DUE PAROLE DI ARCHEOASTRONOMIA

di Davide Goria

 

 

Boicheddu Segurani ha ricevuto alcune mail private. Esse chiedono di chiarire un punto nodale della ricerca archeoastronomica riassumibile nella seguente domanda: è sufficiente la verifica sperimentale di un allineamento per rendere certo che esso abbia valenza archeoastronomica?

 

È bene osservare che un edificio, o un insieme di elementi architettonici, sono allineati in senso archeoastronomico se sussiste la possibilità di dimostrare che vi fu una precisa volontà da parte del progettista/costruttore in tal senso (o di argomentare in merito con prove oggettive).

Appare evidente, pertanto, che rispondere alla domanda fondamentale della ricerca archeoastronomica (se un allineamento esista e sia voluto o meno) è spesso difficile, poiché la semplice analisi geometrica della posizione di un insieme di elementi architettonici e la determinazione di una o più corrispondenze con eventi astronomici particolari, non assicura che essi vennero realizzati con lo scopo di stabilire un allineamento. La risposta alla domanda iniziale è dunque no: la semplice verifica sperimentale di una corrispondenza geometrica (edificio/evento astronomico), non assicura che, in un passato più o meno remoto, uno o più progettisti pensarono e realizzarono una struttura con lo scopo di allinearla lungo una certa particolare direttrice legata ad eventi astronomici. Ma è anche necessario, considerazione non secondaria, puntualizzare cosa si intenda effettivamente con “verifica sperimentale”.

 

A scopo esplicativo, si può notare, ad esempio, come nell’emisfero boreale, e nella fascia temperata, gran parte degli edifici sia stata eretta con gli ingressi esposti a sud per motivi meramente utilitaristici (in Sardegna, ad esempio, per ripararsi dai venti settentrionali e godere di una buona esposizione invernale). Ciò allinea le pareti degli edifici rettangolari grossomodo secondo due direzioni: nord-sud ed est-ovest. Questo semplice fatto induce un’elevata probabilità di allineamenti solstiziali ed equinoziali delle pareti, soprattutto all’interno dell’ampio cono di osservazione disponibile dovuto, da una parte, all’errore indotto dal deterioramento delle strutture, dall’altro, alla scelta di una particolare posizione di osservazione da parte dell’osservatore.

In termini generali, è possibile affermare che rilevare un allineamento astronomico in un edificio è cosa assai comune, soprattutto all’interno dell’intervallo di variabilità generalmente ritenuto ragionevole dai ricercatori: qualunque fabbricato, sottoposto ad analisi geometrica nel senso dell’allineamento astronomico dei propri elementi, ha un’elevata probabilità di mostrarne qualcuno (solstizi, equinozi, fasi lunari, sorgere e tramontare di stelle o pianeti di elevata brillanza). Al contrario di quanto si pensa, infatti, gli allineamenti astronomici sono facilmente riscontrabili e costituiscono la regola degli edifici più che l’eccezione, nel senso che qualunque costruzione, considerata nell’elevato numero delle sue componenti, presenta un’alta probabilità di essere allineata con un qualche rilevante fenomeno astronomico (in un intervallo temporale compatibile con il periodo di esistenza).

Come fare allora a discriminare tra archeoallineamenti (nel senso prima descritto, ovvero allineamenti scientemente previsti e realizzati dai costruttori) ed allineamenti casuali?

 

In un precedente post, avevo fatto riferimento prima di tutto al problema della contestualizzazione, cioè alla determinazione precisa del contesto nel quale gli elementi ritenuti allineati vennero posti in opera. A scopo esplicativo ho anche fatto riferimento alla mancanza di una stratigrafia per i menhir utilizzati nei presunti allineamenti (privi di riscontro) di Accoddi. Al di là delle convinzioni di ciascun ricercatore, la mancanza di dati oggettivi suggerisce in genere di evitare conclusioni prive di basi sperimentali. Se dunque non esiste un contesto stratigrafico (o un dato equivalente) la semplice determinazione sperimentale (nel senso della geometria di un allineamento) di un particolare fenomeno, non rappresenta un dato archeologicamente rilevante, non più di quello rappresentato da un possibile allineamento astronomico del tutto casuale di un edificio moderno. Pertanto l’invito alla verifica sperimentale di un fenomeno, come prova rilevante ai fini archeoastronomici, è di per sé priva di senso, costituendo condizione necessaria, ma non sufficiente.

Per questo motivo, si parla di Archeo-astronomia, parola composita in cui il suffisso è fondamentale per l’attribuzione del senso: senza un’analisi archeologica preliminare degli elementi ritenuti rilevanti nell’allineamento, il procedere ad un’analisi astronomica è un gioco matematico privo di significato.

 

Tuttavia, anche la precisa contestualizzazione non è sufficiente, ed è allora che entra in gioco la verifica sperimentale, da effettuarsi tuttavia con grande attenzione e secondo procedure sensate.

La determinazione stratigrafica di un contesto è dunque condizione necessaria ma non risolutiva, infatti, così come un edificio moderno ha un’elevata probabilità di allineamento (esistono un gran numero di possibilità da moltiplicare per il gran numero di elementi architettonici) allo stesso modo accade per quelli antichi.

Un elemento ulteriore di indagine è allora costituito dalla catena operativa, intesa come la successione delle azioni di un operatore che si appresta ad effettuare l’osservazione astronomica. Essa stabilisce le modalità operative attraverso le quali un ipotetico “astronomo” (inteso nel senso lato di “osservatore” degli astri) avrebbe potuto sfruttare l’allineamento oggetto di studio. Bisogna specificare attraverso quali azioni precise l’astronomo “osserva” il fenomeno, riproducendo sperimentalmente l’osservazione stessa. In tutta evidenza, ciò è ben differente dal semplice calcolo di una geometria “sperimentata” su una carta topografica o rilevata sul campo, poiché si intreccia, in un certo senso, con le procedure tipiche dell’archeologia sperimentale.

