SHER-LOCK HOLMES ERA UNO SHER-DANU?

di Gabriele Ainis

 

 

Non avevo intenzione di acquistare questo saggio. Mi trovavo in libreria e lo sfogliavo per pura curiosità, intrigato dalla copertina con l’icona di Sherlock Holmes e del dottor Watson. La lente di ingrandimento e il berretto con il paraorecchie rovesciato sul capo: uno dei miti della mia infanzia!

Poi ho fatto l’errore di leggiucchiare la prefazione…

 

È stato scritto moltissimo sul fascino intenso delle storie di Sherlock Holmes. Io credo che si sprigioni dal contrasto fra l’eccitazione emotiva dell’avventura selvaggia e il rassicurante controllo intellettuale rappresentato da Sherlock Holmes. Di questi tempi in cui la superstizione minaccia di sedurre il mondo civilizzato con il proprio pericoloso abbraccio e la scienza è accantonata come una disciplina amorale che l’umanità è libera di lasciarsi alle spalle, un eroe letterario in possesso sia di capacità analitica che di etica risulta particolarmente irresistibile.

 

Potevo evitarlo? Ho sguainato il bancomat e mi sono separato da venti euro, convinto che sarebbero stati soldi ben spesi: per una volta, non mi sono sbagliato.

In questi casi si comincia col dire che si è letto tutto Conan Doyle alla tenera età di tredici anni e per me è anche vero. Avevo a disposizione un paio di biblioteche e la complicità dei miei genitori che si sono sempre fidati della mia capacità di non farmi traviare dai libri, quindi non mi hanno mai proibito nulla né indirizzato in modo particolare. In definitiva ho letto di tutto, lasciandomi guidare dal caso e non me ne sono mai rammaricato. L’imbarazzo è stato tutto loro, ad esempio quando ho cominciato a porre domande durante la lettura delle mille e una notte in versione integrale (altri tempi, accidenti!) ma tutto è stato gestito con la solita ironia familiare e non mi pare di ricordare altro che qualche sorrisino di complicità.

Effettivamente Sherlock Holmes è stato uno degli eroi della mia infanzia, però non mi era mai accaduto di domandarmi come mai. L’ho dato per scontato, così come era ovvio che i maschietti leggessero le avventure della Tigre della Malesia e di Tremal Naik. Sambigliong che arremba e il perfido Suyodana sono ancora vividi nella mia mente come alla prima lettura nelle notti estive, con la finestra aperta e le zanzare bloccate dalla grata sottile della zanzariera (che dio la benedica!).

Però il saggio di Wagner (gentile professoressa di New York) mi ha spiegato, almeno in parte, per quale motivo il più famoso investigatore di tutti i tempi mi abbia stregato, o almeno così mi pare. A ripensarci, ricordo distintamente che, a parte il lato avventuroso, interessante ma secondario, ero terribilmente affascinato dal metodo analitico di Holmes, dalla capacità di interrogare la realtà secondo un disciplinare preciso, rigoroso ma senza far mancare il contributo dell’immaginazione. Ciò che mi piaceva era la virtuale capacità di ottenere risultati “veri” (cioè verificabili alla fine del racconto) a partire da congetture ragionevoli che venivano sottoposte al vaglio dell’esperienza. Mi intrigava inoltre quello che molti anni dopo avrei chiamato “database”, cioè l’insieme di informazioni specialistiche di cui Sherlock Holmes era in possesso ed adoperava come supporto per le indagini. Come non estasiarsi di fronte alla capacità di riconoscere la cenere del sigaro di marca Trichinopoli nel racconto “Uno studio in rosso”? O la conoscenza dei tipi di fango dei sobborghi di Londra così da inchiodare un colpevole “leggendo” gli schizzi di palta sui calzoni?

Insomma Holmes mi ha condotto sulla strada della tecnica perché era egli stesso un tecnico sopraffino, oppure mi è piaciuto immensamente perché il mio corredo genetico (coadiuvato dall’ambiente familiare) deve avermi indirizzato verso la strada oscena della tecnologia, che richiede dati sperimentali, verifiche ed è poco propensa alle parole vuote: se un palazzo sta in piedi è perché i calcoli strutturali sono a posto e si conoscono le caratteristiche dei materiali, altrimenti crolla oppure costa tre volte di più!

Wagner descrive con straordinaria competenza (ma è il suo lavoro, perché insegna Storia del Crimine) la nascita della moderna scienza forense, in particolare la progressiva evaporazione dei miti e delle superstizioni ottocentesche (le unghie e i capelli che crescono dopo il decesso, ad esempio…) di fronte ad un approccio sempre più basato sulla sperimentazione e sulla ricerca di conferme oggettive.

Sviluppo delle tecniche autoptiche, le impronte digitali, la tossicologia, la “scena del crimine”. Tutta la scienza forense rivista dagli albori con rara competenza e senza nessuna concessione alla spocchia specialistica: per chi ama i gialli (che taluni vorrebbero chiamare “noir”, porca miseria!) la lettura di questo saggio sarà una continua sorpresa, una collana di piccole e intriganti scoperte. Potrei dire irrinunciabile!

L’autrice sviluppa il filo tematico sulla scorta delle investigazioni del più famoso detective della storia del giallo, mostrando come i racconti di Conan Doyle fossero perfettamente integrati nella realtà della scienza forense del periodo nel quale vennero scritti ma, soprattutto, opportunamente contestualizzati, assolutamente “scientifici”.

Ciò avviene perché il linguaggio della scienza adoperato da Doyle è quello attuale ancora oggi, fatto di fatica per lo studio dello stato dell’arte, di fatica per l’attività di investigazione, di logica simbolica per l’interpretazione della realtà e di duro lavoro di verifica sperimentale.

È per questo che Holmes vince sempre e il povero Lestrade fa la figura del fesso. Ed è per lo stesso motivo che si risponde con facilità alla domanda del titolo.

No: Sher-lock non era uno sher-danu.

Era uno scienziato e le due cose non sono compatibili.

 

 

gabriele.ainis@virgilio.it

 

E.J. Wagner – La scienza di Sherlock Holmes – Bollati Boringhieri (2007)

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