filtreranno le righe, e tutti saranno felici e contenti. E’ proprio come nelle favole: ci sono i buoni, i cattivi, i creduloni e tutto il resto del personale che il genere letterario ha creato.
    Posso permettermi di consigliarle la lettura di Don Quijote? Sono certo che le è capitato fra le mani e avrà gustato, come me e qualche altro milione di lettori, le vicende di quei personaggi che sono frutto di fantasia ma possiamo vivere “in diretta” ogni giorno dell’anno.

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