L’EVOLUZIONE DI DIO E IL SENSO DEI NURAGHI

di Desi Satta

 

Ho cominciato a leggere questo corposo saggio (*) con una certa diffidenza. Prima di tutto per l’editore: Newton Compton non è famoso per la cura nella scelta degli autori né per il controllo della validità scientifica degli scritti. Secondariamente per la lunghezza: 450 pagine più bibliografia mi parevano una vera e propria enormità. Insomma mi dava l’idea di un polpettone all’americana.

Se l’ho iniziato è stato per la presenza di un capitolo dedicato alla religione dei chiefdoms, argomento che mi intriga poiché sono dell’opinione che si tratti proprio dell’organizzazione sociale attribuibile alla cultura che produsse, tra l’altro, le torri nuragiche. Dunque un argomento decisamente adatto ad un blog come ArcheoloGGia NuragGGica ed ai miei interessi. Ho sempre riflettuto (informandomi) sulla cultura che si prese la briga di innalzare tutte quelle torri, così ho iniziato a leggere il saggio con l’intenzione di concludere con le prime 94 pagine: dallo sviluppo dell’idea del trascendente, alla religione nelle prime città stato.

Invece alla fine l’ho letto per intero, con un certo piacere e d’un fiato. Forse dipenderà dal fatto che luglio, il caldo, la fiacca, invitano a poltrire all’ombra, soprattutto se c’è un’anima gentile che si presta alla tortura della griglia e ti scodella di fronte un piatto di muggini in salamoia.

Non si tratta di un saggio dotto, né per le argomentazioni né, soprattutto, per il linguaggio. La traduzione è così piatta che potrei averla fatta io e talvolta le ipotesi sono tirate per i capelli, però la tesi di fondo è molto interessante e riguarda l’evoluzione di dio, il suo adattamento alle realtà sociali in continuo mutamento.

Non si tratta certamente di un’idea nuova, né in generale né in particolare. Tuttavia è svolta con un ritmo che invita a voltare pagina per interrogarsi su che cosa avrà da dire l’autore in quella successiva, quindi è scritto molto bene per gli scopi per i quali è stato pubblicato: vendere un sacco di copie!

Però, per una come me che non possiede gli strumenti per accedere ai discorsi più specialistici in merito alla storia evolutiva delle religioni, questo libro si è rivelato una piccola miniera di spunti. Per il nostro blog, che qualcosa di NuraGGico ogni tanto dovrà pur pubblicarlo, una in particolare, e precisamente la profonda connessione tra sacro e profano nella concezione del mondo delle popolazioni antiche: per quello che mi interessa, nei chiefdoms dell’era delle torri.

Sebbene gli archeologi e gli storici ne tengano ovviamente conto (o almeno coloro che svolgono decentemente il proprio mestiere) arriva raramente a noi poveri appassionati il concetto che la concezione del mondo nelle popolazioni antiche era profondamente differente dalla nostra, soprattutto dall’attuale netta divisione, comunemente accettata nel mondo occidentale, tra stato e religione (non ancora metabolizzata in parte da quella islamica).

Negli antichi chiefdoms nuragici, in accordo con quanto ritenuto in merito della religione di queste organizzazioni sociali, l’autorità del capo discendeva direttamente da un’investitura della/le divinità e pertanto qualunque impresa comune, quale quella dell’edificazione di un edificio che doveva coinvolgere tutta la comunità, non poteva prescindere da una connotazione religiosa, come doveva avvenire per tutte le altre attività, dalla produzione dei mezzi di sostentamento alla decisone di muovere guerra ad un vicino.

Ciò non significa che le torri fossero templi, né che si debbano cercare cervellotiche orientazioni astronomiche con gli astri protettori della tribù. Il senso riguarda piuttosto ciò che gli antichi protosardi pensavano delle loro torri. In una società in cui non esiste una separazione tra potere temporale e religione, qualunque espressione sociale deve necessariamente essere connessa (anche) al religioso, suggerendo in tal modo che gli scopi e l’attività di realizzazione delle torri non possono essere inquadrati nelle categorie rigide cui si fa riferimento nel mondo d’oggi (pur con tutti i distinguo del caso).

