VIKI RACCONTA

di Gabriele Ainis

 

 

Viki è rumena, la compagna di Maurice, papà italiano mamma Ivoriana. Una coppia che ha delle bellissime storie da raccontare e lo fa volentieri. Migrazioni, viaggi, vita quotidiana in paesi mediamente lontani, molto lontani e vicinissimi: ad esempio il nostro.

Ieri sera, complice il caldo improvviso che ci è cascato addosso come una valanga di polenta bollente, li ho incontrati per caso mentre passeggiavo con la mia compagna in cerca di un fresco inesistente e ci siamo seduti a sorbire un gelato: una bella botta di calorie per combattere il calore.

Come al solito, le volte che ci si incontra, quasi sempre per caso come ieri, finisce che sto zitto (sorprendente, no?) e ascolto, alla faccia di altri amici che mi chiedono come sia possibile accompagnarsi con una commessa e un operaio metalmeccanico, come se davvero le persone prive di una laurea o due debbano essere evitate per manifesta inferiorità culturale. Non contenti del razzismo, discriminazione legata al concetto (fallace) di razza, abbiamo inventato anche il “culturismo”, la discriminazione (ancor più fallace) basata sulla cultura. Personalmente detesto il culturismo, se possibile, anche più del razzismo: per me è una bella lotta.

Sarà anche che in due assommano molto meno della mia età, beati loro, ma il solo vederli ed immaginare i bimbi che salteranno fuori dal loro bel rapporto conforta il cuore e riconcilia col genere umano. Saranno deliziosamente privi di una patria d’origine se non quella che decideranno di scegliere; padroni di dirsi italiani, ivoriani, rumeni o molto meglio cittadini del mondo ed esseri umani. Potranno anche scegliere di votare Lega (se ci sarà ancora, speriamo di no) e diventare paladini della secessione padana, oppure di vestire la bandiera arcobaleno in nome della nostra banalissima uniformità genetica che ci rende oggettivamente fratelli nostro malgrado. Comunque sia, sono certo che saranno migliori di noi, ad esempio per il semplice motivo che sarebbe arduo immaginare il contrario.

Ieri, Viki parlava fitto di razzismo, della lotta quotidiana per non prendere a sberle i clienti che la trattano da rumena, parola che ha finito per assumere un senso sinistramente negativo, tanto da suggerirne l’uso come sinonimo di donnaccia. Discorso vecchio e non certo padano, perché i clienti della merceria dove lavora sono un pot-pourri variegato come il gelato all’amarena. Però imbarazzante, troppo per una serata di afa, così ho glissato e cercato di sviare il discorso sull’opzione B. La sua città, Timisoara, che ho visitato più volte quando il muro stava ancora in piedi e poi più di recente dopo il gran balzo. A Viki non l’ho mai detto, ma Timisoara era un postaccio quando c’erano ancora i comunisti ed è un postaccio ancora oggi (i comunisti ci sono ancora, esattamente gli stessi, come l’Italia dopo il ’45 quando i fascisti, messa in armadio la divisa, rimasero dov’erano). La differenza più eclatante è che adesso la città si è riempita di italiani, tanti, arrivati per impiantare aziende che in Italia non avrebbero avuto futuro.

Così, come spesso accade quando incontro quei due, mi è venuto da pensare. Ed è per questo che fa piacere stare con loro: sono persone che invitano alla riflessione essendo testimoni diretti dei fatti. Il chiacchierare fitto di Viki che descrive la propria città, contiene un’immediatezza che non si ritrova in un’inchiesta giornalistica o in un saggio, la stessa differenza che c’è tra un quadro impressionista ed un dagherrotipo. Tanto statico e descrittivo il secondo quanto fantasioso e ricco di fascino il primo. Utili entrambi, per carità, ma le suggestioni che saltano alla pancia ascoltando la nostra amica sono altra cosa rispetto a un saggio da seicento copie, necessario a quantificare un fenomeno ma non a farcelo assorbire attraverso la pelle.

Viki, rumena, ci ha raccontato le storie degli italiani che sono andati da loro con le macchine utensili sulle spalle, strappate dai basamenti nel settentrione italiano e piantate come semi in terreno rumeno per dare frutto, vicende che non verranno mai scritte nei saggi e mai narrate nei romanzi. Per farlo ci vorrebbe un Busi d’annata, che sfortunatamente ha già dato con la sua “Vita standard” e ora vivacchia di rendita. E mentre lei raccontava di ometti convinti di andare a portare la civiltà in un paese arretrato, che sarebbe come dire una massa di persone con un titolo di studio mediamente corrispondente alla terza media che andava a lavorare in un paese di enormi tradizioni culturali, mi sono ricordato della calata dei continentali arrivati da noi al traino dei contributi statali a fondo perduto (o contribuiti in conto capitale: così si imputano nelle poste di bilancio).

