sardegna e Libertà

di Gabriele Ainis

 

 

Quasi un ossimoro!

Eppure, in parecchi, si fanno forza di queste due parole così inflazionate, ne abusano. Ce ne fosse uno ad avere il coraggio di professarla questa benedetta libertà o di difendere per davvero l’identità sarda, o almeno di interrogarsi su cosa possa essere.

E invece no: nella migliore delle ipotesi abbiamo comici inconsapevoli (i migliori) nella peggiore guitti della peggior specie, neppure capaci di una buona battuta e un minimo di ironia.

Di questo binomio (sardegna e Libertà) c’è chi se n’è fatto una bandiera, tanto per non far nomi Maninchedda, che così intitola il proprio blog. Cosa ci possa essere di libero in un luogo in cui si ha fifa di rispondere alle voci discordanti lo sa solo lui anche perché, a chiederglielo, non risponde (provare per credere). Si chiama censura preventiva, i commenti neppure li pubblica per poi cancellarli (magari non senza ragione, essendo un personaggi o pubblico gliene direbbero di tutti i colori, ma almeno far vedere che non tutti la pensano come lui) metodo assai caro ai regimi più beceri e che al nostro pare piaccia parecchio. Ama rispondere con argomenti ponderati (crede lui) a coloro che lo incensano e ci sarebbe da credere che non si renda conto di essere iscritto da molti nella peggiore delle categorie appena enunciate: un “politico” provinciale felice di esserlo e mostrare a tutti di cosa è capace (di cosa: di gioire per il riconoscimento da parte dei Baschi?)

Penso che non se ne curi, forte del consenso popolare di cui gode (quale? Si sarà mai interrogato sulla consistenza da consiglio scolastico della propria rappresentanza?) ci mancherebbe anche che un personaggio di rilievo come lui dia seguito a coloro che lo considerano un curioso relitto di un’idea che avrebbe potuto (forse) aver senso nell’immediato dopoguerra, ma oggi è testimone non solo di disaffezione conclamata ma anche dei segnali del peggior tipo di spartizione da sottogoverno che si possa immaginare, con pochi esempi nel panorama italiano (soprattutto nel sud: tra i sardi ci sono gli unici fessi del meridione che pensano di poter trarre un vantaggio da una separazione dall’Italia e su di loro si specula per procacciarsi un piatto di lenticchie).

Tuttavia anche Maninchedda un ruolo ce l’ha: potrebbe dimostrare a coloro che si disinteressano di una riflessione sulla nostra società (e sono in grado di farlo) quanto l’isola sia socialmente arretrata e politicamente irrilevante.

C’è da chiedersi: possibile che l’unica risposta possibile allo sfacelo isolano (inquadrato in quello nazionale non da ridere) sia semplicemente non andare a votare meno del PDL? (Ma la domanda sarebbe stata identica levando la “L” nel caso la situazione elettorale si fosse invertita).

Insomma, lasciando ai Sommi Vati (ce ne sono tanti, ahimè) i discorsi di alta politica, perché non domandarsi come mai l’idea identitaria sia di fatto abbandonata nelle mani di quattro fantasiosi politici e un pugno di scemi (quanto comici) pseudoaccademici da strapazzo, ciascuno chiuso in un mondo fantastico e inesistente volutamente chiuso a qualunque possibilità di contradditorio? Possibile che non interessi proprio nessuno dei cittadini che la Sardegna abitano o hanno lasciato per scelta o necessità?

Un esempio apparentemente improponibile (ma meno di quanto si possa pensare): qual è la percezione che abbiamo degli statunitensi? Possibile che esista una coscienza identitaria in un popolo così variegato, giovane, appena arrivato in una nuova terra (14.000 anni fa non c’era traccia di esseri umani e un centinaio di anni addietro i nativi sono stati barbaramente condotti all’estinzione, fisica e culturale) e continuamente oggetto di nuovi apporti esterni?

Per rispondere è sufficiente prendere un volo low-cost e passare una settimana nella provincia e due giorni in una delle molte grandi città: un giorno nel centro, uno nella periferia. Non si diventerà esperti americanisti (posto che ne esistano davvero) ma si percepirà con assoluta certezza la presenza di un qualcosa che fa dire ad un immigrato di terza generazione, senza alcuna esitazione e nella più totale convinzione, di essere americano, texano e cinese assieme. In fondo altro non si chiede, a chi arriva da loro, se non di condividere una costituzione e di crederci, il che permette ad un immigrato di diventare governatore della California senza creare alcuno scandalo e di eleggere un presidente di colore dopo pochi anni dalla fine della segregazione razziale. Se chiedete cosa significhi essere americani, vi diranno “Credere nella Costituzione Americana” e non ci saranno dubbi che le iniziali siano tutte maiuscole. Da cui discende quella che crediamo una coreografia (da noi sarebbe così ed infatti spesso ne ridiamo): tutte le volte che i cittadini si ritrovano per un evento, prima di ogni altra cosa, cantano assieme l’inno nazionale, si tratti della finale del Superbowl o di una partita di terza divisione, di una fiera paesana o di un rodeo. Se si riuniscono, di qualunque colore, religione, provenienza, lingua, abitudini (con le dovute ed ovvie eccezioni perché siamo tutti, pare, esseri umani) prima di ogni altra cosa si guardano in faccia e si riconoscono come cittadini americani, andandone giustamente orgogliosi.

L’illusione che gli statunitensi cerchino un passato fatto di cowboy e carovane è un falso da avanspettacolo, come pretendere che si tratti di una cultura di hamburger, patatine e pollo fritto. Ciascun americano tale si sente perché ha un’idea politica assai precisa del paese nel quale intende vivere. Possiamo dire lo stesso di noi?

