LEGLER: AVANTI IL PROSSIMO

di Gabriele Ainis

 

C’è qualcuno che ricorda un solo ed unico momento in cui la Legler non sia stata in crisi?

C’è qualcuno che ha idea della marea di soldi pubblici che ci sono finiti dentro?

Belle domande: alla prima si risponde facilmente, alla seconda si potrebbe, ma chi sa tace. Sarebbe sufficiente compulsare i bilanci e tirare due somme, però non è necessario, diciamo semplicemente così: un pozzo!

Brutta espressione, poco elegante, eppure rappresenta bene ciò che è stata l’industria sarda: una lunga serie di carrozzoni che hanno fatto comodo a tutti.

Si grida nuovamente allo scandalo, si invocano interventi ministeriali, ci si agita. Apparentemente non parrebbe esserci nulla di diverso dalle solite agitazioni veementi che hanno spesso bloccato la 131 in passato (capitato anche a me: ho ritardato un appuntamento di lavoro in arrivo da porto Torres e ho cristonato come un livornese).

Solito copione: crisi, proteste, contributi; crisi, proteste, contributi; crisi…

Sceneggiatura collaudata e di sicuro successo. Ha funzionato per decenni, anche perché fa comodo a tutti. Ed infatti: c’è mai stato qualcuno che si sia interrogato sui motivi per i quali si dovrebbe finanziare continuamente un’azienda che non fa altro che andare in crisi? Se ci va, piuttosto che continuare a buttarci dentro i quattrini, bisognerebbe piuttosto domandarsi quali siano i motivi e poi, nel caso, spendere i soldi per rimediare. A sentire coloro che hanno chiesto i soldi e quelli che li hanno concessi, è stato proprio così. Peccato che, a quanto pare, non abbia funzionato! Ma che strano…

Una banalità!

Certo che è una banalità, qui si cazzeGGia, no?

Ma allora, se si tratta di banalità, perché la Legler, e non solo lei, è ancora là sui giornali?

Se il calendario indicasse il 2000 e non il 2010, la notizia passerebbe in un trafiletto delle cronache locali: la Legler bussa a contributi, due ore di casino con i Merdules e Boes sulla 131 e i soldi cadono nelle tasche senza colpo ferire. Oggi le cose sono cambiate: la Legler chiude ed è in cerca di un compratore, con una valutazione pari a poco più di trentacinque milioni di euro, mentre l’unica offerta seria è di cinque o sei (a meno che “qualcuno” – chissà chi sarà –  non metta mano al portafogli per “sostenere” l’azienda). Cioè la Legler è in vendita per un panino con sartizzu e l’offerta di acquisto è di un boccone di pane (senza sartizzu) da rimpinguare con un pochino di “contributi”.

Primo: perché chiude? Le aziende chiudono quando non conviene più tenerle aperte. Nel perverso girotondo crisi-protesta-contributi-crisi-protesta-contributi… ad libitum, si è inceppato qualcosa: la crisi c’è ancora (ma guarda un po’!), le proteste pure (e ci mancava), non ci sono più i contributi! O comunque non così facilmente come prima.

Ops!

Secondo: come mai l’offerta è così bassa? Intanto si potrebbe chiedere come mai sia così basso il prezzo di vendita. Magari noi che non abbiamo studiato a Yale non lo capiamo benissimo, però possiamo intuire che un’azienda non si vende a peso. Ad esempio, realizziamo tutti che un negozio di 50 mq in centro a Milano vale molto di più di un negozio di pari metratura alla periferia di Lula (in centro ho qualche dubbio, ma io non faccio parte del team di economisti dell’iRS e a certe cose non ci arrivo). Con tutto il rispetto per una metropoli come Lula, i clienti potenziali di un negozio sotto piazza Duomo sono un’altra cosa, anche se manca l’ebbrezza di una bella esplosione ogni tanto.

Il fatto è che la Legler, in base ai prezzi che può praticare (cioè la sua potenzialità di mercato, come il negozio di prima), non ha alcuna chance di restare in piedi, e non da oggi, ma – guarda un po’- fin dal momento il cui è approdata in Sardegna. La Legler vale cinque milioni e non i trentacinque che vengono chiesti perché è un negozio alla periferia di Lula e non in centro a Milano!