Chissà se a qualcuno verrà mai in mente di raccontare, come Viki, le storie di coloro che sono sbarcati sull’isola con le tasche piene, non con i debiti in banca come i transfughi italiani in Romania, quelli che a sentire i miei conterranei altro non erano che imbroglioni arrivati per rubare i “nostri” soldi, spesso con la complicità dei politici locali, anche se questi si sono rifatti un verginità inveendo a tutta gola contro i primi dopo averli invitati a nozze.

Viki, però, non ha peli sulla lingua: in testa ad ogni storia non ci sono gli stranieri cattivi che arrivano a sfruttare i poveri rumeni, bensì i delinquenti rumeni che li hanno favoriti. I politici locali corrotti, i poliziotti che si vendono per due lire, le mamme che vendono i figli, gli ispettori del lavoro che pranzano gratis e tornano a casa con le buste piene di pasta e abiti, quelli delle tasse che hanno le macchine più belle anche se percepiscono stipendi da fame (accidenti come mi ronzano le orecchie, devo avere la pressione bassa!). Poi arrivano anche loro, naturalmente, gli italiani che hanno preteso di trattarli da schiavi ed ora cominciano ad avere gli scioperi e le proteste, ma se c’è da colpire un bersaglio, il primo è sempre un rumeno, com’è giusto.

Che differenza, eh? Abbiamo mai sentito un’Emerenziana che si lancia contro i propri connazionali perché meschini, corrotti, pavidi, conniventi…

Se è successo fatemelo sapere e datemi le sue coordinate. Mi piacerebbe conoscerla, ascoltarla ed offrirle un gelato, anche a costo di insistere per pagarlo come mi accade di fare con Viki e Maurice, che non ne vogliono sapere di essere miei ospiti perché sono contentissimi di restare seduti con noi in gelateria e vogliono dimostrarcelo. Vai a sapere il motivo, forse perché non sono tanti coloro che li ascoltano con reale interesse e rispetto. Però i vecchiacci, se non diventano invidiosi come spesso accade, amano i giovani, fanno il tifo per loro e il meno che devono fare è quello di pagare una coppa di pistacchio e caffè con la panna.

Sarebbe anche il minimo per avere il privilegio di sedere allo stesso tavolo con due giovani che lavorano, combattono giornalmente contro un razzismo sempre meno strisciante e più manifesto, ed hanno storie vere da raccontare, senza bisogno di afferrarsi a storie false per giustificare la poca voglia di muovere il sedere e la tanta di urlare continuamente contro il mondo intero, reo di perseguitare i poveri sardi.

Ah, c’è anche un altro piccolo particolare. In Romania gli imprenditori italiani ci sono andati con le pezze al culo ed hanno creato occupazione e fatto girare ricchezza. I rumeni protestano e vogliono migliori condizioni di vita e lavoro, a ragione, già visto da noi nel dopoguerra, però si muovono in avanti e non hanno paura di criticare prima di tutto sé stessi.

In Sardegna gli imprenditori italiani sono arrivati con le tasche piene di soldi, non hanno creato un accidente e noi ce la prendiamo prima di tutto con loro, come se noi non fossimo corresponsabili e ben contenti di essere stati parte integrante del meccanismo. Ci sarebbe da chiedersi perché siamo così cretini: possibile che da noi non ci siano le Viki ma solo gli stupidi che vivono di lamentazioni?

Ed infine: possibile che i sardi travestiti da “scrittori&intellettuali” debbano deliziarci con le favolette di Cappuccettu Rossu, i noir d’autore, le Janas, le Accabbadora e non ce ne sia uno capace di raccontare la nostra realtà?

Sì, è possibile. Dimenticavo che noi siamo impegnati a discutere di sviluppo trainato dalla LSC, di diritto internazionale, di Atlantide, di giganti di Monti Pramma, della Stele di Nora e delle difficoltà della maggioranza al consiglio regionale, per non parlare di chi occupa le isole e chi si impegna negli sketch con Grillo. Ah, e naturalmente di Roma centralista e indipendenza.

Scusate, per un momento mi ero illuso che la Sardegna fosse un posto normale: chiedo venia. Non lo faccio più.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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