LA SINDROME DELL’INCOMPRESO: LA SCUSA DEI PERDENTI – Parte prima

di Gabriele Ainis

 

 

Ricordo con piacere un caro amico d’infanzia (di cui non posso fare il nome perché non gli farei cosa grata, lo chiamerò Gianni) che non era particolarmente propenso a mettere le chiappe sulla sedia. Lo studio era incompatibile con la visone della propria esistenza futura e i libri gli provocavano una fastidiosa e pervicace orticaria. Non ci si può stupire dunque se, da adulto, occupa un posto di alta responsabilità ed è considerato una specie di luminare nel campo in cui opera.

Gianni era dileggiato dagli insegnanti (e i genitori non si lamentavano): lo chiamavano asino e gli preconizzavano una difficile vita di stenti. Chissà quanti di loro (se ancora vivono) si ricorderanno del clamoroso errore di valutazione.

Ricordo che il mio amico non se la prendeva troppo, ci scherzava su e affermava di essere un incompreso, ma anche che gli insegnanti ce l’avessero con lui perché rappresentava un pessimo esempio di cittadino in fieri, poco ligio alla prassi consolidata del sistema. Lui era sicuro di diventare qualcuno, perché aveva il cervello per riuscirci e si diceva pronto a sfruttare ciò che il caso gli avesse messo sotto il naso.

Alla fine l’ha spuntata: è stimato, benestante, invidiato. Ha vinto, insomma.

In quella classe eravamo in trentuno, e un altro dei miei compagni era un asino patentato. Chiamiamolo Andrea.

Stessa storia di Gianni: parecchi due sul registro, poca voglia di studiare e la convinzione che gli insegnati si accanissero contro di lui.

Andrea, alla fine, ha trovato un posto da impiegato (pubblico) si dice grazie ad un appoggino (la maldicenza impera, la lingua batte sul tamburo fino a dire…) e vivacchia dignitosamente affermando di essere stato costretto ad una posizione subalterna da tutti coloro che l’hanno sempre avversato: insegnanti, il capoufficio, la moglie, i figli che non vanno mai a trovarlo e non gli portano i nipoti. Tutti nemici giurati, a suo dire, che non l’hanno mai compreso.

Mi è capitato di incontrarlo e mi ha fatto un po’ pena (non perché mi senta superiore, intendiamoci, è una brava persona e non mi ritengo assolutamente superiore a lui) ma per il fatto che non riesce ad accettare la propria mediocrità (io sì, ma non è che per questo mi senta meglio!). L’ultima volta (un paio d’anni fa, in agosto) mi ha fatto ancora più pena perché mi ha citato Gianni paragonandosi a lui: a suo dire entrambi incompresi e perseguitati dai cattivi che mettono i bastoni tra le ruote ai geni, e tutto per invidia.

Siccome gli voglio bene, non gli ho detto ciò che penso veramente, quindi gli ho dato corda perché non si merita di essere maltrattato, ci pensa già la sua famiglia che compie un egregio, diuturno lavoro di demolizione psicologica.

Ad esempio non gli ho fatto notare la piccola ed insignificante differenza tra lui e Gianni: questo persona di successo mentre lui (come me) un oscuro cittadino nel mazzo dei tanti.

No, avete sbagliato! Adesso non vi racconto che Andrea ha scritto un libro di fantarcheologia ed è diventato un blogger, sarebbe troppo banale e non vi dico neppure che si tratta di due personaggi di fantasia. Niente popolazioni orientali che avanzano per l’Europa, niente decifrazioni di cancellate e squallidi blog da ex-qualcosa (chissà poi cosa), nessun Polpo Paul orientato con la prua del Titanic verso il solnozio di primautunno, nessuna pretesa di ascendenza albanese. Nulla di nulla: a parte i nomi, Gianni ed Andrea sono due persone reali.

Mi chiedo semplicemente perché Andrea si incaponisca a sentirsi un incompreso mentre è apparente che sia un perdente: lo vedono tutti!

Chissà come mai!

Mah!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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