Se dunque si afferma che una torre fosse un’abitazione fortificata, o che si trattasse dell’espressione simbolica dell’occupazione del territorio, o della casa di un dio (tempio), potrebbe darsi che piuttosto che escludersi vicendevolmente tali ipotesi possano al contrario compenetrarsi in un senso più ampio, contenendo al proprio interno tutte le valenze precedentemente esposte. Non sarebbe irragionevole, ad esempio, ipotizzare che un’abitazione fortificata potesse anche esprimere la potenza della divinità di riferimento della tribù, così come la fortuna in guerra o la ricchezza del capo (e dunque della tribù) era fatta dipendere dalla forza del dio e dalla sua benevolenza nei confronti dei componenti la società che lo adorava, o che l’edificazione di una torre in un territorio conteso ad una tribù vicina esprimesse anche la volontà del dio di “recarsi” di persona nell’area da rivendicare affermando così il proprio diritto ad occuparla. Senza dimenticare il fatto che, nelle religioni dei chiefdoms, la persona fisica del capo appare essa stessa manifestazione del divino ed ad essa si associa. Pertanto l’abitazione del capo è anche tempio, nel senso di abitazione della divinità.

Gli dei incorporei e privi di caratteristiche umane, evolutisi nei tempi più recenti (ed il saggio illustra “quanto” recenti) sono ben lontani da quelli pre- e protostorici, antropomorfi e dotati di tutti i vizi (tanti) e virtù (poche) degli esseri umani. Dei gelosi, avidi di ricchezza, di doni, anche in termini di vite umane da sacrificare in occasioni più o meno speciali: questa, tra l’altro, altra caratteristica distintiva dei chiefdoms.

Dunque ho trovato quanto mi aspettavo: alcuni spunti di riflessione in merito al senso da attribuire alle torri nuragiche in modo meno rigido di quanto si faccia comunemente, distinguendo secondo le moderne categorie interpretative tra significati che dovevano al contrario essere inscindibili al momento dell’edificazione.

Un altro argomento di riflessione riguarda la motivazione delle popolazioni che edificarono le torri. Anche per le piramidi egizie, va prendendo corpo l’interpretazione che non solo supera quella classica della schiavitù dei lavoratori, ma affida le motivazioni della prestazione d’opera ad un complesso sistema di vita in cui si intrecciano gestione del potere, senso religioso di appartenenza ad una comunità, ordine divino del creato (il ma’at), ridistribuzione del surplus produttivo ai fini del mantenimento dell’ordine pubblico.

Poiché pressioni evolutive simili generano soluzioni equivalenti, e nell’ipotesi che sia valida l’idea di attribuire allo sviluppo delle religioni una valenza evolutiva, considerando le analisi riguardo la forma sociale dei chiefdoms e la loro religione, si potrebbe ipotizzare un meccanismo simile anche per l’edificazione delle torri: prestazione volontaria di manodopera e risorse in difesa e rafforzamento di un bene comune circoscritto dall’esistenza di una divinità incaricata di mantenere buone condizioni di vita. In altri termini, il capo della tribù interpreta la volontà del dio (che parzialmente incarna) decidendo l’edificazione in funzione di un complesso insieme di convenienze e gestendo la realizzazione attraverso il bilanciamento di molti interessi concorrenti.

È probabile che i lavoratori che prestarono la propria opera si sentirono partecipi (come avviene ancora oggi nelle società tipo chiefdom sopravvissute) di uno sforzo collettivo reso necessario de un bene comune, pur lamentandosi come tutti i buoni esseri umani che non sono mai contenti e devono comunque esprimere la propria individualità anche con le solite lamentazioni (cosa in cui noi sardi non siamo secodni a nessuno!).

Un altro spunto potrebbe riguardare la lettura in termini di religiosità di tipo chiefdom delle Tombe di Giganti. È stata ventilata l’ipotesi che esse siano in numero insufficiente per giustificarne un uso diffuso da parte della popolazione nella sua interezza. Nel caso di specie, l’importanza del capo e la sua connessione diretta con la divinità ne potrebbero far ipotizzare l’uso a beneficio esclusivo dell’unità familiare dominante, tralasciando un identico interesse per i defunti di rango inferiore.

In definitiva, una riflessione sul dio evoluto dai chiefdom potrebbe portare argomenti di riflessione sul modo col quale guardiamo al mondo del Bronzo Medio in Sardegna ed in particolare alle motivazioni che permearono la realizzazione delle strutture megalitiche a secco ancora oggi presenti sull’isola.

Per chi avesse un po’ d’ombra a disposizione suggerisco di iniziare e finire il saggio: per una lettura estiva va benissimo, anche per sonnecchiare a mezzi occhi sognando di nuraghi.

 

 

desi.satta2@virgilio.it

 

(*) R. Wright – L’evoluzione di Dio – Newton Compton (2010)

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