Un esempio calzante è stato citato in un commento di Ainis al mio precedente post. Nel caso della struttura di Accoddi, uno dei punti di traguardo è occultato dalla presenza della rampa e dunque l’osservatore non avrebbe potuto utilizzarlo per allineare l’evento astronomico ipotizzato. In questo caso, la catena operativa dell’osservazione è interrotta e quest’ultima non può essere effettuata. Si tratta di uno dei casi classici in cui un dilettante si “diletta” dell’uso di un’apparecchiatura sofisticata determinando un’ipotetica geometria a partire da rilevamenti sul campo, senza porsi le domande canoniche dell’Archeoastronomia e commettendo così uno degli errori più eclatanti attribuiti di norma ai non addetti ai lavori (assieme a quello di “allineare” elementi appartenenti a contesti lontani nel tempo).

Sebbene apparentemente banale, anche la problematica della catena operativa deve essere infatti considerata con la massima attenzione, poiché essa stessa deve essere contestualizzata, considerando lo stato del sito nel periodo preciso in cui si ipotizza l’osservazione. Dev’essere ricordato, infatti, come un’osservazione visiva sia dipendente da un gran numero di fattori, tra i quali, ad esempio, gli ostacoli naturali o artificiali (ad esempio la presenza di alberi per un’orizzonte, o di edifici per un traguardo, come per l’appunto la rampa di Accoddi). Altro parametro importante è la reale visibilità di un fenomeno, considerato che in condizioni di luce scarsa, come ad esempio nell’osservazione di eventi legati al sorgere/tramontare di un oggetto stellare (fisso o mobile), traguardi troppo distanti possono essere difficilmente distinguibili e, in tal caso, sia imprescindibile una sperimentazione diretta che ne certifichi l’effettiva effettuabilità. Per citare il caso di Accoddi, qualora la sperimentazione fosse stata effettuata, senza limitarsi alla mera considerazione geometrica, non avrebbe portato all’errore banale di considerare un punto di traguardo occultato da una rampa, che non può quindi essere adoperato ed inficia tutto il lavoro (se anche non si tenesse conto dell’errore marchiano di considerare elementi non contestualizzati come i menhir).

Infine non è secondario l’uso della postazione di osservazione, di cui si dovrebbe specificare in dettaglio quale elemento specifico si consideri e come lo si sarebbe dovuto utilizzare (ad esempio nel caso del menhir di Accoddi: la sommità? Un bordo? A quale altezza? Con quali errori percentuali?)

Vorrei far notare che questa seconda problematica riporta alla domanda iniziale, nel senso che anche la verifica sperimentale deve essere effettuata con modalità precise e non solo sulla base di considerazioni puramente geometriche (spesso, come nel caso di Accoddi, del tutto aleatorie). Se dunque ci si domanda se la mera verifica sperimentale sia sufficiente a definire un allineamento archeoastronomico, la risposta è no, ma in ogni caso si deve intendere per “verifica” sperimentale l’insieme delle verifiche geometriche e della catena operativa, necessarie entrambe.

 

In ultimo, per quanto riguarda questo breve contributo, è necessario proporre (su base ragionevole) un aggancio con la società che avrebbe prodotto l’allineamento. Generarlo, anche nel senso di orientare opportunamente un edificio destinato ad altri usi che non solo quello funzionale all’osservazione di un particolare evento astronomico, richiede un investimento di risorse che nessuna società umana ha mai fornito gratuitamente e doveva pertanto essere giustificata da un fine sociale condiviso (religioso o funzionale ad una qualche attività pratica, ad esempio i lavori agricoli). La ricerca archeologica, in fondo, non può limitarsi alla catalogazione puntuale dei ritrovamenti stratigrafici (di cui un allineamento è un elemento, per quanto in senso lato), ma deve sforzarsi di inserirli in un contesto che descriva le motivazioni che li hanno prodotti. Se ciò è ragionevolmente possibile nel caso di società che hanno lasciato testimonianze scritte o di altro genere in merito alla propria propensione all’osservazione del cielo ed all’attribuzione di un senso profondo agli astri (ad esempio gli Egizi, le civiltà mesopotamiche e quelle americane precolombiane) risulta al contrario arduo quando ci si trova di fronte a culture che poco o nulla hanno lasciato della propria storia, delle credenze religiose, dell’organizzazione sociale. Gli elementi archeoastronomici finiscono allora per divenire puramente congetturali e devono essere considerati validi solo in casi eccezionali, quando l’organizzazione del fabbricato (inteso in senso lato come insieme di elementi generatori di un allineamento) conceda prove particolarmente evidenti, o sia inserito in un quadro archeologico e/o storico generale particolarmente robusto.

 

In conclusione, l’esercizio di geometria effettuato con strumentazioni anche sofisticate, perde del tutto di senso senza i necessari accorgimenti che trasformano un (possibile) allineamento geometrico in un dato archeologico, quest’ultimo tutt’altra cosa dal dilettantesco giocare con posizioni e coordinate GPS.

 

Sfortunatamente per gli “amatori”, l’Archeoastronomia è una branca dell’Archeologia e, come tale, deve essere studiata, nei metodi e nelle implicazioni, prima di metterla in pratica, come tutte gli altri numerosi settori della disciplina. Per occupare le domeniche ed il tempo libero i dilettanti sono padroni di sognare misteriosi astronomi preistorici o protostorici, ma l’Archeoastronomia è altro.

 

boicheddu.segurani@virgilio.it

 

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