Certo, la percezione di molti è che gli americani siano McDonald’s&CocaCola, ma loro la pensano diversamente e, se glielo chiediamo, non è difficile capirlo.

Certo, la percezione di molti è che i sardi siano bottarga&pecorino, mamuthones&ballutundu, ma loro la pensano diversamente? Qualcuno ha provato a chiederglielo per ascoltare le risposte?

Ecco perché nel titolo non ci sono refusi: è scritto esattamente com’era nelle mie intenzioni. C’è chi ha Obama, chi Maninchedda e quelli come lui (spero che la CIA non muoia dal ridere per il confronto condannandomi a morte per attentato alla verginità delle loro mutande). Ciascuno si merita i politici che ha: i sardisti non possano che avere un Maninchedda ed andarne orgogliosi, non stupisce, ma gli altri? Coloro che scelgono di non votare (assieme a tanti altri italiani)?

Se interrogarsi sul senso da dare al sentirsi sardi possa essere inutile (o stupido o dannoso) bisognerebbe deciderlo dopo averne parlato un poco e si potrebbe anche concludere che i sardi non esistono più se non come certificazione anagrafica. Di certo sta avvenendo che i sardi (anche intesi nel senso limitativo di coloro in grado di esibire un certificato di residenza) stanno delegando le gestione regionale ad un sistema rappresentativo monco, che favorisce coloro che pensano come i sardi siano solo bottarga&pecorino nonché coloro cui fa comodo che ciò avvenga. Se numericamente i primi sono uno sputo, sono del resto autorizzati (ad esempio iRS) a rivendicare il risultato di essere entrati (di diritto) in alcuni consigli provinciali.

Non sono pericolosi? Non direttamente, certo, in genere sono folkloristici e fondamentalmente buffi, tuttavia il non andare al voto genera comunque rappresentanti che siedono sulle agognate poltrone, poltroncine, sedie, cadiredde, tappeti, moquette e pavimenti. Ci piaccia o meno è così. E, se è così, è altrettanto vero che il senso da dare all’essere sardi viene affidato a quattro curiosi intermediari del folklore privi del senso più genuino di cosa ciò possa significare, con il risultato che la nostra identità viene a perdersi sul serio.

Per concludere e tornare agli americani, il possedere una coscienza identitaria è utile, ed è questo il motivo per il quale le società umane l’hanno evoluta: gli americani non sono McDonald’s&CocaCola perché ciascuno di essi la pensa diversamente e lo propugna, ma se noi stiamo zitti e non andiamo a votare, finiamo per diventare bottarga&pecorino. Che sarà anche falso ma, finché non lo si dice, nessuno lo sa, col risultato che finiamo per essere considerati in questo modo da coloro che alla fine decidono per noi (e non sono sardi, né veri, né falsi), com’è avvenuto per la stupidaggine della LSC, che dovrebbe far riflettere a lungo.

Ci sarebbe da dire che non si sa per chi votare, ed è a questo punto che bisogna muoversi per davvero, perché adesso ce ne rendiamo ancora conto ma, come insegna la storiella della rana bollita, potremmo anche ritrovarci nella condizione di non essere più in grado di farlo in un futuro non troppo lontano.

C’è da fare insomma, sempreché non si desideri apparire come relitti folkloristici, esattamente come accade per i nativi americani che danzano e vanno in trance a comando dietro pagamento di regolare biglietto, curati dagli statunitensi come animali in uno zoo (e l’esempio dei nativi non è casuale). Coloro che affermano di difendere l’identità dei nativi, li hanno di fatto costretti a questo ruolo sulla base di ragionamenti ideologici che non si faticherà a ritrovare anche dalle nostre parti (primo fra tutti, la spasmodica invenzione di un passato mitico quanto inesistente). Per gli yankees è stato quanto di meglio potessero aspettarsi: ai nativi hanno dato ragione per poi rinchiuderli in una gabbia (salvo coloro che se ne vanno e si integrano: a qualcuno ricorda qualcosa?).

Così rispondo alla domanda fondamentale: perché la nostra identità è (apparentemente) in mano a un branco di ignoranti? Perché i nativi è bene che stiano chiusi nelle riserve, in tal modo le loro (non irrilevanti) risorse vengono saccheggiate più facilmente. Che pensino a ballare per i turisti ed andare in trance: la loro storia la fanno gli altri, con il consenso (in?)consapevole di chi afferma di volerli difendere. Chiaro?

Alle prossime elezioni consiglio un viaggio propedeutico in una delle riserve americane (tra breve le chiameranno parchi nazionali, come quelli africani): se per caso osservando la danza della pioggia vi verranno in mente i mamuthones, forse non avrete speso invano i soldi del biglietto.

 

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a sardegna e Libertà

  1. Franco Laner ha detto:

    Due sardi. ma sardi.
    Un bambino di 10-11 anni, da solo a cavallo che ho incrociato fra Mores e Ittireddu. Mi è bastato come mi ha guardato dal cavallo e come è ripartito dopo avermi dato la risposta ad una informazione.
    Ho capito cosa sia il “comportamento” (=ischit de se). Nessuna mediazione. Gesto naturale che è storia, poesia, dignità, orgoglio.
    Un altro. Salvatore Satta. Insigne giurista, cattedra e professione a Roma. Ma così sardo da stravolgere tutti i luoghi comuni sui sardi.
    Allora due estremi. La genuinità dell’ingenuità e della schiettezza, oppure la cultura.
    Il guaio che in Sardegna, come altrove -non pensate di salvarvi perché isolani, o isolati- l’aurea stupiditas è così diffusa che penso, alla fine, vincerà.

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