ARCHEOCHIMICA (E NON ARCHEOCOMICA!)

di Giampaolo Loddo

 

 

Siamo spiacenti: il nostro blog non vi porta miraBBolanti sCCoperte, ziQQQurat, GGuerrieri, tribBBù scomparse e riapparse, misteriose sCCritture, intriganti allineamenTTi astrali.

Essendo votati al cazzeggio, consapevoli di non essere capaci di disquisire di cose serie, abbiamo la possibilità di svolazzare di fiore in fiore come la moglie del mostro in Frankenstein Junior, cult movie tra i più belli della storia del cinema. Noi non siamo Pintore (per fortuna, ci mancherebbe anche questa!), così ci permettiamo di parlare con leggerezza di tutto lo scibile archeologico, sebbene privi della necessaria autorevolezza: pagliacci siamo, tali restiamo. Se volete leggere cose serie, andate di là, altrimenti rimanete di qua e preparatevi a ridere con gli alluci per non indolenzire gli addominali (come lamentava un anonimo qualche post addietro).

È pur vero che spesso parliamo di libri (e non di liBBri), però ci scusiamo subito dopo, anzi in anticipo come faccio adesso: mi spiace sinceramente se oggi parlo di un saggio divulgativo e spero di evitarlo in futuro (ma non è detto. L’uomo è peccatore…).

Non è un saggio recentissimo (*). Risale al 2005 e tratta di archeochimica (esiste?) (**). Mi è venuto in testa di parlarne quando Cinzia Loi mi ha mandato il suo bel poster sull’olio di lentisco che abbiamo pubblicato sul blog (orgogliosi come tacchini che fanno la ruota!).

In particolare mi ha intrigato la citazione secondo la quale Lilliu ha ipotizzato che una vasca di marna calcarea sia stata utilizzata per contenere olio di lentisco in epoca nuragica. Mi sono chiesto: ci sarà un metodo per verificare l’ipotesi?

Parrebbe di sì. Lo studio delle molecole antiche, o di quelle derivanti da esse, fa ormai parte della pratica archeologica, anche se gli esempi più eclatanti, e famosi, riguardano gli studi sul DNA. Anche la copertina del libro di Jones rimanda a questo, soprattutto nello strizzare l’occhio alla zanzara inglobata nell’ambra, che però è in parte uno specchietto per le allodole.

Come tutti i saggi divulgativi ben concepiti, racconta prima di tutto il mutamento di paradigma che la ricerca di molecole antiche ha portato nella pratica stratigrafica. Laddove prima si lavava tutto alla perfezione per eliminare gli odori di antico, oggi si preserva il più possibile il reperto per non contaminare inopinatamente i residui delle antiche catene d’atomi sopravvissute ai millenni, a volte tanti, in grado di fornire preziose indicazioni in merito alla vita dei popoli di cui l’archeologia si interessa. Per gli studenti che un tempo venivano adibiti ai lavori di bassa manovalanza (“lava tutti i cocci per domattina!”) una splendida notizia.

Nonostante le apparenze, i composti chimici (anche quelli di origine biologica, così lesti a decomporsi) hanno spesso un’insospettabile capacità di sopravvivere aggrappati ai supporti con i quali vengono a contatto, soprattutto se ragionevolmente permeabili come le ceramiche precedenti la mania della vetrificazione. A volte non proprio le molecole originali, che col tempo si decompongono, magari i derivati, tuttavia anche questi utilissimi qualora si studino i processi di degradazione delle catene originarie nei successivi sottoprodotti.

Un’anfora vinaria può essere esaminata a distanza di millenni rilevando i composti rimasti intrappolati nei pori della terracotta, così un orcio oleario, una pisside per cosmetici, una pignatta adoperata per la cottura dei cavoli. Ciascuna di esse (non necessariamente intatta, a volte frammentaria) fornirà indicazioni in merito ai commerci, alle abitudini alimentari, alle coltivazioni dell’area, ai regimi economici di sopravvivenza, integrando le altre informazioni provenienti dai risultati dell’adozione di tecniche complementari.

Se l’esempio del DNA, mutuato dal film di Spielberg, è il verme infilzato sull’amo per catturare il compratore, il saggio di cui suggerisco caldamente la lettura non è solo Svante Paabo e l’esempio dei cavoli non del tutto peregrino. È al contrario uno dei risultati più sorprendenti: sono state esaminate delle pignatte preistoriche in corrispondenza del pelo libero della brodazza che vi veniva cotta dentro. Proprio la posizione in cui vediamo accumularsi i residui di cottura anche nelle pentole d’oggi, quelli difficili da levare anche in lavastoviglie (come dice mia moglie, lamentandosi perché la nostra è datata). In quei pochi millimetri, i ricercatori hanno trovato i prodotti di degradazione corrispondenti ad una ben precisa varietà di cavolo e, per mezzo di un’opportuna analisi statistica dei reperti esaminati, hanno elaborato una buona ipotesi in merito alla dieta degli abitanti, alle coltivazioni, al loro modo di vivere. Dato incrociato successivamente con le analisi delle ossa ritrovate nelle sepolture del periodo corrispondente (altra piccola specializzazione spesso misconosciuta).

La battuta scontata sarebbe; “Chi cavolo se ne frega?”

Sì, è vero, non sembrerebbe la scoperta di Troia da parte di Schliemann (falsa), o la decifrazione della lineare B da parte di Ventris (vera). Il fatto è che l’archeologia è questa, un processo di continuo progresso basato anche, e soprattutto, sui piccoli passi quotidiani di un gran numero di ricercatori poco famosi che forniscono i dati oggettivi necessari alle grandi elaborazioni. Essi generano tutte quelle “noiose” citazioni bibliografiche che si ritrovano alla fine dei saggi specialistici (per chi li legge): ciascuna di esse rappresenta uno studio che ha richiesto tempo, denaro, risorse e tanta competenza, per non parlare dello studio necessario a raggiungere quest’ultima.

Non la si trova sui giornali se non per il DNA, ma la massa dei risultati di archeochimica (ma esiste?) (**) è ben altro, sebbene a volte siano proprio le scoperte mediaticamente appetibili che canalizzano un po’ di risorse anche verso ricerche più specialistiche e meno note, dunque le prime sono assi utili.

Insomma potrebbe darsi che esaminando la vasca citata da Lilliu (una piccola sezione) si possa determinare se effettivamente sia stata usata per l’olio di lentisco. Non sarà come dire un cumulo di fesserie sui nuraghi, però, a quanto pare, l’archeologia è proprio questa.

Sono spiacente se non vi ho impressionato a sufficienza e me ne dispiaccio, però da noi si parla di archeochimica, per l’archeocomica spostatevi altrove.

 

 

ventris.michael@googlemail.com

 

(*) M. Jones – CACCIATORI DI MOLECOLE: l’archeologia alla ricerca del DNA antico – Carocci 2005

(**) Si tratterebbe in realtà di bioarcheologia, ma il termine non è sufficientemente immaginifico, poi non si presta ala gioco di parole archeochimica/archeocomica: ma vogliamo mettere!!

 

PS – Per coloro che diranno come si tratti di roba vecchia, faccio notare che si parla di molecole organiche di origine biologica, non inorganiche, ovvero di robaccia che si deteriora in fretta e sembrerebbe decomporsi nel giro di poco tempo. Per gli appassionati di tecniche di analisi chimica il saggio è assai piacevole, meglio di Abbie che zompetta in laboratorio nella seconda serie di N.C.I.S.

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