Ora: cosa farebbe un negozio alla periferia di Lula (se non lo fanno saltare in aria prima)?

Soluzione?

Mah, dipende. La soluzione di mercato è immediata: la Legler chiude, perché con i costi della manodopera e dei trasporti (senza contare la completa mancanza di infrastrutture) non c’è spazio per operare.

Oppure c’è la soluzione del volemose bene (quella che è piaciuta a tutti fino ad oggi) e lo stato cerca ancora un mezzo per cacciar fuori un po’ di soldi, così l’azienda va avanti fino alla prossima (e vicina) crisi (con ALCOA pare ci sia riuscito).

Però, intendiamoci, che senso ha vendere l’azienda ad un acquirente che offre cinque milioni? Siamo poi sicuri che manterrà i livelli occupazionali?

Ma perché dovrebbe mantenerli? L’azienda sta chiudendo perché sul mercato non ci sta, esattamente come ALCOA, il cui alluminio paghiamo tutti noi con le nostre tasse. Dobbiamo pagare anche per Legler?

Sì: così chiedono tutti, difficile trovare una voce dissonante.

Ora: che i lavoratori chiedano una soluzione è sacrosanto, ma non lo è che si continui ad andare avanti in questo modo. Anche se siamo tutti d’accordo, potrebbe anche capitare che presto o tardi il giochino si interrompa, ad esempio perché i quattrini cominciano a scarseggiare (da una parte) e la nostra isola non è più strategicamente così importante (dall’altra). Finiti anche i bei tempi delle proteste per l’occupazione proterva delle basi militari: gli americani e i sommergibili non ci sono più ma (non) è arrivato il G8. Contenti?

Morale?

Morale: speriamo che, come tutti invocano, i soldi escano dalla solita tasca, si trovi un altro pseudo imprenditore che vada avanti per un po’ e parte dei lavoratori di Legler finiscano sulla groppa dell’amministrazione pubblica. Così Brunetta (che a me sta poco cordialmente antipatico) potrà dire, a ragione, che sarebbe ora di piantarla di riversare tutte le noie del privato dentro il calderone della spesa pubblica, per poi lamentarsi che si spende troppo (qualcuno ricorda la Olivetti?). Bossi potrà impugnare il Pene Padano per dimostrare a tutti quanto sia duro, dichiarando(in punta di Pene) che i Padani non ne possono più di sostenere il sud (vai a dargli torto, anche perché adesso si comincia ad aver bisogno di sostenere il nord) e noi potremo continuare a far finta che non sia vero che viviamo di contributi pubblici e a protestare perché necessitiamo di maggiore autonomia.

Nel frattempo non mi spiacerebbe se uno straccio di giornalista, non dico tanto, solo uno, facesse il piacere di pubblicare un articolo in cui si chieda al mondo politico isolano di piantarla di danzare sulla tolda del Titanic e di dedicarsi ad una cosa che si chiama programmazione industriale, possibilmente senza telefonare a Carboni per avere un parere in merito (ma me la prendo con il Gatto del Chesire perché c’è lui, se ci fosse stato il Terzo Cugino di Bill Gates Per Via di Autista sarebbe stato lo stesso).

Ma noi, in Sardegna, ne abbiamo o no, di giornalisti?

No: al massimo qualche ex-, ma sono impegnati a cucinare l’Autonomia, raffinato succedano privo di glutine del pane. Hai visto mai che la soluzione ce l’hanno loro? Bisognerebbe chiedere ai lavoratori della Legler se si adattano a mangiare autonomia al posto del pane.

Io penso di no, ma non si sa mai: noi sardi siamo imprevedibili.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a LEGLER: AVANTI IL PROSSIMO

  1. Egidio Curcu ha detto:

    Certo, completamente d’accordo ***************

    IL POST PROVIENE DA UN IP PROTETTO DA PROXY CUI CORRISPONDE UN’INTENSA ATTIVITA’ DI SPAM.
    IL MITTENTE E’ PREGATO DI POSTARE NUOVAMENTE SE DESIDERA ACCEDERE AL BLOG

    **************** le basi militari creano benessere?

  2. Aizapi ha detto:

    Precisione chirurgica. E un paio di “svegliagente”. Verranno colti questi ultimi?
    Saluti,
    Aizapi

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